Condannati al dialogo

14 Mag 08

Luigi La Spina

Gli apprezzamenti si sprecano e le interpretazioni pure. La nuova incarnazione berlusconiana, quella dialogante ed ecumenica, riscuote ampi consensi e solleva speranze persino un po’ affrettate. Si parla addirittura di una nuova fase della politica italiana, dopo 15 anni di scontri ideologici durissimi, di colpi bassi, di attacchi personali.

Le aperture allo schieramento avversario che hanno caratterizzato il discorso con cui il premier ha presentato alle Camere il suo nuovo governo vengono spiegate con la forza che gli deriva da una ampia maggioranza parlamentare, dall’omogeneità politica nel ministero, dalle difficoltà dell’opposizione. Ma anche dalla consapevolezza di quanto siano gravi ed urgenti i problemi che l’Italia deve risolvere e di come sia arduo cercare di affrontarli senza un clima di rispetto e di collaborazione, sia pure in ruoli diversi, tra istituzioni, partiti, forze sociali.

Difficile prevedere se questa specie di «luna di miele» parlamentare durerà a lungo o si infrangerà di fronte alle prime concrete scelte governative sulla sicurezza, sull’economia, sullo Stato sociale. È possibile che le buone, reciproche intenzioni siano sopraffatte, abbastanza presto, dagli egoismi partitici e dalle convenienze personali. Lo scetticismo, nato nella Grecia antica, sembra aver trovato in Italia la sua patria d’elezione. Poiché le prediche, soprattutto in politica, non servono a nulla, gli ottimisti possono contare solo una eventualità per confortare le loro speranze: una coincidenza di interessi tra i due maggiori partiti presenti in Parlamento.

L’Italia è ferma e, quindi, in un declino relativo non solo nel mondo, ma anche in Europa. Dall’inizio del secolo il bilancio, piuttosto disperante, è ormai chiaro. La crescita dell’economia è nettamente inferiore a quella degli altri Paesi del nostro continente. Le infrastrutture, cioè strade, ferrovie, trasporto aereo e marittimo sono assolutamente insufficienti per consentire la competitività delle nostre aziende sui mercati. Il caso Alitalia è l’emblema di una vera crisi nazionale, in questo campo. Il sistema dell’istruzione, quella della scuola secondaria e dell’università, squassato da riforme contraddittorie e continue, non assicura ai giovani competenze che si richiedono per lavori qualificati, corrispondenti alle attese di chi ha investito, per molti anni, nella formazione personale. Il divario economico e sociale fra il Sud e il Nord d’Italia, in questi anni, si è approfondito e anche qui, la questione della spazzatura in Campania può essere presa a simbolo di una generale, drammatica condizione, tra criminalità organizzata e degrado civile.

Di fronte a questo quadro che sarebbe sbagliato ritenere troppo pessimistico, il sistema politico, sempre dal 2000 in poi, non ha prodotto una riforma dello Stato che potesse sveltire il processo di decisione da parte della classe politica: dai poteri del premier al bicameralismo perfetto, dal federalismo a una buona legge elettorale. Brutte mezze riforme si sono succedute, con risultati o insufficienti o addirittura negativi. Le corporazioni, dal pubblico impiego ai professionisti e, persino, quelle dei taxisti hanno sempre sconfitto qualsiasi tentativo di limitare i loro privilegi. La giustizia non è diventata, in questi anni, né più celere né più certa. Nel frattempo, tra cittadini e classe politica è aumentato il distacco, con aspetti di sfiducia e di qualunquismo inquietanti.

Ecco perché, forse per la prima volta nella nostra storia recente, si può verificare, in questa legislatura, una vera coincidenza di interessi tra maggioranza ed opposizione. Berlusconi sa che neanche il grande divario parlamentare tra i due schieramenti gli sarà sufficiente per garantire al suo governo il successo. Veltroni ha bisogno di dimostrare che solo un’opposizione diversa, propositiva e non aspramente ostile, può accreditare una nuova identità, finora molto confusa e astratta, al partito dei riformisti italiani.

Il vero banco di prova di questa intesa bilaterale, però, non saranno, molto probabilmente, i prossimi concreti provvedimenti del Berlusconi quarto: quelli sulla sicurezza e sull’economia, dalla totale soppressione dell’Ici alle tasse ridotte sugli straordinari. Ma il clima di dialogo tra maggioranza e opposizione, nonostante il voto in contrasto su queste misure, si prolungherà fino al vero possibile accordo, quello sulle due leggi elettorali, per il voto europeo e per quello nazionale. In modo che si possa evitare il referendum.

Per il presidente del Consiglio, questa scadenza, infatti, costituisce l’unico elemento sul quale non ha, per i prossimi mesi, il pieno controllo. Nella sua maggioranza, tra l’altro, le idee in proposito non convergono totalmente e il risultato della consultazione potrebbe non corrispondere alle sue attese. Anche perché è prevedibile che il Pd si lanci in una robusta e popolare campagna per l’approvazione dei quesiti, nel tentativo di ottenere una sia pure parziale rivincita sull’esito delle legislative. D’altra parte, Veltroni spera di ridurre il carattere esasperatamente proporzionalista del suffragio europeo, perché potrebbe sottrarre al suo partito quella fetta di consensi acquistati, un mese fa, dalla propaganda per «il voto utile». Quale migliore occasione, allora, per utilizzare il clima di dialogo instaurato ieri alla Camera al fine di raggiungere un obiettivo che conviene a tutti e due?

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