Scalfari e il folletto scettico

11 Mag 08

Barbara Spinelli

Tra le molte cose veritiere o acrimoniose che si sono udite nel quarantesimo anniversario del ’68, spicca una lettera inedita di Hannah Arendt, che la rivista tedesca Mittelweg ha pubblicato lo scorso febbraio. È la risposta che la scrittrice inviò a uno studente di teologia, Hans-Jürgen Benedict, il 25 novembre 1967, e le sue riserve sui tumulti europei e americani sfociano in un’asciutta sentenza: «La vera sfida, in politica, è imparare a pensare nei limiti». Il mondo è arduo cambiarlo, se prima non si scopre che a tutto c’è un limite: «Anche alle nostre responsabilità». Oltrepassarlo è follia di grandezza, Größenwahnsinn: «Anche quando essa si nasconde in sentimenti molto sublimi»; anche quando le forze avversate – l’America degli Anni 60-70 – assumono davvero la forma di un «incubo imperialista». Fa impressione ascoltare le parole della Arendt, in questi tempi strani che stracciano con euforia il ’68. Strani perché non è la critica fredda a dominare, ma l’accalorata vendetta delle Erinni. I più aggressivi – Sarkozy in Francia, neo-conservatori in America e Italia – non hanno assorbito quell’asciutto giudizio ma sembrano immersi in analoghe manie di grandezza: anche il loro è un Sessantotto, ma di destra. Anche loro sognano sublimi esportazioni di democrazia. Anche loro incolpano un immaginario establishment culturale, stavolta di sinistra. Anche loro sono refrattari al limite.

Forse è la cosa più difficile, imparare il limite e fondarci sopra non solo la politica, ma un’esistenza. Ci vogliono ingredienti non semplici da trovare, nel mondo e in se stessi: uno sguardo distaccato su di sé, come se ci vedessimo da fuori.

Un’ironia: quella che domanda con aria fintamente credula alla maniera di Socrate. Un distacco, che protegga dalla folie de grandeur. Ci vuole un’attitudine a vivere poeticamente, come in Hölderlin: con azioni «colme di meriti», sì, ma con la coscienza che «poeticamente l’uomo abita questa terra» (Nel blu adorabile…).

Questi ingredienti li ho ritrovati quasi tutti nell’ultimo libro di un grande testimone italiano: Eugenio Scalfari li espone con pudore, come perle di una collana che ciascuno può infilare a suo modo a condizione di maneggiare gli utensili che permettono lo sguardo su di sé: lo scetticismo sulla propria grandezza, la capacità d’ascolto generata dal rivelarsi del limite, infine il distacco. Il lettore avrà singolari sensazioni: ascolterà una vita raccontata come fiaba e al contempo assaporerà un apologo sul distacco, sul metodo di raggiungerlo: non il distacco di chi abbandona le battaglie, ma di chi le continua con il sorriso dell’acrobata di Rilke, nella Quinta Elegia: Subrisio Saltat, il sorriso che spicca il salto.

Già il titolo del libro è indicativo: L’uomo che non credeva in Dio ha suono antico, intreccia il fiabesco rinascimentale al romantico. I capitoli del Gargantua di Rabelais hanno questi titoli, che uniscono romanesque e sberleffo: Come giungemmo allo Sportello abitato da Mordigraffio, oppure: Come passammo per Esagerazione. Qualche secolo dopo, le favole di Grimm propongono imperfetti che ammiccano, annunciano colpi o precipizi impensati: per esempio, la Storia di uno che voleva imparare la paura. All’uomo che non conosceva la paura, come all’uomo che non credeva in Dio, tutto può accadere: la pelle d’oca o i tifoni di Scalfari, che ti cambiano la vita e inaugurano il più esotico dei viaggi: quello dentro di sé. Quello che trasforma la vita in un dramma con due protagonisti-rivali: il pensare e l’agire. I protagonisti convivono, acrobaticamente; si illuminano a vicenda; producono infine il discostarsi del saggio.

Il viaggio dentro l’io si può compiere in molti modi: vanagloriosi o maliziosi, menzogneri o veri. Non sempre approda nel distacco ma quando riesce è perché sono stati usati tre elementi: l’ironia, il dubbio sulle assolute certezze, il candore non come punto di partenza ma di arrivo. Il distacco descritto da Scalfari è di questo tipo: avviene senza paracadute, senza certezze del futuro, senza idea d’un unico centro attorno all’io, «perché il centro è dappertutto», vivendo solo nell’occhio di chi guarda. È il distacco di un Inconsolabile, ma non tenebroso come il Desdichado di Gérard de Nerval.

