Scuola, il tabù dei concorsi

15 Giu 08

Francesco Giavazzi

Ha fatto bene il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, a porre la questione della motivazione, anche economica, degli insegnanti. Nessuna azienda privata penserebbe mai di aver successo con dipendenti sfiduciati, senza entusiasmo per il loro lavoro. Tanto meno la scuola che ha il compito di formare il capitale umano e sociale (cioè insegnare le regole di una convivenza civile), beni che non si producono senza motivazione, dedizione, orgoglio per il proprio mestiere. Sono pagati troppo poco i nostri insegnanti? A Milano forse sì, a Noto, dove la vita costa la metà, non so. Ma se gli stipendi fossero davvero così bassi, perché ci sono le code ai concorsi, perché cinquantamila precari premono per essere assunti nella scuola anziché cercare lavoro altrove?

La realtà è che la scuola oggi offre un contratto perverso: un salario modesto in cambio di nessun controllo, neppure se l’insegnante è evidentemente incapace, neppure se passa da una assenza per malattia all’altra. Gli ottimi insegnanti, e sono moltissimi, in particolare negli asili e nelle scuole elementari, non lo sono per effetto di un sistema di incentivi ben disegnato. Sono semplicemente dei «santi». Questo, ognuno lo vede, non può essere il criterio sul quale fondare un sistema scolastico. Prima ancora di affrontare il problema dei criteri con i quali determinare le retribuzioni degli insegnanti, la scuola deve chiedersi se il modo in cui oggi li assume sia adatto a selezionare gli insegnanti migliori.

Perché se si assumono le persone sbagliate non c’è alcun sistema di valutazione capace di rimediare a quell’errore. Persino le aziende di modesta dimensione oggi dedicano grande attenzione alla selezione del personale; e la scuola invece che fa? Si affida ai concorsi pubblici, un sistema palesemente incapace di evitare l’assunzione di persone che non dovrebbero fare gli insegnanti. In un concorso pubblico chi sceglie, cioè la commissione preposta al concorso, non subisce le conseguenze di una scelta sbagliata. Nella migliore delle ipotesi i commissari si limitano alla verifica dei requisiti formali, non si chiedono se il candidato sia adatto all’insegnamento, tanto meno all’insegnamento in una particolare scuola — né d’altronde potrebbero, dato che lo stesso vincitore è assegnato indifferentemente ad una scuola media di un quartiere ad alta immigrazione e difficili problemi di integrazione, o ad un liceo scientifico sperimentale in cui si insegna matematica avanzata.

Il primo passo per una riforma della scuola è quindi l’abbandono dei concorsi pubblici e la loro sostituzione con un sistema in cui le assunzioni vengono decise da chi poi sopporta le conseguenze di un’eventuale decisione sbagliata, in primo luogo i presidi di ciascuna scuola. Come ha scritto Andrea Ichino su http://www.lavoce.info, il maggior limite del Libro Bianco sulla Scuola pubblicato dal governo Prodi è la sua reticenza sui concorsi, frutto di un’ideologia che fa fatica ad accettare che gli incentivi, il «mercato » possano funzionare meglio dello Stato. Spero che il nuovo ministro sia più coraggioso. Chiamiamoli pure concorsi locali, stabiliamo pure alcuni requisiti formali, ma lasciamo spazio ad una valutazione discrezionale da parte del preside; se vuole offrire un corso di biologia deve poter assumere, magari a tempo parziale, un dottorando biologo, non essere costretto ad accettare il primo della graduatoria che ha raggiunto quel posto solo per anzianità.

Oltre ai casi di negligenza e assenteismo, anche un insegnante che si limita alla noiosa routine quotidiana crea un danno irreparabile perché viene meno al suo compito di formare un cittadino responsabile. Un bravo preside deve saper scoprire se il candidato sia un buon insegnante, talento che non tutti hanno in egual misura e che nessuna scuola di formazione professionale può insegnarti se non lo possiedi. Concorsi locali si svolgono da alcuni anni nell’Università, con risultati disastrosi. Ma l’errore, nell’Università, non è stata l’abolizione dei concorsi nazionali e la loro sostituzione con concorsi locali. L’errore è non aver accompagnato questa riforma con un serio sistema di valutazione. I presidi di scuola e le facoltà devono poter assumere gli insegnanti che ritengono più adatti, ma se sbagliano devono subire le conseguenze dei loro errori. Altrimenti, come accaduto nell’Università, assumeranno i raccomandati o i figli e i nipoti dei colleghi. La selezione e i poteri dei presidi devono evidentemente cambiare.

