Le vendette da bloccare

16 Mag 08

Pierluigi Battista

Sicurezza e raid anti-Rom
I roghi di baracche nei campi nomadi di Napoli. I blocchi stradali anti-rom di Genova. Le bottiglie molotov scagliate contro la casa di due romeni a Milano. Ha ragione Avvenire quando scrive che in Italia si rischia di essere «ingiustamente criminalizzati solo in quanto appartenenti a un’etnia». E’ ancora soltanto un rischio. Almeno fino a che sarà saldamente tracciata una linea di confine invalicabile tra l’azione repressiva verso le sacche delinquenziali clandestine e abusive e la «caccia allo zingaro», tra l’applicazione severa di norme che fronteggino l’angoscia sociale alimentata da una criminalità aggressivamente pervasiva e l’eccitazione regressiva di una giustizia sommaria che colpisce indiscriminatamente non singoli responsabili ma categorie demonizzate in blocco. Senza questa barriera, è fatale che il rischio possa diventare realtà.

Il blitz anticlandestini di ieri (attuato, e non è un dettaglio marginale, con la collaborazione della polizia romena) è il segnale di un impegno. Non può e non deve essere invece l’origine di una nevrosi collettiva che invoca espulsioni in massa e guarda con negligente distrazione ai raid anti-rom che assomigliano troppo alla dinamica feroce di un linciaggio. E se si proclama la tolleranza zero contro l’illegalità, sarebbe il caso di ricordare che l’assalto incendiario ai campi nomadi è un’illegalità grave, da sanzionare come merita. Perciò, se l’Europa chiede un pronunciamento solenne del governo italiano che condanni la spedizione punitiva a Napoli, è bene che il destinatario della richiesta non indugi troppo nella risposta. Ed è una prova di sensibilità da non sottovalutare il fatto che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si affretti a precisare che non verrà meno «il rispetto dei diritti umani» nelle scelte del governo, o che il ministro Roberto Maroni voglia ribadire il principio che la responsabilità è degli individui e non dei gruppi, delle persone che delinquono e non delle etnie e delle nazionalità. Un argine alle scorciatoie semplificatrici che certamente verrà accolto positivamente dal mondo cattolico, oggi particolarmente preoccupato per la deriva intollerante in cui può sfociare la politica repressiva.

Il governo dovrà dunque impegnarsi in una politica della sicurezza severa ma che non confligga con le normative europee di cui in passato anche noi italiani siamo stati artefici. Che non dia vita a provvedimenti frettolosi e caoticamente insaccati dentro un unico decreto legge sulla cui legittimità e sulla cui urgenza anche dal Quirinale possono venire utili e saggi consigli. Che affronti l’allarme sociale con intelligenza e fantasia ma senza varcare la soglia della concessione populista alla mistica della repressione, dell’inasprimento insensato delle pene, dell’affollamento di carceri già sature, sempre al limite della decenza, se non dell’invivibilità. Oggi esiste un’opposizione, incardinata sul Partito democratico, che sul tema della sicurezza non intende erigere barricate, anche per non ripetere gli errori della precedente maggioranza, causa non irrilevante dei recenti rovesci elettorali. Il governo farebbe bene a non dilapidare questa imprevista risorsa, cominciando ad arginare un umore vendicativo che a Napoli è deflagrato con una virulenza inaccettabile: dopo i trionfi elettorali, questo è il suo primo, vero esame.

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