Il rischio dei dossier

16 Giu 08

Lucia Annunziata

C’era una volta la Repubblica dei dossier: deputati ricattati grazie a corrispondenze aperte, ragazze morte di overdose la cui ombra bastava a sfasciare reputazioni e correnti, leader di partito pedinati e fotografati, giornalisti sotto osservazione, conti correnti esteri tenuti sotto controllo. E un potere immenso e oscuro nelle mani di coloro che questi dossier accumulavano o conoscevano. Pensano davvero i politici che sia meglio tornare a quel mondo, a una Repubblica fondata sui ricatti?

Perché questo è il vero rischio delle nuove norme sulle intercettazioni: riaprono la strada alla pratica deformante dei dossier e delle pressioni oscure. Senza essere davvero efficaci nemmeno nella difesa della privacy.

A queste conclusioni si può arrivare con estrema facilità guardando le misure in discussione. La regolamentazione delle intercettazioni ruota intorno a due elementi: il primo ha a che fare con la riduzione del numero dei reati per cui è utilizzabile l’«ascolto»; il secondo ha invece a che fare con il divieto di pubblicizzazione del materiale raccolto durante le intercettazioni. Non sfugge a nessuno – ed è infatti già stato fatto notare da molti – che la vera scure si abbatte su questa seconda parte.

Chi si fa fonte (giudice o avvocato che sia) e chi pubblica qualunque notizia, da qualsiasi fonte provenga, è punibile con il carcere. Misure così drastiche esprimono un bisogno vero della democrazia: far sì che il meccanismo politico non venga più alterato, manovrato, agito dalla Giustizia. Ma davvero la non pubblicazione può garantire questa non ingerenza o non ne crea, forse, un’altra ben peggiore? Qui è l’illusione.

Anche se il numero delle intercettazioni verrà ridotto, ce ne saranno comunque a sufficienza in corso su casi molto rilevanti. Cosa succederà a queste registrazioni mentre procede, a volte per anni, il lavoro degli investigatori? Fra il momento in cui la loro pila comincia a salire e quello in cui si deciderà di distruggerle, riposeranno in pace a prendere polvere? Secondo le norme, andranno in un archivio la cui responsabilità sarà in mano a una sola persona e il cui accesso sarà molto ristretto e tracciabile.

Ma anche così esse passeranno nelle mani di un certo numero di autorità, un certo numero di sbobinatori, un certo numero di membri delle forze dell’ordine. Ipotizziamo che abbiano accesso a queste fonti solo una decina di persone per ogni processo e immaginiamo che i processi in corso siano un centinaio (a essere cauti): si formerebbe un gruppo di «introdotti» alle cose segrete della Repubblica di almeno mille persone. Saranno tutti etici, tutti disinteressati, tutti neutri, tutti dediti alla difesa della democrazia, dunque tutti muti, questi mille?

Quali che siano le nostre vedute politiche, la risposta è un no. È infatti impossibile che mille persone siano tutte obbedienti allo spirito e alla pratica della legge, disinteressate al punto da mettere le regole prima di ogni senso personale di utilità. Cosa ci racconta oggi il caso Telecom delle intercettazioni illegali attraverso strumenti legali?

È dunque quasi fatale pensare che le cassette di quei cento teorici processi avvieranno la costruzione di altri dossier, magari a futura memoria: o per distruggerli, o per venderli, o per tenerli in caldo. Saranno usate contro i più potenti del Paese: del crimine, degli affari, della politica o dello Stato. Certo, avranno la consolazione di non leggersi sulla prima pagina dei quotidiani, ma forse rimpiangeranno quelle paginate di panni sporchi esposti al pubblico a fronte di veri e propri ricatti.

Va aggiunto un avvertimento. Il mondo in cui queste idee vengono elaborate sembra non aver consapevolezza di come oggi funzionino i media: si può fermare infatti un sistema «nazionale», ingabbiato e fisso in una serie di organizzazioni, quotidiani, settimanali, televisioni. Ma il mondo dell’informazione è ormai meticcio e globale: i grandi quotidiani e network non sono più i soli a guidare l’informazione, né i media sono più solo limitati dentro i confini nazionali. Il web, con blog, messaggi, email e siti dedicati, è oggi spesso il motore di diffusione più rapido di notizie, nonché il modo per aggirare molti blocchi. Penso alla Cina, che non riesce a tener chiuse le notizie sul Tibet prima e sul terremoto poi; penso allo scandalo di Monica nell’Ufficio Ovale di Clinton, svelato da un sito scandalistico del web. L’Italia potrebbe fermare la pubblicazione di intercettazioni? Basterebbe scriverne una su un web francese, e poi riprendere la notizia in Italia in uno scambio di commenti fra blogger… e la legge sarebbe gabbata.

Spesso dimentichiamo, in tutte le discussioni che facciamo, che le intercettazioni non nascono solo come un più efficace strumento di lavoro. Ma anche come una sorta di «democratizzazione» dell’investigazione. La moltiplicazione delle orecchie ha costituito la rottura di un controllo elitario delle indagini. E sappiamo bene che più le indagini sono ristrette, più facile è «manipolarle», affossarle, ritirarle, o tenerle buone per il futuro.

La pubblicazione e l’uso delle intercettazioni sono certamente sfuggiti di mano; certamente i giudici hanno spesso, attraverso questo mezzo, influenzato il corso della politica. Ma la strada che si sta prendendo ora è inutile, oltre che pericolosa. Invece, ci sono molti buoni modi per difendere la reputazione di chiunque. Io ne conosco uno e penso sia il migliore: avere una classe dirigente che non abbia mai giocato con nessun fuoco.

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