Vite diverse, contratti diversi

4 Mag 08

Pietro Baribaldi

Fare la spesa costa di più nel Nord Italia. Ciò che da molto tempo quasi tutti sospettavano, è diventato un dato ufficiale. L’Istat ha pubblicato in questi giorni gli indici dei prezzi per diversi categorie di beni riferiti a diversi capoluoghi di regione. Per uno stesso paniere di beni alimentari, a Torino si spende il 15 per cento più che a Napoli e a Milano addirittura il 25. La città più cara d’Italia per generi alimentari appare però Bolzano, mentre in molte altre città del meridione, quali Bari, Cagliari e Palermo, il costo degli alimentari è di poco superiore a quello di Napoli. Le differenze regionali sono molto simili quando si guarda al costo dei prodotti dell’arredamento, mentre meno nette paiono le differenze nei prezzi dei beni d’abbigliamento.

Questi numeri hanno delle implicazioni molto importanti e quasi paradossali. Per rendersene conto occorre pensare al potere d’acquisto di un dato livello di retribuzione in diverse regioni. Immaginiamo un stipendio mensile netto pari a 1500 euro pagato in tutto il territorio nazionale. Dal momento che la spesa nel mezzogiorno è più a buon mercato, gli stessi 1500 euro garantiscono un potere di acquisto superiore nel Sud Italia. È davvero un risultato paradossale, poiché suggerisce che i salari reali sono più elevati nelle regioni più depresse e a più bassa produttività.

Per correggere questo paradosso, occorre ripensare all’intero sistema di relazioni industriali e contrattuali. Sia chiaro, obiettivo della riforma non deve essere quello di reintrodurre le gabbie salariali, il meccanismo di differenziazione retributiva tra regioni gestito centralmente e in vigore fino alla fine degli Anni Sessanta. Il nuovo sistema contrattuale dovrebbe innanzitutto contemplare un salario minimo orario nazionale, stabilito per legge e applicabile a tutte le prestazioni di lavoro. Esiste in quasi tutti i paesi avanzati, Inghilterra e Francia inclusi. Questo salario minimo nazionale non dovrebbe essere necessariamente diverso tra regioni. Le differenziazioni territoriali si dovrebbero infatti ottenere attraverso la contrattazione aziendale, in modo da far sì che in ciascuna azienda il salario pagato sia legato alla produttività dell’impresa e al costo della vita locale.

Le parti sociali, a parole, paiono concordare con l’idea di spostare la determinazione del salario in azienda. Tuttavia, i progressi fatti sono stati fino ad ora modesti. Un’oggettiva difficoltà è legata al fatto che in Italia in moltissime piccole aziende non esistono rappresentanze sindacali ed è quindi necessario stabilire un metodo per garantire una retribuzione adeguata anche a questi lavoratori. Come proposto con Tito Boeri su queste colonne, un modo per superare la difficoltà esiste. Sarebbe sufficiente stabilire a livello centrale una regola che permetta di incrementare il salario all’andamento della produttività.

Ciò che sembra mancare non sono le soluzioni, ma una vera volontà riformatrice. Nei prossimi mesi si potrebbe finalmente aprire una fase nuova. Al nuovo Governo, attraverso una vera e propria iniziativa bipartisan, dovrebbe spettare il compito di introdurre un salario minimo nazionale. Il resto della riforma sarebbe compito delle parti sociali. Emma Marcegaglia, il nuovo presidente di Confindustria, pare decisa a dare una svolta. Il sindacato potrebbe avere l’occasione per dimostrare di essere ancora una forza indispensabile e riformista. Speriamo davvero di assistere non solo a nuova fase, ma a una fase virtuosa.

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