Problemi rimedi retromarce

13 Giu 08

Michele Ainis

Il nuovo esecutivo ha orrore delle mezze misure. Fin dai suoi primi atti ha messo in quarantena le mollezze, le prudenze, gli equilibrismi dell’esecutivo precedente. Insomma il Berlusconi IV è un governo macho, tutto muscoli e mascelle. Ma come succede talvolta a noi maschietti, l’ansia da prestazione può giocare brutti scherzi. Se vuoi dare tutto e subito, magari la tua performance si risolverà in un fiasco. Se al malato propini la cura giusta, ma in dosi da cavallo, quello poi magari ti muore fra le mani. Eccone infatti qualche esempio in pillole (di Viagra).

Primo: i fannulloni. Abitano in ogni lato del pianeta, ma a quanto pare crescono come in serra nei nostri ministeri. Non a caso il settore del pubblico impiego subisce tassi d’assenza superiori del 54 per cento rispetto alle grandi imprese private. Urge perciò un sistema di premi e di castighi. Ma il ministro Brunetta punta tutto sui castighi, anzi sul massimo castigo: il licenziamento in tronco. D’ora in poi basterà allontanarsi un momento dall’ufficio per essere cacciati. È la maledizione degli Incas, che non facevano distinzioni fra i reati, e li punivano sempre con la morte.

Secondo: gli immigrati. Altro problema planetario, che però il governo Berlusconi aveva pensato di risolvere introducendo il reato d’immigrazione clandestina, come se gli extracomunitari in carcere già non fossero abbastanza. E infatti il reato è stato poi derubricato in aggravante. Ma nel frattempo un’ordinanza del 30 maggio ha disposto la schedatura su base etnica dei rom, violando una decina di norme costituzionali.

Terzo: le prostitute. Una piaga non proprio recente, che però l’esecutivo aveva pensato d’affrontare in via d’urgenza con un decreto legge, e anche qui coniando una nuova figura di reato, o meglio riesumando il reato stabilito dai codici fascisti. Risultato: un diluvio di proteste. Sicché la soluzione è stata poi affidata al Parlamento, col dubbio se alla fine verrà dichiarata criminale la lucciola oppure il suo cliente. Ma probabilmente tutt’e due. Quarto: le regole. È forse il male che tutti li riassume, perché ne abbiamo troppe, e perché il troppo diritto si è trasformato nel principale fattore d’insicurezza collettiva. Da qui uno slancio bipartisan, che nel 2005 ha messo in pista una legge «taglialeggi», con l’obiettivo d’abrogare le normative anteriori al 1970, salvo quelle espressamente richiamate. Ma il ministro Calderoli ha appena dichiarato che non basta: via tutto, prima e dopo il 1970. Un’impresa più ardua della costruzione della piramide di Cheope, e appena un anno di tempo per chiudere i lavori. Col rischio di passare da un eccesso all’altro, dal pieno al vuoto. Pazienza, vorrà dire che anche in questo caso faremo come gli Incas.

Quinto: le intercettazioni. Teniamole per ultime, giacché quest’argomento ha innescato un fuoco incrociato di polemiche, e una girandola di numeri che ci hanno lasciato infine un senso di vertigine. Chissà se è vero che in Italia vengono intercettate un miliardo di conversazioni l’anno, come ha detto Gasparri alla tv. O che in America le intercettazioni vengono disposte perfino dai pompieri, come gli ha ribattuto Di Pietro. È certo tuttavia che la misura è colma, che c’è un abuso da correggere. Sennonché pure in tale circostanza la ricetta del governo non ammette mezzi termini: divieto totale, eccetto che per Bin Laden e per Totò Riina. E 5 anni di galera a chi le ordina, nonché a chi le diffonde.

No, non è sulla lista dei problemi che s’impiglia l’occhio strabico di questo esecutivo. Né, talvolta, sulle loro soluzioni. È piuttosto una questione di misura, di gradualità, di proporzione. Perché c’è sempre un che di sproporzionato nella scelta del rimedio rapido, totale, intransigente. Perché è il divieto la cifra unificante dell’azione di governo. E perché la voglia di scorciatoie lo costringe poi a una retromarcia, a un dire e disdire che allontana la soluzione dei problemi. Vale però per i governi il motto che dovrebbe campeggiare in ogni tribunale: giurisprudenza fa rima con prudenza.

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