La salute dei politici

9 Giu 08

Andrea Romano

Siamo sicuri che il malore accusato sabato dal premier sia stato di lievissima entità e auguriamo a Berlusconi di godere a lungo dell’invidiabile vitalità che dimostra. Ma le condizioni di salute di chi esercita il potere esecutivo su mandato democratico non sono un fatto privato. O meglio, lo sono finché l’opinione pubblica non ha motivo di ritenere che l’efficacia dell’azione di governo possa essere minimamente condizionata da ciò che la natura impone al nostro corpo di uomini e donne.

Quando questo avviene, anche se per un breve tratto di tempo, è indispensabile che vi sia un’informazione completa e tempestiva non solo sul singolo episodio ma sullo stato di salute complessiva del capo del governo.

Perché un leader democratico non è un cittadino qualunque né un politico come tutti gli altri. È tenuto a forzare costantemente i confini della propria privacy, anche su temi sui quali è normalmente più alta la soglia del nostro rispetto individuale. Perché è anche su quei temi che oggi valutiamo l’affidabilità del potere elettivo. La personalizzazione della politica che tutto l’Occidente ha conosciuto negli ultimi anni è fatta anche di questo: dell’onere supplementare di chi governa a condividere con l’opinione pubblica aspetti della propria vita che un tempo sarebbero stati considerati al riparo dal diritto all’informazione.

Nell’ottobre 2004 il poco più che cinquantenne Tony Blair organizzò una conferenza stampa a Downing Street per raccontare dell’operazione al cuore che aveva appena subìto, qualche settimana dopo aver accusato un mancamento di origine cardiaca che per qualche ora lo aveva tenuto lontano dalle leve del potere. In quell’occasione la Gran Bretagna discusse per giorni e nel dettaglio dello stato di salute di un leader che incarnava ancora l’immagine del “giovane politico” e che di lì a poco avrebbe vinto nuovamente e per la terza volta consecutiva le elezioni. Più di recente il candidato repubblicano John Mc Cain ha addirittura convocato in clinica una pattuglia di giornalisti per mostrare e discutere le quattrocento pagine della sua cartella clinica, con dovizia di particolari sui malanni passati e presenti di un settantenne che tra pochi mesi potrebbe insediarsi alla Casa Bianca nella pienezza dei poteri presidenziali.

Si dirà che si tratta di esempi tipici del mondo anglosassone, dove i confini tra pubblico e privato per chi esercita un mandato popolare sono tradizionalmente più permeabili rispetto a quelli coltivati dai paesi di civiltà cattolica. Ma più che a secolari differenze culturali dovremmo guardare ai più recenti mutamenti che l’Italia ha conosciuto nella trasparenza del potere politico. Tra i molti abusi moralistici che la crisi della politica ha portato con sé, un cambiamento è stato sicuramente positivo: la diminuzione del livello di opacità che oggi siamo disposti a tollerare in chi ci governa. Oltre all’ambito della morale e della vita privata, questo riguarda l’efficienza fisica di chi dirige l’azione di governo.

Tra l’altro lo stesso Berlusconi ha mostrato in passato di non temere la comunicazione di notizie sulla propria salute. Nel luglio del 2000, intervistato da Mario Calabresi per Repubblica, raccontò con coraggio di come aveva vissuto e sconfitto il cancro che lo aveva colpito nel 1997.

Allora il Cavaliere era a capo dell’opposizione, oggi guida un governo appena insediato da un ampio mandato democratico. A maggior ragione, dunque, sarebbe opportuno che l’autentico stato di salute del presidente del Consiglio fosse comunicato al Paese. Finalmente fuori dal dominio delle indiscrezioni e della curiosità morbosa.

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