Oggi i dirigenti scolastici sono di frequente burocrati senza potere: non è quindi sorprendente che siano spesso scadenti. Stabilizzare cinquantamila insegnanti precari, come il ministero si appresta a fare, è un errore che avrebbe conseguenze irreparabili sulla scuola. Magari sono tutti ottimi insegnanti, ciascuno il più adatto per la scuola in cui insegna, ma questo deve essere deciso dai presidi, non dall’automatismo delle graduatorie. La valutazione (obbligatoria per tutte le scuole, non effettuata a campione su poche scuole) è complemento essenziale dell’abolizione dei concorsi. Ma valutare le scuole senza averle prima poste nella condizione di scegliere i propri insegnanti non ha alcun senso. Né ha senso valutare le scuole senza aver prima introdotto maggior flessibilità nei percorsi di studio. Siamo davvero sicuri che il ministro o una commissione ministeriale siano capaci di scegliere i programmi migliori? Non funzionerebbe meglio—come dimostra l’esperienza dei Paesi anglosassoni e scandinavi — un sistema nel quale gli insegnanti, investiti della responsabilità di progettare i loro corsi, decidano che cosa insegnare e in che sequenza?

Percorsi differenziati valorizzano la professionalità degli insegnanti. Introducono anche un po’ di concorrenza fra le scuole e richiedono che le famiglie si informino sui percorsi offerti dalle varie scuole e sulla loro qualità. Allo Stato rimane il compito di valutare ex post. Oggi invece accade l’esatto contrario: nessuna autonomia degli insegnanti e nessuna, o quasi, valutazione conseguente. Il risultato sono i test PISA dai quali le scuole italiane (con importanti eccezioni, come le scuole del Trentino Alto Adige, della Valle d’Aosta e di alcune province lombarde) emergono fra le peggiori d’Europa. Ma la valutazione non basta, neppure se accompagnata da forti incentivi alle scuole migliori. Per essere efficace l’informazione sulla qualità deve essere disponibile alle famiglie e queste devono poter scegliere in che scuola iscrivere i propri figli.

Il sistema dei «buoni scuola» che una famiglia può spendere nell’istituto che preferisce, pubblico o privato, può funzionare, purché accompagnato da verifiche indipendenti e severe. Altrimenti, come è accaduto in alcune regioni durante le esperienze effettuate dal ministro Moratti, i «buoni» sono solo un regalo alle scuole private che promettono facili promozioni (vedi Tullio Jappelli e Daniele Checchi su http://www.lavoce.info). Questa settimana il governo approverà un progetto triennale per i conti pubblici. Come sempre accade in queste occasioni, i vincoli di spesa imposti dal ministro dell’Economia si scontrano con i programmi dei suoi colleghi, in primis del ministro dell’Istruzione, dal quale dipende quasi la metà di tutti i dipendenti pubblici. L’esperienza di molti esercizi simili svolti da governi passati — incluso il precedente governo Berlusconi — è che in assenza di riforme radicali del modo di agire delle amministrazioni pubbliche questi numeri sono cifre scritte sull’acqua e presto dimenticate. Il ministro Gelmini difende la scuola, ma per essere credibile deve avere il coraggio di abbandonare il tabù dei concorsi pubblici.

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6 Responses to “Scuola, il tabù dei concorsi”


  1. 1 mauchi giugno 15, 2008 alle 11:09 pm

    Nella realtà parrebbe che la scuola ci pensi molto prima di assumere, visto che il fenomeno più difuso è il precariato.
    Quindi tutte le verifiche e valutazioni degli insegnanti possono essere redatte sia prima dell’assunzione (partecipazione al concorso) sia della chiamata a incarichi di supplenze.

  2. 2 gregorio mendel giugno 17, 2008 alle 1:42 pm

    Nella scuola si LAVORA, esistono docenti di ruolo e non E SONO LA MAGGIORANZA che svolgono la lor PROFESSIONE con dedizione e passione!!!
    Per contro facciamo un GIRO DI VITE sulle scuole paritarie laiche e religiose.
    PS
    l’attuale ministro dell’ex pubblica istruzione che competenze e conoscenze e capacità possiede per svolgere la sua f(i)unzione?

