Nord, tra il malessere e la ricchezza. Successo della Lega e futuro d’Italia

22 Apr 08

Ilvo Diamanti

Storia e geografia politica di un mondo che cerca una rivincita contro lo Stato
Quali sono i confini di un luogo che sembra totalmente diverso dal resto del Paese

Il Nord, ovviamente, esiste da sempre. In Italia, però, da una ventina d’anni, ne sono cambiate la definizione e la delimitazione. Oltre al significato. Aveva confini più larghi, un tempo. Oltre alle regioni al di sopra del Po, comprendeva l’Emilia Romagna, come, d’altronde, risulta ancora dalle pubblicazioni dell’Istat e degli altri organismi statistici.

Era identificato come luogo dello sviluppo di grande impresa, della metropoli. Per questo, gravitava su Torino. Vertice di un “triangolo industriale”, che collegava, inoltre, Genova e Milano. Il resto era periferia. La provincia lombarda e piemontese, l’intero Nordest. Una campagna urbanizzata e industrializzata. Disseminata di piccole città e di piccole aziende artigiane. Prima o poi, sarebbero cresciute, le piccole imprese. Insieme alle piccole città. Avvicinandosi a Torino e alla Fiat. Questo si pensava, trent’anni fa.

Allora il Nord era definito anche in base alla geografia del potere politico. Che aveva il suo centro a Roma. Il Sud, invece, richiamava lo sviluppo arretrato e dipendente. Ma, insieme a Roma, “comandava”. Garantiva il consenso elettorale, ma anche la classe politica, alle forze di governo. Da quell’epoca, molto è cambiato, nel Nord.

È cambiata la geografia economica. Torino non è più la capitale. Anche se si è ripresa, insieme alla Fiat. Da cui dipende molto meno di un tempo. I centri dello sviluppo, tuttavia, si sono spostati altrove. A Milano, metropoli di produzione dei beni immateriali (per citare Arnaldo Bagnasco). Nelle province pedemontane, che corrono a Nord del Nord e si tuffano nel Nordest. In vent’anni questa periferia si è industrializzata e urbanizzata come nessun altro posto in Europa. È passata dal prefordismo al postfordismo. Prima e dopo la Fiat. Senza tappe intermedie. Questa periferia è divenuta un centro. Diffuso e nebuloso. Anche l’Emilia Romagna e le altre regioni centrali hanno conosciuto una crescita rilevante dell’economia di piccola impresa. Ma non con la stessa “violenza”. Né con lo stesso impatto sulla società e sul territorio. Così, il Nord si è allargato e, al tempo stesso, accorciato. Si è spostato più verso Milano e il Nordest. Ha eletto il Po a frontiera, respingendo l’Emilia Romagna. Perché lo sviluppo del Nord si è espresso in relazione stretta con la politica (e l’antipolitica). Lungo tre assi. 1) La contestazione dei tradizionali centri del potere economico e politico: Torino e Roma. Confindustria, il sindacato e i partiti “romani”. 2) L’insofferenza per la politica, come mediazione realizzata dagli specialisti e dalle organizzazioni. Economia e società senza politica. Imprenditori, uomini del “popolo”, che parlano come la gente comune. E gliele cantano forte a Roma, ai partiti romani, alla sinistra, al sindacato. Perfino a Confindustria. 3) La rivendicazione autonomista. Che, volta a volta, assume forme e traduzioni diverse: federalismo, indipendenza, secessione, devoluzione.

E’ il “nuovo Nord” che pretende di contare. Di conquistare potere ma anche ascolto. A costo di gridare, insultare, spezzare le convenzioni; infrangere le “buone maniere”. Gli hanno dato voce e rappresentanza, da tempo, due attori politici molto diversi fra loro. La Lega e Berlusconi.

La Lega, nelle aree di piccola impresa, nel territorio dei distretti. Dove prima c’era la Dc. Alle elezioni politiche di una settimana fa si è imposta come primo partito in oltre 800 comuni (su circa 4000, al di sopra del Po; Aosta e Bolzano escluse). Soggetto politico comunitario, che ha trasformato la società artigiana e laburista in una frontiera agguerrita. Bossi, fin dai primi anni Novanta, l’ha unificata. Le ha dato un’immagine e un nome: Padania. Patria dei produttori opposti allo “Stato dissipatore e oppressivo”. Nel corso degli anni, la Lega si è insediata al governo di centinaia di comuni di taglia piccolissima, piccola. Ma anche media e grande. Come Verona, Treviso, Varese. Così è cresciuta una generazione di amministratori locali. Che recitano diverse parti, a seconda del luogo e del momento. Lo sceriffo, il governatore, il pragmatico, l’irredentista, il negoziatore. Perché nella metropoli sparsa del Nord, insieme alla ricchezza, è cresciuta anche l’inquietudine. Il territorio sta scomparendo. Il lavoro è garantito da centinaia di migliaia di immigrati (il 7% della popolazione, dove la Lega è più forte). Il mondo, in cui sono proiettate le imprese, fa paura. Viene in mente il bel film di Carlo Mazzacurati, La giusta distanza, ambientato in un paese del Polesine. Dove gli stranieri non sono gli immigrati. Ma noi. Quelli del Nordest. Spaesati dal successo.

