La lezione irlandese

14 Giu 08

Andrea Romano

Prima di stracciarci le vesti sulla fine dell’Europa, proviamo a chiederci se questo voto irlandese è realmente una catastrofe. È vero: viene colpito al cuore un nuovo trattato che avrebbe portato miglioramenti importanti in tema di politica estera comune, sicurezza, energia e immigrazione. Ma l’Unione Europea continuerà a funzionare sulla base del trattato di Nizza, come d’altra parte è accaduto nel 2005 dopo la bocciatura del progetto di Costituzione venuta dai referendum in Francia e Olanda. E soprattutto, da oggi gli argomenti in favore dell’Europa non potranno più essere tenuti tanto facilmente al riparo dalla discussione pubblica. Con grande beneficio per la trasparenza, la responsabilità democratica e la salute complessiva del progetto europeo. Perché chi è convinto che la chiave del nostro benessere comune sia nel futuro dell’integrazione continentale non potrà più darlo per scontato, ma dovrà spiegarlo con chiarezza a quella parte crescente dell’opinione pubblica che chiede di essere riconquistata alla causa europea.

La lezione irlandese è essenzialmente questa: persino il Paese che sulla carta esibisce le credenziali più solide rischia di rivelare un’anima antieuropea alla prova di una normale consultazione popolare.

Rischia di rivelarla se le ragioni dell’Ue vengono nascoste dalla retorica e dall’indolenza. Nell’ultimo decennio l’Irlanda ha ricavato enormi vantaggi economici da Bruxelles, eppure ha votato come sappiamo, sulla spinta di un’eterogenea alleanza nella quale si sono saldate componenti anti-europee della più diversa natura. Ma lo stesso era accaduto nel 2005 in Francia: il Paese che più di ogni altro aveva intrecciato il proprio destino con il progetto comunitario si era scoperto in maggioranza euroscettico, una volta esplose le molte paure di una società in crisi e di una nazione privata dell’egemonia di cui aveva a lungo goduto nell’Unione.

Siamo sicuri che l’Italia sia al riparo da uno scenario del genere? Proprio noi, che ci piazziamo regolarmente ai primi posti nei sondaggi di Eurobarometro? Proprio l’Italia, che ha dato i natali a tanti nobili padri dell’europeismo? In realtà anche nel nostro Paese sta realizzandosi un’originale saldatura tra euroscetticismi di varia natura. Quelli più espliciti vengono dal leghismo e dalle componenti della sinistra radicale che fuori dal Parlamento sfogano ormai liberamente i propri pregiudizi. Ma ve ne sono di meno visibili e assai più temibili, nascosti nelle vaste pieghe di insicurezze sociali e identitarie che possono volgersi contro l’Europa se opportunamente sollecitati. Anche per questo l’europeismo italiano non può considerarsi immune da uno scomodo ma salutare confronto pubblico. Né gli europeisti italiani – persino coloro che rivestono i ruoli istituzionali più elevati, come il presidente Napolitano – possono credere che a evitare il rischio di uno scollamento tra paese reale e progetto comunitario possa bastare la semplice riaffermazione di un ideale, per quanto nobile e prezioso.

Per ritrovarsi in Europa l’Italia ha bisogno di una trasparente discussione sul senso del proprio europeismo. Quella discussione che abbiamo troppo a lungo rimandato perché costretti ogni volta dal dispotismo del «vincolo esterno». La moneta unica, il risanamento finanziario e altre grandi scelte positive sono state tutte condizionate dall’obbligo che ci veniva dall’Europa. Bene, benissimo. Ma in questo modo ci siamo illusi che la semplice ripetizione di una retorica di segno quasi religioso – quella di un federalismo lanciato verso gli Stati Uniti d’Europa ma sempre più lontano dalla concreta realtà dell’Unione – fosse sufficiente a sopire qualsiasi nostra incertezza. In verità le incertezze sull’Europa si moltiplicano anche tra noi, visibili solo in parte e sempre più rischiose fintanto che vengono nascoste sotto il tappeto. La lezione irlandese dovrebbe convincerci ad affrontarle apertamente, prima che sia troppo tardi.

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