Il primo test della libertà

3 Giu 08

Francesco Giavazzi

Il governo ha annunciato che «attorno al 20 giugno, insieme a un decreto per anticipare la Finanziaria 2009, adotterà un piano triennale per la stabilizzazione della finanza pubblica e lo sviluppo economico». Il piano comprenderà provvedimenti su privatizzazioni, delegificazioni e semplificazioni, a partire da quelle necessarie per facilitare l’avvio delle attività di impresa. La parola «liberalizzazioni » non compare, ma il ministero dell’Economia osserva che «sta prendendo forma in maniera non virtuale ma sostanziale un vero e proprio piano Attali », ricordando la commissione incaricata dal presidente francese Sarkozy di individuare i provvedimenti di liberalizzazione dei mercati necessari per modernizzare l’economia.
I primissimi passi del governo Berlusconi in economia sono stati di segno alterno. La scorsa settimana il commissario europeo Peter Mandelson è arrivato a Roma preparato ad ascoltare richieste protezioniste. Invece Adolfo Urso, sottosegretario al Commercio internazionale, lo ha sorpreso affermando che le attuali trattative sul Doha Round (il negoziato internazionale per la liberalizzazione degli scambi) sono «una bozza senza ambizioni, molto deludente per chi crede nell’apertura dei mercati» e chiedendo che l’Europa «accetti alcuni sacrifici in cambio di una reciprocità che porti all’apertura dei mercati dei Paesi emergenti».
Il ministro Brunetta ha affrontato la riforma della pubblica amministrazione con determinazione, presentando norme che consentirebbero di premiare il merito: «Per quanto riguarda i premi ci sarà lo zero e il massimo, perché l’incentivo uguale per tutti non è un incentivo. I minimi devono essere molto minimi e i massimi molto massimi ». Ascoltato il progetto del ministro, la Cigl se ne è subito andata, dicendo che con quelle idee non si cominciava neppure a parlare. Ma due giorni dopo ci ha ripensato. Per Brunetta un primo successo.

Più variegati i primi passi del ministro dell’Economia. Il progetto di procedere con la privatizzazione di Fincantieri è un passo importante, considerando che da anni l’unico ostacolo a quella vendita è l’opposizione dei sindacati. Ma nel piano per lo sviluppo ritorna il progetto di creare una Banca del Sud. Ne abbiamo già sperimentate due, il Banco di Sicilia e quello di Napoli: prima di spendere altro denaro pubblico occorrerebbe almeno chiedersi (come si è chiesto sabato il Governatore della Banca d’Italia) che vantaggi ne siano venuti per il Mezzogiorno e quanto siano costati ai contribuenti i fallimenti di quelle due banche (uno per cento del Pil solo Napoli).
La scelta di Intesa-Sanpaolo come consulente del governo per l’ennesimo tentativo di privatizzare Alitalia è davvero sorprendente. Fino a pochi mesi fa quella banca partecipava alle trattative per acquistare Alitalia dal lato dei possibili acquirenti. Inoltre, per procedere alla scelta di un consulente senza una gara, il governo ha dovuto adottare un decreto legge che dispone una «deroga alla legge 474/94 sulle modalità di dismissione delle partecipazioni del Tesoro», una norma che ci era stata imposta da Bruxelles e la cui soppressione scopre il fianco a una contestazione che rischierebbe di far saltare la nuova procedura di vendita e perdere altri mesi. Sarebbe quindi opportuno che il ministro Tremonti ci ripensasse.
L’accordo con le banche sulla possibilità per i clienti di trasformare i mutui a tasso variabile in mutui a tasso fisso con la rata bloccata al 2006 dimostra assai poca fiducia nella concorrenza. La legge già consente ai cittadini di spostare il loro contratto da una banca all’altra se altrove vengono loro proposte condizioni migliori (si legga a questo proposito Angelo Baglioni su http://www.lavoce.info).
Se le banche ostacolano la «portabilità dei mutui» occorre far rispettare la legge. E’ solo la concorrenza fra le banche che farà scendere il costo dei mutui, non gli accordi negoziati dal ministro con l’Associazione bancaria — il cui entusiasmo per il nuovo patto è per lo meno sospetto.

