Macchina taglialeggi per Napoli

20 Mag 08

Michele Ainis

Napoli brucia, perché il supercommissario sui rifiuti è incespicato su un rifiuto normativo. Dopo settimane di lavoro, dopo qualche buon risultato, tre distinte procure ne hanno paralizzato l’opera contestandogli vizi formali e cavilli burocratici. Sicché – per dirne una – il sito di stoccaggio di Coda di Volpe è finito sotto sequestro, in quanto nella sua ordinanza De Gennaro non specificava a quali norme ambientali intendesse derogare. Mica facile, quando ogni codice di diritto dell’ambiente ospita più pagine di un volume d’anatomia. Ma in questo senso Napoli è ormai specchio e metafora del nostro Paese. Le pile di monnezza fumante sono tal quali gli accidenti che ci si parano dinanzi quando bussiamo al portone di Sua Maestà la Legge: 71 timbri per aprire un esercizio commerciale, 27 mesi per una licenza edile, 233 scadenze l’anno per ogni imprenditore. Da qui uno Stato senza regole, dato che le troppe regole s’elidono a vicenda. Da qui una giustizia che funziona in tempi biblici, e che si rivela spietata con i deboli, condiscendente con i forti. Da qui il gran mare in cui nuotano i poteri criminali, le consorterie affaristiche, le clientele dei partiti. Da qui, infine, la rissa fra le istituzioni, perché le istituzioni a loro volta sono troppe e perché la mano destra dello Stato agisce senza mai sapere che cosa stia combinando la mano sinistra.

Per guarire Napoli e l’Italia c’è una sola terapia: la cura della semplicità. Con il governo Berlusconi questa cura ha trovato il suo dottore, nella persona del ministro per la Semplificazione. Pare che in origine Calderoli fosse destinato ad altro incarico, e che si sia inventato lì per lì quella poltrona quando ha scoperto che tutte le altre erano già state occupate. Non importa: spesso le buone idee nascono per caso, per una congiuntura astrale. E d’altronde il suo dicastero non è meno importante dell’Interno o dell’Economia. La commissione Pajno ha contato 21 mila leggi e 70 mila regolamenti statali, cui s’aggiungono 30 mila leggi regionali. Nessuna politica per la sicurezza, nessuna crescita economica potrà mai attecchire senza aver sfoltito questo corpaccione normativo con un bel paio di forbici da pota. Secondo l’ex ministro Bassanini, per tale via potremmo ridurre di 9 miliardi l’anno i costi delle imprese, guadagnando 2 punti di Pil e 30 miliardi nei saldi di finanza pubblica. Ma per riuscirci è necessario soddisfare una doppia condizione.

Primo: non serve inventare un nuovo marchingegno. La macchina c’è già, ed è la cosiddetta «Taglialeggi», creata da Baccini nel 2005. Prevede l’abrogazione automatica di tutti gli atti legislativi anteriori al 1970, salvo quelli espressamente richiamati dal governo, che a propria volta andranno accorpati in codici omogenei. E questo entro il 16 dicembre 2009, una data che è appena dietro l’angolo. Ogni riforma di tale legge di riforma allontanerebbe dunque il risultato alle calende greche. Semmai conviene rafforzarla, stabilendo per esempio che i nuovi codici possano modificarsi soltanto in forma di novella, poiché altrimenti diverrebbero subito obsoleti. Ma siccome nessuna legge può vincolare le leggi successive, c’è bisogno d’una regola costituzionale; a suo tempo la propose la Bicamerale presieduta da D’Alema, non sarebbe male riesumarla.

Secondo: se davvero fra i partiti soffia un vento di dialogo, d’ascolto, di mutuo soccorso sulle grandi questioni nazionali, la semplificazione del Paese sarà il suo banco di prova. Del resto la Baccini in Senato fu votata anche dal centro-sinistra, e da parte sua il governo Prodi aveva cominciato ad applicarla. Inoltre in queste faccende nessuno ha la coscienza vergine, se è vero che i cinque anni del precedente governo Berlusconi ci hanno recato in dote 643 leggi in più, come se già non ne avessimo abbastanza sul groppone. Oggi però, con la semplificazione del quadro politico, c’è il presupposto per la semplificazione normativa e per quella burocratica. E se si può, si deve.

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