Un sindacato di nome Lega

25 Apr 08

Tito Boeri

Roberto Calderoli non ha certo l’aria del genio. Né del bene, né del male. Eppure quella «porcata» di legge elettorale che porta il suo nome (e il suo famoso epiteto) è stata, per la Lega, un vero e proprio colpo di genio. Non solo perché la soglia dell’8 per cento su base regionale al Senato è costruita su misura per la Lega, ma anche perché il divieto di esprimere preferenze attribuisce alla Lega un grande vantaggio competitivo rispetto agli altri partiti. Il fulcro delle attività della Lega si svolge su di un’area limitata, un territorio poco più grande dell’Olanda, ma meno densamente popolato. Il suo nocciolo duro è nei piccoli centri, dove si può avere un rapporto diretto con l’elettorato, senza aver bisogno dell’intermediazione dei media. Nella Lega non ci sono grandi elettori e potentati locali, ma tanti «piccoli politici» di borgo che hanno il pregio di stare in mezzo alla gente, come dovrebbero fare tutti i bravi amministratori locali.

La Lega è il partito che negli ultimi 15 anni ha portato più giovani in Parlamento. Al contrario degli altri partiti, nell’ultima tornata elettorale non li ha confinati a piè di lista, dove si poteva stare sicuri che non venissero eletti. Si dice che i giovani trovino più spazio nella Lega perché «danno meno problemi», rispettano le gerarchie. In effetti, i giovani della Lega (compresi quelli che entrano in Parlamento) sono poco istruiti, difficilmente riescono ad imporre il loro punto di vista. Non serve perché gli elettori della Lega non guardano tanto alle qualità dei singoli, quanto al loro rapporto col territorio. È la comunità di appartenenza che li identifica, piuttosto che il loro curriculum e le loro competenze. Per entrare nella Lega come militanti, per aspirare a cariche amministrative o a candidature alle politiche, bisogna prima ricevere il «gradimento» di una comunità di iscritti. Anche se alla fine è il capo supremo, l’Umberto I, a decidere chi mettere in lista e chi no, questa scelta non viene percepita come un’imposizione dall’alto perché avviene nell’ambito di una rosa di persone che sono già state accettate, di cui ci si può fidare (per la verità non pochi «tradimenti», cambiamenti di campo, si sono consumati anche tra le file della Lega).

Questa forma di partito è funzionale alla strategia politica della Lega. È un partito rivendicativo, con finalità redistributive, che opera come un sindacato del territorio. Statalista quando si tratta di soldi per la Lombardia, liberista quando si tratta degli altri. Può candidamente chiedere di più per i propri territori e meno per gli altri. Nel programma della Lega si parla delle infrastrutture al Sud come qualcosa che potrà essere attuato solo dopo la Tav e le altre grandi infrastrutture del Nord e senza soldi pubblici. Come dire mai. Per questo il modulo organizzativo e gerarchico della Lega è difficilmente esportabile a partiti che ambiscono ad aumentare le dimensioni complessive della torta, piuttosto che a redistribuire le risorse esistenti. Anche un partito che sia federazione di partiti del Nord, del Sud, del Centro e magari anche dei «territori d’oltremare», dovrà trovare una sintesi, che rischia di essere vista come una scelta imposta dall’alto nei singoli territori.

Ma soprattutto facendo come la Lega non si possono risolvere i problemi di cui ci si è fatti interpreti. La globalizzazione e l’immigrazione, non li si governano nelle piccole comunità, la lotta alla criminalità organizzata richiede un coordinamento fra nazioni, prima ancora che fra paesini o quartieri. Sono tutti fenomeni che avvengono su di una scala più ampia di quella delle comunità della Lega. E anche il miglioramento delle condizioni materiali di vita nei piccoli centri richiede una sempre maggiore apertura verso il mondo circostante. Non solo non ci si può più difendere tra le mura del borgo, ma non si può neanche ambire a migliorare il proprio tenore di vita rimanendo chiusi lì dentro.

Il Porcellum finisce così per logorare i partiti diversi dalla Lega, crea tensioni crescenti fra il capopartito, che ha troppo potere, oneri oltre che onori, e la sua base. Ma ora che il voto è alle spalle, quella pessima legge elettorale non può diventare un alibi per ritardare quel rinnovamento della classe politica che non c’è stato con queste elezioni. I partiti possono farlo anche fuori dal Parlamento. Si deve rompere la tradizione che vede chi entra in politica restarci a vita. I politici che escono di scena non sono un problema sociale. Chi aveva una professione prima di entrare in politica, guadagnerà più di prima, spesso molto più di prima. Chi ha fatto il politico tutta la vita, potrà comunque contare su pensioni molto generose. Bene puntare fin d’ora su giovani che si allenino per le provinciali dell’anno prossimo e siano pronti fra cinque anni, quando si terranno le prossime elezioni politiche. Ci sono in giro tanti giovani che vogliono fare politica e non trovano spazio nella gerontocrazia. Bene sceglierli tra quelli che leggono prima la stampa locale dei grandi quotidiani nazionali, e che non si perdono nel circuito autoreferenziale della grande politica e delle grandi testate. Come abbiamo visto con queste elezioni, talvolta perdono il contatto con la maggioranza degli italiani. Chi fa politica deve saper stare in mezzo alla gente. Questa è la vera lezione che tutti i partiti devono oggi imparare dalla Lega.

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