Il percorso di un presidente

10 Mag 08

Lucia Annunziata

Nessun cerimoniale al mondo avrebbe potuto scegliere meglio i tempi. Il discorso con cui il presidente Napolitano ha ieri commemorato la morte di Moro, aprendo una nuova stagione di riflessione nazionale sulla nostra storia, era preparato da molto; ma la coincidenza delle sue parole con il giuramento del nuovo governo Berlusconi, in una sequenza perfetta come una scenografia, è stato il miglior viatico che il Quirinale poteva dare a questa legislatura: una sottolineatura del compito che il Colle si aspetta da tutti nei prossimi cinque anni, l’impegno a lasciarsi dietro le liti e le decisioni ideologiche, per tentare di rimettere insieme il Paese.

Il messaggio è stato accolto bene. Tutti hanno omaggiato il Presidente e in particolare il governo ha festeggiato la sua «apertura» intellettuale. Le ragioni dell’entusiasmo sono comprensibili: la rilettura in chiave non partigiana della nostra storia è estremamente necessaria alla compagine di centrodestra, perché solo questo passaggio culturale, l’abbandono dei moduli del ’900, può darle quel riconoscimento finale che ancora le manca per sentirsi – e essere sentita – classe dirigente dall’intero Paese. Nessun dialogo e nessuna collaborazione istituzionale potrebbero esistere senza gettare queste nuove fondamenta.

Tuttavia se il Presidente di una nazione a lungo divisa, un Presidente che ha lui stesso radici «partigiane», apre un nuovo capitolo nella lettura della storia, fa comunque un passo che va al di là delle contingenze politiche. Ed è proprio questo aspetto meno occasionale che attira davvero la nostra attenzione. Giorgio Napolitano è un intellettuale di origine comunista, cioè parte di quella razza particolarissima che ha dominato il ‘900, di chierici formatisi e cresciuti nel senso della missione del loro impegno. Non intellettuali in sé, ma per sé, si diceva nei circuiti dove è cresciuto Napolitano, citando Hegel. Hegel, Kant, studiati ben prima di Marx; filosofi espressione dell’humus profondo della fondazione culturale dell’Europa moderna, nella cui visione etica, logica e fine sono un unico intreccio. La cultura non come specchio, ma come azione; e l’azione come obbligo morale. Da quella stessa radice, a guardare oggi il secolo scorso con occhi meno appannati dalle passioni, è nato in verità non solo il comunismo ma anche il nazismo, in una divisione di percorso che in conclusione ha condiviso non i fini forse, ma l’utopia e i mezzi sì.

Immaginiamo forse troppo, perché a questa generazione appartengono i nostri padri e come tali li abbiamo sempre studiati con l’intensità con cui gli adolescenti fissano vezzi e vizi degli adulti. Immaginiamo dunque forse troppo, dicevo; eppure il percorso che il Presidente della Repubblica sta facendo ci pare acceso non dalla contingenza, e neppure dal desiderio di servire il Paese. Il «revisionismo» di Napolitano ci piace pensarlo come frutto di un complicato e macerante percorso privato da parte d’uno degli uomini di quella storia, che ha avuto la fortuna non solo di sopravvivere ai suoi tempi, ma di diventarne per obbligo un simbolo. Il Presidente avrebbe potuto infatti evitare, personalmente, qualunque ripensamento: in fondo il Napolitano politico avrebbe potuto vantare patenti di «distacco dalla Russia» ante-litteram, convinzioni atlantiste non solcate da dubbi, maturate in anni quando nessuno ancora osava portare, come lui ha fatto, il suo comunismo nelle università inglesi e americane. Napolitano non avrebbe come dovere neppure quello di scusarsi della pecca maggiore della sua generazione: la macchia nera dell’appoggio alla repressione della rivolta in Ungheria, degli insulti agli operai rivoltosi definiti dai comunisti italiani «sediziosi» e «provocatori». «L’intervento militare russo in Ungheria serve a salvare la pace nel mondo», scriveva nel ‘56 l’attuale Presidente della Repubblica. Ma a quel giudizio errato non si è poi mai sottratto, e ha continuato a farne una lunga penitenza al punto da fare come primo viaggio all’estero quello sulla tomba di Imre Nagy, leader della rivolta ungherese ucciso dai russi.

Se ieri il Presidente ha parlato in maniera così chiara, esprimendo una potenziale equazione fra comunismo e nazismo, e ruotando su sé stesse le lotte degli anni di piombo italiani, in modo da esporre a luce la pena le vittime, invece delle ambiguità dei terroristi, non ha espresso parole contingenti, e nemmeno facili da pronunciare. Napolitano sembra fare davanti ai nostri occhi il disvelamento pubblico di un viaggio dentro la sua vita e dentro un’epoca. Non pensiamo sia facile per nessuno, tanto meno per una persona quale è lui. La sua emozione si vede, e spesso appare persino imbarazzante per lui, nella sua visibilità sotto le fredde luci degli occhi elettronici che lo inquadrano permanentemente.

Insomma, noi pensiamo che Napolitano creda in quel che dice; che non agisca sulla base di opportunità politiche nazionali. Ma proprio per questo, noi che spesso lo abbiamo difeso, vorremmo comunicare questa nostra convinzione anche al nuovo governo di centrodestra. Diciamolo con franchezza: l’appartenenza di Napolitano all’esperienza comunista è quello che il centrodestra gli ha sempre rimproverato; è lo strumento con cui sfama, periodicamente, il populismo di destra quando ha bisogno di accusare la sinistra, le sue Caste, o ha anche solo bisogno di destabilizzare il gioco politico. Sono ancora fresche le tracce di insulti e provocazioni con cui spesso è stato assalito l’inquilino del Quirinale nei mesi scorsi. Oggi che i politici del centrodestra, dunque, lo applaudono speriamo che essi stessi lo facciano in maniera non contingente. Che il loro applauso sia un identico segnale di apertura intellettuale.

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