Milano predona

28 Apr 08

Luigi La Spina

Il prossimo governo, programmato sull’asse che congiunge la villa di Arcore con la sede della Lega in via Bellerio, avrà come vera camera di decisione la cena del lunedì sera con i quattro convitati: Berlusconi e Bossi, i leader dei partiti che hanno vinto le elezioni, accompagnati dai ministri dell’Economia e dell’Interno, Tremonti e Maroni. E il vento del Nord che avrebbe dovuto spazzare il malcostume burocratico e clientelare di tutta la nazione si è trasformato in una tromba d’aria che ha attirato sulla sola Lombardia ben 9 ministri su 12, lasciando a Est, al Veneto, un solo rappresentante e a Ovest, al Piemonte, neanche uno. Siamo passati da «Roma ladrona» a «Milano predona»? Espressa nell’icastico e sbrigativo gergo alla moda, quello della coppia Bossi-Grillo, è questa l’impressione che si ricava dalla nuova fisionomia del potere in Italia.

A questo punto, bisogna mettersi d’accordo. O il localismo, con la sua ossessione di rappresentanza territoriale degli interessi, non è un valore significativo.

Allora, lo si può sacrificare tranquillamente non solo agli equilibri partitocratici della maggioranza, ma pure alle idiosincrasie e alle vanità personali dei singoli.

Oppure è il nuovo «mantra» della rinnovata politica italiana, scoperto e celebrato come la medicina vincente per la nostra anemica democrazia. Messaggio così rivelatore delle intenzioni governative, ad esempio, da giustificare lo spostamento a Napoli del primo Consiglio dei ministri per simboleggiare la vicinanza dell’esecutivo ai problemi della Campania sfigurata dalla spazzatura. Allora, appare ancor più contraddittoria e incomprensibile una scelta che trascura il criterio di una sia pure approssimativa proporzione territoriale nel nuovo ministero.

È certamente giusto sfuggire alle trappole del provincialismo piagnone e, magari, all’ascolto troppo partecipe dei lamenti per le ambizioni deluse. Più utile, lo si ripete sempre in questi casi di comparazioni geografiche svantaggiose, cercare di capire i motivi di certe scelte e quindi approntare, se possibile, le cure perché, in futuro, i criteri possano cambiare.

Per sgombrare il campo da superficiali ma errate giustificazioni elettoralistiche, occorre subito escludere l’ipotesi di una «punizione» per l’esito del voto: in Piemonte, eccetto il caso di Torino, il Pdl è andato benissimo e la Lega ha più che raddoppiato i consensi. Nel Veneto e in Friuli il successo dei due partiti è stato notevole ed è culminato persino con la sconfitta simbolica del governatore Illy, che pure ha fama di ottimo amministratore. Le ragioni di questa clamorosa sottorappresentanza sono, dunque, più profonde e più antiche.

I parlamentari piemontesi, da molto tempo, non sanno fare «lobby» per la loro Regione. Questo atteggiamento, che pure ha aspetti non tutti riprovevoli sul piano del costume politico e, forse, è anche sintomo di una maggiore coscienza nazionale, penalizza meno i rappresentanti del centrosinistra, perché costoro hanno più forti e tradizionali legami con i loro partiti. Indebolisce di più la classe dirigente dell’attuale maggioranza perché, con qualche eccezione, è più nuova, meno esperta e più lontana dai centri di potere che contano.

Nel Veneto e, in generale, nell’Est d’Italia si sta verificando un fenomeno che potrebbe ricordare l’assetto territoriale dell’antico Pci. Quando l’Emilia custodiva la cassaforte dei voti e della potenza economico-finanziaria di quel partito, esprimeva bravi e popolarissimi amministratori, ma i dirigenti nazionali comunisti erano scelti prevalentemente in Piemonte o in Sardegna. L’eredità dei nipotini di Rumor e di Bisaglia è passata in parte alla Lega e in parte al Pdl. Ma il doroteismo democristiano era molto debole nel pensiero e molto forte nell’occupazione del potere nazionale. Al contrario, ora quelle terre sembrano la culla dell’ideologismo leghista e liberista, dagli assalti in piazza San Marco agli scioperi fiscali del «popolo delle partite Iva», ma appaiono incapaci di trasferire al governo del Paese il peso della loro forza, in termini elettorali e in termini di interessi. Insomma, all’epoca della «Balena bianca» la questione del passante di Mestre sarebbe già stata risolta da tempo.

Ecco perché le decisioni di Berlusconi e di Bossi per la composizione del nuovo governo non si spiegano con l’arbitrio di generali che privilegiano colonnelli provenienti dalla loro regione, ma sono l’effetto, censurabile finché si vuole, di una debolezza strutturale della classe dirigente piemontese e veneta nelle schiere del centrodestra. Sarà un caso, ma qualche volta il destino è beffardo: le speranze per l’Alta velocità Torino-Lione e quelle per la marmellata di traffico a Mestre saranno affidate, a questo punto, solo al nuovo commissario europeo per i Trasporti Antonio Tajani, romano e pariolino doc. Vuoi vedere che, stavolta, «Roma ladrona» ci restituisce il maltolto?

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