    Cordiali saluti
    Gregorio Mendel
    le ricordo che oltre ad essere monaco agostiniano ed insegnando scienze naturali non mi sono mai abilitato all’insegnamento per scelta e malgrado questa mia pecca i miei alunni mi consideravano un ottimo docente. 😉

  3. 3 lorenza lanzetta giugno 17, 2008 alle 5:37 pm

    scusi, ma lei ha un’idea dei comportamenti di tanti, troppi dirigenti scolastici?
    davvero pensa che in questo paese i criteri per assumere nelle scuole, aumentando la discrezionalità dei presidi, sarebbero la preparazione, il merito, la vocazione all’insegnamento?
    penso che chi parla della scuola dovrebbe conoscerla dall’interno. e lo dico per esperienza diretta, perchè prima di iniziare ad insegnare certe cose non le immaginavo, almeno non fino al punto in cui sono.
    per me è stato illuminante il libro della Mastrocola ‘La scuola raccontata al mio cane’ . è tutto vero. tutto. lo consiglio agli insegnanti, precari e non. lo consiglio a chiunque parla, propone, dice, di una realtà terribile, che è lo specchio della nostra società.
    lei pensa che sia semplice, o possibile, riprendere in classe dei comportamenti scorretti, violenze verbali o fisiche, se i ragazzi ricevono continuamente, guardando quello che succede in Parlamento o in televisione, il messaggio forte e chiaro ‘sì, insulto , sputo, picchio il collega, non lascio parlare, faccio cose che non si devono fare, ma sono vincente comunque, non pago mai, lo faccio, se mi gira, tanto non mi succede nulla…’?
    c’era quel film, quello con Robert Redford, che si finge detenuto, mentre è il nuovo direttore di un carcere, in America.
    la scuola italiana ricorda bene quella realtà.
    penso che chi propone, parla e pensa dovrebbe fare un passaggio così, da precario , in scuole diverse. forse solo così.
    e sì, io penso di essere meritevole, mi piace insegnare, da sempre.
    una laurea, idonea all’insegnamento per concorso a cattedre, una laurea specialistica ad indirizzo didattico, specializzazione per il sostegno, studio, studio e tanto studio, 46 anni, ancora precaria.
    da precaria cambio sede ogni anno, le classi peggiori nelle quali combatti per poter insegnare, cioè per fare il tuo lavoro, per almeno 4 mesi e quando ingrani, finisce l’anno, resti senza stipendio e, se ti va bene a settembre vai a combattere da un’altra parte.
    certo che non mi piace così, certo che vorrei vedere il merito finalmente riconosciuto. ma non vedo realistico, per quello che è la società italiana oggi, aspettare che un DS si accorga del mio merito e mi chiami, mi dica sì, sei proprio tu quella che serve nel mio istituto. no, non è realistico. per favore, legga il libro della Mastrocola, prima. faccia il supplente in qualcuna delle classi in cui insegnamo oggi. veda i criteri con i quali vengono chiamati gli esperti nelle scuole. poi magari, ne riparliamo.

  4. 4 Angela D'Alia giugno 26, 2008 alle 7:34 pm

    Buonasera. Su molti punti posso darle ragione. Ma quando parla di responsabilità da dare ai presidi a me vengono i brividi. Sono precaria da dieci anni alla scuola dell’infanzia( ho l’abilitazione per la materna e le elementari). Non sono tra i miei colleghi fortunati che può vantare di avere un incarico annuale conferito dal provveditore. Comunque girando di scuola in scuola riesco a lavorare tutto l’anno con enorme sacrificio anche da parte delle mie bambine che vengono sballottate di qua e di là. Ma non mi lamento. L’importante è lavorare ed in modo onesto. Nonostante il mio girare, nella maggior parte delle scuole in cui vado io non vengo nemmeno contemplata dal dirigente. Partecipo ai collegi alle riunioni, ma io come tutti quelli come me siamo soltanto un numero in graduatoria per il dirigente, la cosiddetta tappabuchi in assenza del titolare. E la cosa, le garantisco, è alquanto umiliante.
    Quindi se il dirigente non mi conosce, mi spiega su quali basi può valutare la mia capacità all’insegnamento?
    In questi ultimi anni ho la fortuna di rimanere in una scuola per periodi relativamente lunghi ( da un mese a quasi tutto l’anno scolastico), e chi apprezza veramente il mio lavoro e sa quello che valgo o meno è la mia collega di sezione e soprattutto i genitori che apprezzano oltre al lavoro svolto con i bambini, anche il rapporto che instauro con i loro figli. Ma il dirigente non sa quasi nulla di come lavoro, a meno che non venga a saperlo dai colleghi titolari. Nessun dirigente sa cosa fa il “supplente”.
    Quest’anno il dirigente dove ho lavorato, dopo mesi che ero al suo servizio ha iniziato a ricordare il mio nome dopo che in sede di collegio docenti ho fatto il diavolo a quattro per poter partecipare ad un corso di formazione sul disagio. Corso a cui forse non potevo partecipare perchè pur avendo un contratto fino al trenta maggio, non avevo avuto l’incarico dal provveditore, e quindi non avevo diritto alla formazione. Già i precari siamo trattati come insegnanti di serie b. Ma tra incaricati annuali e supplenti brevi c’è la sottograduatoria.
    la butto lì in modo provocatorio: forse sarebbe meglio che a decidere che debba lavorare con i bambini siano proprio i genitori. Alla fine loro lo conoscono il nome della maestra che sta con i loro figli.
    Ci sono stuoli di genitori che farebbero volentieri a meno di alcuni insegnanti poco produttivi(ahimè purtroppo bastano poche mele marce per far scadere un intero stuolo di persone velide che lavorano) e vedere al loro posto i supplenti che lavorano con onestà e dedizione.
    Angela