Il lettore di Scalfari scoprirà quanto possa esser elegante, l’ironia. «La possibilità che dal tuo sguardo emergano visioni autocritiche e scomode è assai limitata, poiché l’io è al tempo stesso attore e giudice delle proprie azioni», dice a un certo punto. «La probabilità che il giudice-attore sia rigorosamente parziale è modesta». O quando evoca la tendenza a dividere il mondo tra buoni e cattivi, e racconta come il vizio infantile ci resti appiccicato addosso in età adulta: il buono che per forza vince, il vittorioso che si tramuta in buono. Oppure quando parla della vecchiaia, dei trampoli smisurati su cui, secondo Proust, camminiamo nell’ultimo tratto di via e che sono il nostro passato: «Per nostra fortuna, anzi per fortuna della nostra specie, il tempo non si trasforma in spazio», la metamorfosi di Proust «resta un espediente letterario con il fascino di un incubo. Eppure…». Scalfari è amico della litote, arte rarissima e lucente: è l’arte di attenuare quel che dici per farlo risultare più forte, o che nega il contrario di quel che vuoi dire (non ti odio, invece che: ti amo). È dispositivo centrale dell’ironia, che tanto mancava al ’68 di ieri e di oggi. Anche la litote ha suono antico, secentesco.

Il distacco, come si può guadagnarlo, meritarlo? Dalle letture che l’hanno accompagnato, immagino che Scalfari vi sia approdato grazie a quel folletto scettico, quel malin génie, che a Descartes insegnò a sospendere il giudizio, a esercitarsi nel dubbio come il funambolo di Rilke: una sorta di spirito malizioso, che ci mette alla prova deridendoci, indicando l’illusorio delle cose, inducendoci a ricominciare sempre l’avvicinamento al vero. Senza il malin génie l’io diverrebbe gonfio, tronfio: la volontà di potenza che abita politici e giornalisti diverrebbe cieco scantinato. Non impareremmo i limiti.

L’uomo che non credeva confessa di non guardare spesso Dio, anche se col pensiero l’incorpora. Ma c’è un grano di mistica in lui, che trasforma il libro in lettera di un’anima: di mistica eretica trecentesca. So che lui sorriderebbe, subito opporrebbe una litote. Ma più volte mi ha fatto venire in mente il Maestro Eckhart, che credeva tanto in Dio ma non vedeva il centro nelle cose e neppure il senso. «Se qualcuno chiedesse per mille anni alla vita: “perché vivi?”, ed essa potesse rispondere, non direbbe altro che: “io vivo perché vivo”… e se si chiedesse a un uomo vero, che opera dal suo fondo proprio, “perché operi le tue opere?”, se questi dovesse rispondere correttamente, non dovrebbe dire altro che: “io opero perché opero”. E se tu gli chiedessi “perché vivi?”, risponderebbe: “non lo so, ma vivo volentieri!”». (Sermone In hoc apparuit caritas dei).

Perché restare dove restiamo, diritti? Perché scrivere? Non c’è vero perché. Operiamo per operare, ci accostiamo agli amati e morenti con la pietà di Enea, cui è dedicato un passaggio luminoso del libro. Non mancano le cose su cui dubito, leggendo Scalfari (anch’io penso, come Citati, che non si cerca Dio solo per paura della morte). Ma il candore con cui cerca è squisito, così come l’equilibrio che trova fra pensare l’io e pensare il mondo, fra speculazione e prassi. I filosofi che Scalfari predilige sono frammentari, poetici: Nietzsche, Montaigne, Pascal. Thomas Bernhard, che amava solo questi, li chiamò un giorno i Lachphilosophen: i filosofi ridenti.

Eugenio è un Lachphilosoph. Fa sorridere e pensare profondo. Abita poeticamente questa terra, quest’Italia che spesso infuria. Opera per operare, come gli alberi che accolgono vite e suoni facendosi luoghi, case: «Anche noi, oltre che persone, siamo luoghi e case, ma spesso non lo sappiano e se qualcuno ce lo dice il più delle volte ci sembra un’offesa».

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