C’è un rosso che vince

28 Apr 08

Giancarlo Dotto

Le uniche rosse che vincono sono ormai le Ferrari ovunque e la Brambilla da Lecco in giù, Brambilla intesa come Michela Vittoria, detta anche la Rita Hayworth della Padania (la Hayworth ci perdoni, se può, no, non può). Aggrappati a Kimi il finlandese, noi morbosi amanti del rosso.

C’era una volta il rosso. Per gli antichi era il colore nobile. Il piacione medievale e il dandy rinascimentale sceglievano il rosso cardinalizio per sedurre le dame a corte. «Sulla volta celeste, rosso come la marsigliese, sussurrava, crepando, il tramonto», scriveva Majakovskij. Rosso era il colore della passione e dell’eccitazione. Scaldava i cuori e ottenebrava i tori. Oggi dici rosso e pensi al mutuo o a Bertinotti. E cioè alla depressione. Morto un Peppone non se ne fa un altro, parola di Don Camillo.

Rosso di questi tempi è il colore del tuo conto in banca e della tua presenza in Parlamento, numeri oscillanti tra lo zero e sotto lo zero. Il rosso sparisce e sfinisce un po’ ovunque. Abolito in politica, nelle piazze e in Parlamento, cancellato dalle bandiere e dai manifesti. Decaduto anche nel gusto della gente. Secondo recenti sondaggi, il rosso «tira» ancora solo a casa di Dario Argento e in Spagna, dove lo amano per via del sangue e delle arene e lo chiamano colorado, il colore per definizione. In tutto il resto d’Europa e non solo in quella moderata, alla precisa domanda: qual è il tuo colore preferito, la risposta è nella stragrande maggioranza l’azzurro. Il colore di Berlusconi. Il rosso è molto indietro nella classifica. La rimozione del rosso è totale. Il rosso è oggi scorretto in politica, cafone nella moda. Non solo nelle cabine elettorali, il rosso è associato all’ansia e al fallimento. Nei test cognitivi dici rosso e associ divieto, stop, errore e orrore. Il rosso piace solo ai bambini, che detestano il grigio e hanno paura del nero, ai vampiri e ai viziosi pornomani. Ma, anche qui, le cose non vanno. Le favole di Andersen non sono più di moda e l’industria a luci rosse perde colpi, è un business calante.

C’è rosso e rosso anche nelle cose che vanno a motore. Sì, è vero, le Ferrari stravincono in Spagna, ma le altre, le Ducati, prendono botte ovunque e da chiunque, soprattutto dalle giapponesi. In questo caso il rosso è mortificato dal giallo.

A essere rigorosi, le prime avvisaglie del declino del rosso risalgono in Italia a due anni orsono, alla sparizione dall’etere che conta di Aldo Biscardi, il rosso al carotene più telegenico della storia. Un dramma per lui, un trauma per gli italiani (il primo certo, il secondo da verificare). Emarginato, Biscardi, per colpa della relazione pericolosa con il suo amico Luciano Moggi, anche lui incline al rosso tinto, più mogano che rosso. Dalla sparizione di Biscardi a quella, l’anno dopo, di Luna Rossa. Stracciata nell’ultima Coppa America in finale dai neozelandesi, arriva la pietra tombale lo scorso agosto. È Patrizio Bertelli in persona a ufficializzarne la morte con la storica frase: «Si è chiuso un ciclo».

Perde il rosso e perdono i suoi derivati. Perdono i Rossi e i Capirossi. Valentino arranca, Loris stecca. Si estinguono i pettirossi. Resistono Vasco Rossi e il vino rosso, due miti che, spesso, si confondono. Vogliamo parlare di Milva, la pantera rossa, la pupilla di Strehler, la musa di Brecht, braccata dalla Finanza e indagata per un conto in Lichtenstein, che non ha nemmeno l’attenuante di essere in rosso? Senza contare il processo in corso di revisione storica su Federico Barbarossa. E, tanto per restare in casa nostra, qualcuno ha notizie di Luca Barbarossa, che non siano i suoi gol nella nazionale cantanti?

Insomma, esclusa la Brambilla che è rossa, ma soprattutto azzurra, restano la Ferrari e le tute rosse di Maranello. Quanto resta della classe operaia che va in paradiso. E pazienza se, dentro le rosse, galleggiano un finlandese diafano, per giunta biondo, e un brasiliano corvino, declinante al nero. Kimi Raikkonen e Felipe Massa sono l’ultimo avamposto di soccorso rosso, la versione su asfalto della Croce rossa, l’orgoglio estremo di tutti coloro che si ostinano ad amare il rosso. Restano loro due, le gote rosse di Jean Todt e lo sguardo di Luca di Montezemolo che, a guardarlo bene, emana qualcosa di rosso.

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