La grande trappola

28 Mag 08

Pierluigi Battista

Addirittura una retata, la coreografia degli arresti in massa per sgominare una banda di malfattori. E chi sarebbero questi presunti mal-fattori prontamente consegnati alla giustizia con grande dispiego di forze? Tecnici che in questi anni sono stati il cuore del commissariato per l’emergenza rifiuti a Napoli. E poi collaboratori di stretta fiducia dell’attuale commissario Bertolaso. Addirittura un prefetto, coinvolto lateralmente per falso in atti pubblici. Un colpo della Procura di Napoli in uno dei momenti decisivi della guerra divampata sullo scandalo dell’immondizia. Una frustata dall’impatto micidiale che però non può finire con un pareggio.
O hanno ragione i magistrati e allora lo Stato impegnato nella battaglia dei rifiuti si rivelerebbe un covo di malversazione. Oppure la magistratura ha agito con imprudenza irresponsabile: circostanza che non configurerebbe solo un errore, ma una trappola mortale. Ovviamente non è in discussione l’obbligo della magistratura di indagare, se viene a conoscenza di reati. Ma le modalità, le proporzioni, i tempi di un’indagine giudiziaria con ben 25 ordini di custodia cautelare da eseguire, in questo caso sono tutto. Nella mattina in cui vengono rimosse le barricate di Chiaiano (a proposito: non è reato fare le barricate?); nei giorni in cui lo Stato italiano (lo Stato, non solo il governo) sembra aver imboccato con determinazione la strada per la soluzione di un’emergenza umiliante, pericolosa, inaccettabile, oramai dirompente persino sotto il profilo sanitario; proprio quando sembra arrivare a compimento un’azione che può mettere in scacco l’abusivismo avvelenato delle discariche in mano alla malavita camorristica; a poche ore dall’accorato appello dello stesso capo dello Stato per vincere gli ostruzionismi localistici che impediscono fisicamente di applicare la legge, proprio adesso vengono eseguiti gli arresti richiesti dai pm nientemeno che alla fine di gennaio.

Era davvero urgente questa ondata di arresti? E allora perché hanno aspettato non quattro giorni, ma addirittura quattro mesi? Non era invece così urgente, non c’era tutta questa premura che obbligava gli inquirenti ad agire con tanto clamore? E allora è difficile non immaginare una tempistica perfetta, l’attesa del momento mediaticamente più propizio per delegittimare chi in questo momento sta conducendo la battaglia decisiva sui rifiuti di Napoli.

Non un arresto, ma 25 eseguiti con grande clamore danno inevitabilmente il senso di una consorteria delittuosa ramificata, pervasiva, installata nei gangli vitali degli apparati che hanno gestito da almeno due anni l’intera vicenda dell’immondizia napoletana. Se è così, per fortuna un pugno di magistrati coraggiosi ha reciso il bubbone senza pietà. Ma se non è così?

Se non si rivelerà questa la dimensione delinquenziale messa in luce dall’inchiesta, se nella peggiore delle ipotesi siamo molti gradini sotto questo concentrato di criminalità istituzionale e para istituzionale, allora i modi con cui la giustizia ha deciso di agire diventano un incubo: l’azzoppamento preventivo delle istituzioni cui gli italiani stanno affidando il compito di risolvere una situazione intollerabile. Le irregolarità vanno perseguite, certo. Ma nella guerra dei rifiuti non c’è peggiore irregolarità di quella che, senza validissimi e incontrovertibili motivi, porta alla demolizione delle strutture chiamate a eliminare le montagne di immondizia che ci stanno sommergendo. Il modo peggiore di perdere una guerra giusta.

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