Il secchiello e il mare

1 Giu 08

Luca Ricolfi

Rifiuti, Alitalia, immigrazione. Il governo sa perfettamente che sono questi i tre problemi su cui sarà giudicato a settembre, allo scadere dei primi 100 giorni di lavoro. Ed è ragionevole che sia così.

Perché gli altri problemi – primo fra tutti quello del potere di acquisto – non sono questioni che si possono aggredire in pochi mesi: ci vorranno anni per uscire dal tunnel, e la gente lo sta capendo. Non so come andrà a finire su rifiuti e Alitalia, ma sull’immigrazione mi sto facendo un’idea, che spero sinceramente possa rivelarsi errata.

La mia impressione è che governo e opposizione si stiano dividendo sui principi anziché sui rimedi, e che i rimedi prospettati da entrambi gli schieramenti saranno inefficaci. La sinistra, nonostante si sforzi di svegliarsi, resta impigliata negli schemi mentali di sempre: per essa il rischio è che i nuovi provvedimenti siano discriminatori e che il pugno di ferro del governo alimenti un clima d’intolleranza, xenofobia, razzismo contro persone «quasi tutte colpevoli solo di fuggire per il mondo alla ricerca di una sopravvivenza dignitosa» (così Stefano Rodotà su la Repubblica). Una sorta di riflesso condizionato di tipo pavloviano porta i politici di sinistra a emettere verdetti prima di conoscere i fatti (come nella penosa vicenda del Pigneto) e a criticare i provvedimenti del governo prima che siano stati messi a punto (come nel caso del reato di clandestinità).

Ma la sinistra, in fondo, fa quel che crede essere il suo mestiere: frenare. Chi mi preoccupa è la destra. L’obiettivo di restituire un po’ di sicurezza ai cittadini e rendere l’Italia un paese inospitale per i criminali di tutta Europa è sacrosanto. Sono i mezzi che lasciano perplessi, ma per ragioni opposte a quelle che turbano Veltroni. Anche ammesso che tutte le misure di cui si è parlato in questi giorni superino indenni il passaggio del dibattito parlamentare, resterebbero scoperti almeno tre nodi fondamentali.

Primo. Portare da 2 a 18 mesi il tempo massimo di detenzione nei Cpt (centri di permanenza temporanea) è una misura che non aumenta bensì riduce il loro potere di assorbimento, come sa chiunque gestisca un magazzino o un ospedale. Facciamo un esempio. Se un Cpt ha 1000 posti e gli ospiti in media si fermano 30 giorni, ogni mese si liberano 1000 posti, e dunque per il Cpt possono transitare 12 mila persone l’anno. Ma se il tempo di permanenza viene allungato di 10 volte, ogni mese si libereranno solo 100 posti, e per il Cpt non transiteranno più 12 mila persone ma solo 1200. In breve, un provvedimento pensato per rafforzare l’azione di contrasto alla clandestinità finirebbe per produrre l’effetto opposto, rendendo ancora più vano di oggi il lavoro delle forze dell’ordine. Il punto è tanto più rilevante se si pensa che già ora, con un tasso di turnover decisamente elevato, la capacità di assorbimento dei Cpt è meno di un quarto di quella che occorrerebbe: se la si volesse adeguare alla richiesta delle forze dell’ordine, e nello stesso tempo si volessero allungare i tempi medi di permanenza, i posti attualmente disponibili dovrebbero essere moltiplicati almeno per 30, il che significherebbe creare un vero e proprio sistema paracarcerario parallelo. Ci sono i mezzi e la determinazione per imboccare una strada del genere?

Secondo. Nonostante la costruzione di nuove carceri fosse uno dei punti del programma del Pdl (missione 3, paragrafo 2), di edilizia carceraria non si sente parlare quasi mai. Eppure sarebbe una delle prime cose da fare, tanto più se si vogliono inasprire le pene o introdurre nuovi reati, come quello di clandestinità. A meno di due anni dallo sciagurato indulto (voluto da tutti i partiti eccetto Lega, An e Italia dei valori) il numero dei carcerati ha di nuovo superato la capienza massima regolamentare, ed è destinato nel giro di poco a tornare ai livelli del 2005, ultimo anno pre-indulto. Qual era la situazione delle carceri nel 2005?

I detenuti totali erano circa 60 mila, di cui 40 mila italiani e 20 mila stranieri, la capacità delle carceri era di 43 mila posti, ossia poco di più del necessario per accogliere i soli italiani. In realtà quella capacità sarebbe sufficiente ad accogliere anche gli stranieri se il loro tasso di criminalità fosse paragonabile a quello degli italiani, anziché essere circa 8 volte maggiore: in tal caso nel 2005 avremmo avuto 2-3 mila stranieri in carcere, anziché 20 mila. Un calcolo approssimativo suggerisce queste cifre: la sola immigrazione straniera regolare costa allo Stato italiano 5-6 mila posti in più, mentre quella irregolare ne costa 13-14 mila. In tutto fanno almeno 18 mila posti aggiuntivi dovuti esclusivamente al fatto che gli stranieri delinquono più degli italiani (3-4 volte di più se regolari, 28 volte se irregolari). Terzo. Come ha giustamente ricordato nei giorni scorsi il capo della Polizia Antonio Manganelli, siamo in una situazione di «indulto quotidiano», e in una situazione di questo tipo non ha senso chiedere alle forze dell’ordine di svuotare il mare con un secchiello (ma forse sarebbe meglio dire: con un setaccio). Finché i tribunali sono ingolfati e i posti nelle carceri e nei Cpt sono quelli che sono, è illusorio pensare che la sicurezza effettiva possa aumentare in modo apprezzabile. Certo, per un cittadino impaurito è meglio un governo che ne capisce le ragioni che un governo che lo umilia dandogli del razzista intollerante, ma alla lunga quel medesimo cittadino non si potrà accontentare di segnali cui non seguono effetti, ossia di norme sempre più severe e sempre meno applicate. Insomma, fra uno o due anni il governo potrebbe essere percepito come il classico esempio di «can che abbaia e non morde».

Queste perplessità, naturalmente, saranno da alcuni classificate come critiche «da destra» al governo Berlusconi. E in certo senso lo sono, se chiedere di fare sul serio a un governo che dichiara di voler combattere il crimine significa criticarlo da destra. C’è però anche un’altra critica, da sinistra questa volta, che andrebbe rivolta al governo (e forse anche a una parte dell’opposizione): nel momento in cui si prepara un giro di vite contro la criminalità non si può sottovalutare, come mi sembra si stia facendo, l’altra faccia del problema, ossia la condizione vergognosa di tante carceri e tanti Cpt, nonché la mancanza di una vera politica di reinserimento sociale. Non so se avere un sistema penitenziario da paese civile accrescerebbe i consensi al governo, né sono in grado di stabilire se alleviare l’incubo carcerario rafforzerebbe o indebolirebbe l’azione di contrasto alla criminalità. Ma sono certo che preferirei vivere in un paese giusto, in cui lo Stato sa essere severo, ma non dimentica il diritto di tutti, anche dei criminali, ad essere trattati come esseri umani.

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