L’altro volto del Nord è Berlusconi. Quanto di più diverso dalla fisicità della Lega. D’altronde, ha radici diverse. L’impresa immobiliare, il capitale finanziario e assicurativo. I media. Milano. Il suo “populismo” è mediatico. Nella santificazione della propria figura, della propria immagine di “imprenditore” di successo. In quanto tale – per definizione – più adatto di chiunque altro a fare politica. Perché si è fatto da sé, è riuscito in ogni impresa. Figurarsi se non è in grado di “gestire” lo Stato…

Questi due diversi modi di intendere e di rappresentare il Nord (la “megalopoli padana”, come la chiama Giuseppe Berta, nel suo saggio appena pubblicato da Mondadori) sono, appunto, diversi. Perché hanno storie, geografie, economie e biografie diverse. Sono destinati, per questo, a rimanere distinti. Talora, a confliggere. Anche se alcuni elementi li attraggono. Li accostano. Il linguaggio, la personalizzazione (fisica o mediatica, non importa). I nemici. Roma, il ceto politico e le organizzazioni di massa. Lo Stato centrale. Da ciò il problema della “sinistra”. Oppure del centrosinistra, non importa. Che continua ad abitare le grandi città. Soprattutto del Centrosud. (Ma anche del Nord. Dove vive da separato in casa). La cui base elettorale è radicata nel Centro. Nelle regioni rosse. Lungo l’asse Bologna-Firenze-Siena. Dove lo sviluppo di piccola impresa è incorporato nel sistema politico e nelle amministrazioni locali. Dove il ceto politico (lo hanno rilevato Carlo Trigilia e Francesco Ramella), da qualche tempo, si è progressivamente burocratizzato. Fatica a dialogare con le imprese. E con la società.

Questo Nord non è uno solo. È plurale. Ma è unificato dal linguaggio (im)politico di Berlusconi e della Lega. E ogni tanto “esplode”. Nelle zone pedemontane. Quando crescono la sfiducia e il risentimento. Allora, affida alla Lega il compito di gridare il suo malessere. La sua insoddisfazione. La sua “differenza”. Dal governo di Prodi, ma anche, preventivamente, da quello di Berlusconi. Il voto leghista, sottratto largamente (anche se non solo) al PdL, a questo serve. Come pre-monizione. O pre-ammonimento.

Il centrosinistra, invece, non ha mai sfidato apertamente la Lega (che, pure, D’Alema ebbe a definire “una costola della sinistra”), né Berlusconi sul loro terreno. Così, è costretto a evocare la “questione settentrionale”. Dopo ogni sconfitta elettorale. E, quindi, spesso negli ultimi vent’anni. Senza trarne lezione, peraltro. Perché appare un lamento. Un inno all’impotenza. All’incapacità di capire e di agire. D’altronde, nel governo Prodi non ricordiamo un solo ministro del Nordest. Mentre i sindaci, i governatori del Nord si sono trovati, spesso, soli. A protestare contro Roma, contro il “loro” governo. Quasi fossero leghisti.

Dopo il voto del 14 aprile, Illy (più autonomista della Lega, sicuramente più liberista di Tremonti) è caduto. Cacciari, Zanonato e Dellai appaiono assediati. Neppure Chiamparino, la Bresso e la Vincenzi se la passano tanto bene. Bersani e lo stesso Fassino hanno lo sguardo più triste del solito. Il Nord padano ha ripreso ad allargarsi. Occupando lembi della via Emilia (cantata da Berselli e Guccini). Ma tutti se la prendono con Calearo. Perché è un padrone, per di più, piccolo. Dice cose di destra. È un autonomista e parla come un leghista. (Forse perché, in fondo, lo è). È proprio vero: nel centrosinistra, uno come lui, c’è finito per sbaglio.

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