  5. 5 lorenza lanzetta agosto 20, 2008 alle 10:28 pm

    ma Giavazzi non ha risposto a nessuno?
    scusi, ma non risponde?

  6. 6 GiuSpa settembre 3, 2008 alle 6:25 pm

    Caro Prof. Giavazzi sottoscrivo interamente ( o quasi) quello che scrive. C’è solo un piccolo problema ……!

    Io ancora non vedo in Italia un Mercato con la M maiuscola in nessun settore merceologico (alimentari, trasporti, assicurativo, bancario,energetico,siderurgico, autostrade, telefonico, televisivo, trasporti, scuola ….lavoro e chi più ne ha più ne metta), quindi tantomeno una reale concorrenza, trasparente e trasversale, che attenui le inefficenze dei sistemi.

    Semmai vedo pantomime di mercati e di privatizzazioni, cioè grandi botteghe, dove vengono tutelati gli interessi e le posizioni di rendita, di grandi industriali, famiglie potenti, forti corporazioni di notabili ecc.
    In più sono stati addirittura creati, a partire dalla tanto agognata II reppubliccca (1994), monopoli/oligopoli privati sui servizi essenziali, su grandi imprese ex statali (ex patrimonio del contribuente) in alcuni casi mal gestite, in altri fatte passare per mal gestite, nei confronti della pubblica opinione.

    D’altronde è lei il Professore e con il suo curriculum, non sono certo io che devo insegnarle queste cose.

    C’è rimasta forse l’acqua, la scuola, la previdenza e forse la sanità ! Qualcos’altro….?!

    Ma per questo ci si sta attrezzando e tutto orientato allo spostamento di quel poco di ricchezza residua verso il nord!! (Raschiamo il fondo del barile)

    Dopodichè sarà tutto spolpato, visto che si è riusciti anche a pagare l’aggio ai signorotti, su una compagnia di bandiera fallita, a indennizzare, cosa unica al mondo, con promesse di lavori che faranno i soliti e pagheranno i soliti (….se ancora tra 25 anni ce la faranno), lo scatolone di Sabbia a cui si è data, parvenza di paese.

    Il valore del lavoro umano, è divenuto ormai una variabile indipendente (… o inesistente), per non parlare della tutela del consumatore, PrEncipE del mercatttO.

    Il mondo scuola, come tutto il resto, a cui i suoi sani principi farebbero un gran bene, segue a ruota tali dinamiche, per cui parlare di graduatorie, piuttosto che di scelta diretta, o ancora di selezione di persone motivate, è una pura astrazione e quanto da Lei enunciato, nella nostra realtà è solo un bell’ esercizio teorico e didattico.

    Nella società Italiana, dove tutto è andato in tilt (rispetto verso l’essere umano, valori, etica, solidarietà, educazione, rapporti umani, rispetto delle regole, mancata applicazione delle sanzioni a chi non le rispetta ecc.), dove si fa a gara a chi strilla di più, a chi recrimina di più, a chi è più razzista, dimentichi di chi siamo e da dove veniamo (poveri emigranti ! Dai veneti … ai siciliani) e soprattutto, essendo disposti a venderci anche la mamma per quattro baiocchi (dai Grandi industriali Capitani coraggiosi al più umile poveraccio),

    nessuno parla e agisce in funzione dei doveri e delle responsabilità……….!

    La corda è tesa, anzi tesissima, e mmmi sa che si va a finire ……male!!!! Altro che … Speriamo che io me la cavo….! Chi ha più sale in zucca ce lo metta !!!!

    Comunque la speranza è l’ultima a morire (Utopia !?!?)e sicuramente dalla scuola si deve ricominciare a fondare questo paese, ammesso che ce ne sia la voglia,si abbassino i toni, ed i principi da lei enunciati, cioè di buon senso siano seriamente ed equamente applicati senza sconti per nessuno!
    Tutto il resto è contorno e Moina ?!?!?!

    SALUTI
    GiuSpa


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