Legalità e moralità

12 Giu 08

Emanuele Macaluso

Il tema delle intercettazioni telefoniche e dell’uso che ne viene fatto è ancora al centro dello scontro politico. Era inevitabile dato che il presidente del Consiglio ha proposto una riforma, nel quadro della campagna sulla sicurezza che invece ridurrebbe la sicurezza dei cittadini nel momento in cui debbono essere perseguiti reati gravi come la corruzione, la concussione, la pedofilia, gli stupri, gli omicidi e le rapine. Aggiungo i reati in campo finanziario dove le operazioni truffaldine si sono moltiplicate data l’estensione dei processi di finanziarizzazione dell’economia. Il fatto che nell’uso delle intercettazioni si siano verificati abusi e soprusi non può suggerire le misure indicate da Berlusconi che colpirebbero anche la libertà di stampa. Il Presidente della Repubblica ha detto che «il problema esiste e va risolto» e ha auspicato un’intesa tra governo e opposizione, che evidentemente non può essere realizzata se si usa lo strumento del decreto. Occorre un disegno di legge: anche perché questo è un metodo più trasparente.

«Il problema c’è», dice il Presidente. Ma qual è effettivamente? Io penso che la questione sollevata – il coinvolgimento di persone estranee ai fatti – non riguardi solo le intercettazioni, ma tutti gli atti giudiziari. La questione ha un rilievo enorme e ho avuto occasione di discuterne con Virginio Rognoni, quando ricopriva la carica di vicepresidente del Csm, segnalando, attraverso la rivista che dirigo, casi clamorosi. Di che si tratta? Leggendo richieste o ordinanze di rinvio a giudizio, sentenze, persino con assoluzioni, a volte vengono chiamate in causa persone non incriminate, non condannate, nei confronti delle quali, però, si danno giudizi moralmente pesanti.

Ora i pm e i giudici sono chiamati ad esercitare quel che forse impropriamente si chiama «controllo di legalità». E questa prerogativa costituzionale va garantita e difesa. Ma nessuno ha dato ai magistrati il compito del «controllo» sulla moralità e di esprimere giudizi di merito. I magistrati debbono incriminare chi commette un reato e non un cittadino che ritengono «indegno» anche se non hanno prove sufficienti per un’imputazione o una condanna. Il controllo di moralità dovrebbe appartenere ai partiti per chi vi milita e si candida a incarichi pubblici. E soprattutto appartiene alla pubblica opinione, alla libera stampa. So bene che nella vita pubblica ci sono persone che compiono atti che non sono reati perseguibili, ma sono politicamente e anche moralmente condannabili. Ma, ripeto, questo giudizio va affidato ai cittadini e alle assemblee che votano. Perciò non sono d’accordo col mio amico Ricolfi quando scrive che «proibendo la diffusione delle intercettazioni si può ottenere molta più privacy in cambio di ben poca informazione in meno». Un giornalista e un giornale non debbono mai accettare il «cambio» di cui parla Ricolfi, altrimenti cade uno dei cardini fondamentali del nostro mestiere. Non si può essere «leggermente incinte».

Sono i magistrati che debbono trascrivere ciò che è utile al processo, distinguendo ciò che può configurare un reato da ciò che si considera un comportamento moralmente condannabile. Giudizi non verificabili e discutibili. Ed è il magistrato che non rispetta le leggi che va censurato, non il giornalista che ne dà notizia. Su questa distinzione la legge di cui si parla dovrebbe essere chiara e rigorosa. Infine mi chiedo: l’auspicio del Capo dello Stato che si scriva una legge efficace frutto di una discussione seria e bipartisan sarà accolto? Me lo auguro, ma ne dubito. Anche perché c’è chi vuole condizionare l’agire dei magistrati e della stampa e chi vuole che le toghe siano intoccabili e incensurabili qualunque cosa facciano.

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