La scelta di ridurre le tasse partendo dall’eliminazione dell’Ici sulla prima casa va in direzione opposta al federalismo fiscale. Solo riducendo la distanza che separa i cittadini dagli amministratori pubblici è possibile qualche forma di controllo sull’efficacia della spesa. Se tutte le tasse finiscono a Roma come può un cittadino valutare il modo in cui vengono spesi i suoi soldi? E infatti i sindaci hanno già cominciato a dire che se paesi e città non funzionano è solo colpa di Roma. Ma c’è un rischio ben più grave. L’unica risorsa propria che ora rimane al sindaco sono gli oneri di urbanizzazione che il comune incassa se trasforma un terreno da zona verde o agricola in area edificabile. E’ certamente più facile cementificare e distruggere coste, parchi e ambiente — come abbiano già abbondantemente fatto — che tagliare qualche spesa superflua. Che ne pensa Stefania Prestigiacomo, ministro per l’Ambiente e la tutela del territorio? E Sandro Bondi, ministro per i Beni culturali, che è stato così sollecito nell’impegnarsi a difendere il paesaggio di Monticchiello? (Occorre dare atto al ministro Matteoli di aver lanciato l’allarme, in un’intervista ieri alla Stampa, per gli effetti che la cementificazione ha sul territorio).
Un anno fa Giulio Tremonti aveva criticato le liberalizzazioni di Bersani affermando che in molte materie, in primis le professioni, la riforma della Costituzione assegna le competenze alle Regioni: Bersani legiferava su materie che non erano più di sua competenza, quindi perdeva solo tempo. Il 21 dicembre scorso la sentenza n. 443 della Corte costituzionale ha bocciato i ricorsi della Sicilia e del Veneto che sostenevano quanto affermato dal ministro dell’Economia. Scrive la Corte: «La tutela della concorrenza è riservata alla competenza esclusiva dello Stato dall’art. 117, secondo comma, lettera e) della Costituzione».

La responsabilità di ulteriori passi avanti nella liberalizzazione delle professioni è quindi tutta del governo. Così anche per i servizi pubblici locali. Il governo non può obbligare Comuni e Province a vendere autostrade, società elettriche e del gas, né a ridurre posti e compensi nei consigli di amministrazione di queste società, moltiplicati da che si è inventata la «governance duale». Ma può annunciare che prima vendono le loro quote e solo dopo possono chiedere soldi allo Stato. Niente denari per la quarta linea del metro a Milano finché il Comune deterrà quote di A2A, l’azienda elettrica lombarda. Né denari alla Provincia finché non venderà la sua quota nell’autostrada Milano-Serravalle.

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1 Response to “Il primo test della libertà”


  1. 1 RoLa1961 giugno 20, 2008 alle 7:37 pm

    da http://www.precari.org
    GIAVAZZI DIXIT di Pino Patroncini

    A proposito delle attuali modalità di reclutamento nazionale Giavazzi dixit:

    “Il risultato sono i test PISA dai quali le scuole italiane (con importanti eccezioni, come le scuole del Trentino Alto Adige, della Valle d’Aosta e di alcune province lombarde) emergono fra le peggiori d’Europa”

    Balle!

    Giavazzi svaluta la scuola italiana quantitativamente e qualitativamente.
    Se Giavazzi non conosce la scuola dimostri almeno di conoscere i risultati dei test PISA i quali dicono che:

    1) la regione migliore è il Friuli Venezia Giulia e non il Trentino Alto Adige né la Valle D’Aosta ( ma fa sempre effetto citare regioni che possono apparire più tedesche o francesi che italiane!).

    2) sopra la media OCSE sono non solo le scuole del Trentino AltoAdige della Valle d’Aosta e della Lombardia, ma anche quelle del già citato Friuli, del Veneto, del Piemonte, della Liguria e dell’Emilia Romagna, vale a dire di quel terzo geografico d’Italia che è il più ricco e sviluppato economicamente.

    3) circa 4 ragazzi su 10 frequentano scuole al di sopra della media OCSE, quindi tutt’altro che le peggiori d’Europa, dato che quel terzo geografico d’Italia è anche il più popoloso dal punto di vista demografico e scolastico (39% dell’utenza nazionale).

    In questo terzo più popoloso d’Italia, grazie ai tanto (da lui) deprecati concorsi nazionali, insegnano per circa il 50% dell’organico docenti che provengono dalle zone del Centro e soprattutto del Sud d’Italia, le cui scuole invece sono sotto le medie OCSE PISA, parte dei quali poi ritorna nelle zone d’origine.
    Senza con ciò voler negare l’importanza della formazione degli insegnanti e il valore dell’autonomia scolastica, soprrattutto di quella didattica e di ricerca, se ne deduce che queste differenze sono difficilmente attribuibili ai docenti o ai concorsi nazionali, ma piuttosto ad una relazione tra scuola e tessuto socio-economico circostante il quale alimenta bisogni e aspettative nonché le dinamiche, organizzative e intellettuali, per la loro soluzione.
    Bisognerebbe chiedersi anzi se una situazione di concorsi locali (come una qualsiasi altra forma di “federalismo scolastico”) non aggraverebbe, anziché risolvere, queste differenze, inchiodando ciascuno al suo dis-livello.


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