Politica educata e società incivile

7 Giu 08

Ilvo Diamanti

E’ come assistere a due film diversi. A Roma e nel territorio. In Parlamento e nella società. E’ già avvenuto in passato, di recriminare sul distacco fra il Palazzo e la Piazza, tra la politica e la società. Anzi è divenuto uno stereotipo contrapporre questi luoghi. Il Palazzo sordo, i politici attenti solo ai propri problemi e ai propri interessi. La Piazza in fermento e in ebollizione. La società: dinamica, aperta. Gli attori del mercato: capaci di marciare veloci, magari in modo disordinato e confuso. Ma nella stessa direzione. Verso una mèta comune. La politica, invece, stagnate e divisa. Lontana dalla piazza, dalla società e dal mercato. Due Italie incapaci di parlarsi. Comunisti e democristiani. Destra e sinistra. Berlusconiani e antiberlusconiani. Un Paese spezzato dalla politica. E, inoltre, dall’antipolitica.

Oggi, quella rappresentazione si ripete, ma in modo speculare e simmetrico. Quasi a rovescio. I conflitti politici fanno poco rumore. Nei palazzi della politica gli scontri e le contrapposizioni sono echi lontani. Solo qualche discussione, perlopiù a voce bassa. Per fortuna. La rissa politica degli ultimi anni, ormai, ci dava disgusto. D’altronde, non si vedono motivi di contrapposizione. Mancano le cause scatenanti. In particolare: i numeri. Alla Camera come al Senato, i rapporti di forza lasciano pochi margini di incertezza.
Il governo guidato da Berlusconi dispone di una maggioranza molto larga in entrambi i rami del Parlamento. Gli unici rischi che corre dipendono dalle possibili tensioni interne alla coalizione stessa. Fra PdL e Lega. E, nel PdL, tra i soci fondatori: FI e AN. Che, fino ad oggi, non hanno ancora celebrato riti di scioglimento e, successiva, confluenza nel nuovo soggetto politico unitario.

Tuttavia, non è solo un problema di numeri e di equilibri parlamentari. E’ che – come si usa dire in questa fase – è “cambiato il clima” fra maggioranza e opposizione. Anche fra i leader, Berlusconi e Veltroni: c’è reciproca comprensione. Si parlano, dialogano. A volte, magari, discutono vivacemente. Ma non si insultano più. Danno l’impressione di ascoltarsi, comprendersi, rispettarsi. Qualcuno parla, perfino, in modo malevolo e un po’ maligno, di “inciucio”. Un governo “Veltrusconi”, per usare il nuovo “mostro” tratteggiato da Giampaolo Pansa nel suo variopinto e pittoresco Bestiario. Il CaW, come ironizza – in modo bonario e complice – il Foglio, associando il Ca(Valiere) a W(alter). Difficile, d’altronde, accettare un confronto senza pregiudizi, senza fratture preventive, dopo decenni di divisioni senza mediazioni. In un Paese nel quale il sospetto è uno sport nazionale.

E’ cambiato il clima, dunque. In Parlamento e nei rapporti politici fra schieramenti, partiti, leader. E’ diventato più tiepido. Quasi bello. Ma è cambiato anche fuori dal Palazzo. Nella società. Solo che, qui, è peggiorato. Si è deteriorato, drammatizzato. Incarognito. Lo “spirito animale” che in passato aveva pervaso e attraversato il mercato, le imprese, l’economia, generando innovazione e sviluppo – per quanto disordinato – oggi si è trasferito nei comportamenti sociali. Sul territorio. Dove sentimenti a lungo repressi esplodono, senza freni inibitori.

Così si scatenano aggressioni a campi nomadi. Bruciati anche dopo essere stati evacuati. Così comitati cittadini – o sedicenti tali – si mobilitano contro la costruzione di villaggi destinati alla residenza di nomadi. Mentre monta l’ostilità nei confronti degli immigrati – soprattutto se irregolari oppure clandestini. Un sentimento magari comprensibile, ma nuovo per intensità. Contro un bersaglio che, invece, nuovo non è. Un fenomeno di lunga durata, difficile da definire. Visto che gran parte degli immigrati prima di diventare regolari hanno iniziato la loro carriera da clandestini. E molti diventano irregolari per i limiti improbabili posti da leggi velleitarie più che severe.
In questo Paese, dove il clima politico si è improvvisamente intiepidito, quello sociale si è acceso. Arroventato da vampate improvvise.

I risentimenti dei cittadini – e sedicenti tali – contro le istituzioni non accennano a stemperarsi, ma divengono sempre più violenti. L’antipolitica divampa.
Mentre il rapporto fra i partiti si svolge su basi condivise, il Paese appare diviso. Le fratture territoriali si sono riaperte. La distanza fra Nord e Sud, non è mai apparsa tanto larga. Napoli: mai così lontana da Milano e Treviso. E viceversa. D’altronde, anche Roma si è stancata di recitare la parte della capitale. Basta con la favola del “caput mundi”. Ma neppure “Italiae”.
Preferisce pensare a sé stessa; osservare e ascoltare i propri mali; curare le proprie ferite. Non in modo omeopatico, ma con terapie d’urto. In modo estremo. Se necessario: violento. Anche per questo i romani l’hanno fatta finita con il sorriso di Rutelli e il “volto umano” di Veltroni. Preferendo la maschera tagliente di Alemanno. Senza preoccuparsi troppo della sua passata passione fascista. Anzi…

L’Italia di oggi. Educata, condivisa, moderata nella vita politica di Palazzo. Maleducata, divisa, estrema e violenta nella società e nel territorio. Quasi l’opposto di ieri. O forse: l’altro ieri. Non sappiamo se vi siano relazioni, fra queste due facce del Paese. Sempre simmetriche, dissociate. Ieri come oggi. Oggi come ieri. E’ come se la società avesse assimilato il cattivo esempio della classe politica. E oggi non riuscisse a cambiare stile e comportamento. Al contrario: è come se le “buone maniere” dei leader politici istigassero i peggiori istinti sociali.

Certo, magari è ancora presto. Bisogna lasciare al dialogo che avviene al Centro il tempo di propagarsi intorno, di contagiare la periferia. Il territorio e la società. Però, noi che siamo sempre insoddisfatti, impazienti “a prescindere”. Noi che siamo incapaci di attendere che i processi storici facciano il loro corso. Noi, quando ci guardiamo attorno – e dimentichiamo cosa avveniva ieri. La nostalgia ci assale…

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