La spirale che teme il Presidente

2 Giu 08

Federico Geremicca

Ci ha naturalmente ragionato sopra per qualche giorno, perplesso circa il fatto che ancora nessuno avesse parlato di quel «filo comune» che, a suo giudizio, unisce l’uno all’altro gli episodi di violenza che hanno costellato le cronache più recenti. Poi, ha immaginato che non ci fosse occasione migliore della Festa della Repubblica per esplicitare la sua preoccupazione. Giorgio Napolitano l’ha chiamata «rischio di regressione civile». Ma avesse potuto dire per intero e con più semplicità quel che teme, avrebbe forse usato una parola sola: spirale. Una spirale di intolleranza e di violenza che tiene appunto assieme il delinquere degli extracomunitari e le reazioni incontrollate dei cittadini, fatte di campi rom dati alle fiamme e di negozi sfasciati al Pigneto; l’impossibilità per giovani di destra di tenere convegni alla Sapienza e le risposte costruite su raid violenti e sequestri di professori; le decisioni del governo per fronteggiare l’emergenza rifiuti a Napoli e, in replica, il ribellismo della gente «verso legittime decisioni dello Stato».

Finora, mondo politico e informazione si erano occupati di tutto ciò commentando e analizzando quanto accadeva episodio per episodio, e provando a unificarli ricorrendo – al massimo – a un generico «che brutta aria tira nel Paese».

Al contrario, al Capo dello Stato pare di cogliere un elemento che unifica il riesplodere della violenza politica nelle università e quella della «squadraccia» del Pigneto, la ribellione della gente di Chiaiano e una sensazione di insofferenza generale. Questo elemento è l’intolleranza. Un clima di intolleranza che alimenta una spirale di violenza nella quale a ogni atto non condiviso corrisponde, o può corrispondere, una reazione che valica i confini della legge e della civile convivenza. Una miscela esplosiva che rischia di cambiar faccia a un Paese noto, al contrario («italiani brava gente»), per la sua tradizionale tolleranza. E per questo, ai concittadini riemersi «dall’abisso della guerra voluta dal fascismo» e poi capaci di superare «tante tensioni e prove», il Presidente dice «non possiamo permetterci di fare un passo indietro». E li invita a «costruire insieme un costume di rispetto reciproco, nella libertà e nella legalità».

Rispetto reciproco. Attraverso «uno sforzo straordinario di solidarietà e unità», quale quello che permise la nascita della Repubblica. Rispetto e dialogo di cui devono essere protagonisti, innanzitutto, le classi dirigenti del Paese e gli organi dello Stato. È anche per questo – perché considerato elemento della spirale di intolleranza, e segno di mancanza di unità – che il Presidente della Repubblica sarebbe rimasto sorpreso e assai amareggiato dall’iniziativa giudiziaria messa in campo dai magistrati napoletani nei confronti della struttura commissariale che si occupa dei rifiuti in Campania. I tempi (a ridosso della firma apposta dal Capo dello Stato al decreto del governo) e le forme (gli arresti, misura discrezionale e in questo caso apparsa a molti vessatoria) sarebbero appunto sembrati a Napolitano parte di quella spirale da arrestare immediatamente. Alternative, del resto, non ce ne sono. E non basta.

Perché in un quadro fatto di azioni e reazioni violente, di intolleranza che genera intolleranza, anche iniziative del governo tese a ristabilire il primato dello Stato in ogni area del Paese (come, ad esempio, l’utilizzo dell’esercito a Napoli) rischiano paradossalmente di rendere ancora più incontrollabile e tesa la situazione.

Per suo conto, il Presidente della Repubblica fa quel che può. Invita incessantemente al rispetto reciproco e al confronto, sollecita il dialogo fra le forze politiche e sentimenti di solidarietà tra i cittadini. E sarà anche solo un risultato simbolico, ma ieri – per esempio – lungo questa via una soddisfazione Napolitano l’ha avuta: per la prima volta da quando è impegnato in politica, Silvio Berlusconi ha partecipato al ricevimento al Quirinale per la Festa della Repubblica. «Questa volta – ha spiegato – ho ricevuto l’invito con particolare cordialità e ho sentito il dovere di presenziare». È un buon segno. E magari un paradosso. Che sta nel fatto che, dopo Capi dello Stato come Scalfaro e Ciampi, la piccola «impresa» sia riuscita proprio a Napolitano: un ex comunista che Forza Italia, nelle aule del Parlamento, non volle nemmeno votare come Presidente.

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