L’Europa della fiducia

15 Mag 08

Dario Di Vico

Il protagonista del Forum Economia e Società Aperta è stato Jean-Claude Trichet. Il presidente della Bce ha pronunciato parole chiare sui rischi che corrono le economie europee ma soprattutto ha rivendicato il valore dell’Operazione Euro. Una lungimirante scelta di governo della globalizzazione, che «non ha cambiato solo noi, ma anche il mondo». Trichet rappresenta meglio di altri il profilo volitivo dell’Europa, la capacità delle sue istituzioni di reggere l’urto della crisi e le pressioni dei governi nazionali. Il presidente della Bce è arrivato a Milano sulla scia del successo ottenuto nel duello a distanza con Nicolas Sarkozy che voleva ridimensionarne l’autonomia e invece ha dovuto fare marcia indietro. L’autorevolezza dimostrata nella gestione dei tassi e la risposta immediata che Francoforte ha saputo dare alla crisi dei subprime sono ulteriori elementi che convalidano la percezione di un’Europa che coltiva nuove ambizioni.

Se la vicenda dell’euro dimostra che governare la globalizzazione non è una contraddizione in termini, l’intera costruzione comunitaria è un «caso di scuola » quanto a gestione della complessità e può rappresentare una bussola in una fase in cui c’è un palese vuoto di indirizzi. La crisi finanziaria, l’esplosione dei prezzi delle materie prime, la transizione degli Usa che stanno archiviando l’era Bush e attendono il successore, sono tutti avvenimenti che accentuano la sensazione di vivere in un mondo non governato, che corre senza freni verso un futuro oscuro. Questo vuoto, almeno parzialmente, l’Europa può riempirlo se gioca le sue carte con rinnovata motivazione, se si presenta come un’offerta dinamica e se ritrova la sinergia politica con quei governi che sovente l’hanno contraddetta. Vuoi difendendo i campioni nazionali, vuoi cedendo alla logica degli aiuti di Stato e mostrandosi incapaci di fronteggiare il divide et impera energetico di Putin.

Ma per riempire il vuoto di governance l’Europa è chiamata a riconquistare i suoi cittadini. Si avvicina il referendum irlandese sul Trattato di Lisbona e dalle urne potrebbe venir fuori un responso negativo. Non sarebbe una sciagura paragonabile al doppio no francese e olandese del 2005, ma comunque si tratterebbe di un nuovo stop. Una dimostrazione che le paure degli europei continuano a tener banco e le forze riformiste hanno forse sottovalutato il segnale della Bolkestein, la liberalizzazione dei servizi affondata dai parlamentari di Strasburgo. In quell’occasione il fantasma dell’idraulico polacco che insidiava i posti di lavoro degli artigiani francesi fu usato contro la modernizzazione, contro i consumatori e per legittimare lo status quo. E allora la domanda diventa: come possiamo evitare nuove Bolkestein? Ricostruendo un feeling con i propri elettori, viene da rispondere. Altrimenti le regole che nel frattempo, pur faticosamente, ci saremo dati, i trattati che avremo scritto, si infrangeranno sullo scoglio dell’incomprensione popolare. Per chi sostiene una globalizzazione dolce e governata c’è solo da aprire quei dossier che attendono risposte. Come evitare forme di concorrenza al ribasso tra lavoratori autoctoni e immigrati, come costruire un modello europeo che guidi la riforma dei welfare nazionali, come indirizzare un mercato del lavoro che non carichi tutta la flessibilità dal lato dei figli e non preservi la rendita di posizione dei padri. Di cose da fare ce n’è.

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