La vera partenza

20 Apr 08

Paolo Mieli

A una settimana dal voto

Sono passati quattordici anni da quando in Italia è stato introdotto il sistema maggioritario, quattordici anni nel corso dei quali due volte (1996, 2006) ha vinto il centrosinistra e tre (1994, 2001 e l’ultima una settimana fa) il centrodestra. Fin qui, in un ritmo di alternanza scandito quasi con il metronomo, a ogni tornata elettorale chi aveva governato nella precedente legislatura è stato mandato all’opposizione e chi aveva perso nella precedente consultazione è tornato al governo. Eppure, a dispetto di questa evidenza, in passato ogni volta i perdenti si sono lasciati andare a mesi e mesi di costernazione e di pianto quasi si trovassero al cospetto di un incipiente regime e di una esclusione definitiva dalle stanze del comando.

Fortunatamente stavolta le cose si stanno mettendo in modo, almeno parzialmente, diverso. E’ come se la stagione 1994-2008 fosse stata un lungo, estenuante periodo di prova del funzionamento di un meccanismo e questa possa essere l’alba di una seconda o terza Repubblica. Appare chiaro a tutti (o quasi) che la vittoria di Silvio Berlusconi non ha niente di occasionale, che i due partiti che ne hanno fatto da architrave sono ben impiantati sul terreno, che la classe politica da essi generata nell’ultimo quattordicennio non ha più niente o ha molto poco di raccogliticcio e che ciò che negli anni scorsi si è detto e scritto per spiegare il successo berlusconiano non era sufficiente. Per quel che riguarda la destra, resteranno di questa campagna elettorale quattro momenti: la fusione immediata e a freddo tra Forza Italia e Alleanza nazionale che chiunque fino a un giorno prima avrebbe giudicato pressoché impraticabile; la vitalità della Lega a dispetto delle condizioni di salute di Umberto Bossi, segno che quel partito non è più da anni un’accozzaglia di protestatari ed è destinato a durare; il divorzio (o la momentanea separazione?) tra Berlusconi e l’Udc di Pier Ferdinando Casini che, sia pure in misura diversa, ha giovato a entrambi i coniugi; il successo del libro di Giulio Tremonti La paura e la speranza, un saggio assai dibattuto che ha scalato le classifiche editoriali e che ha dato grande lustro all’impresa.

Sul fronte opposto resteranno la decisione collettiva di fondere Ds e Margherita in un unico partito e la coraggiosa decisione di Walter Veltroni di avviare quella che si è detta una «separazione consensuale» dall’estrema sinistra nonché la scelta ancor più coraggiosa di «correre da solo». Quella decisione — «consensuale » in quanto voluta anche da Fausto Bertinotti — era frutto più di un giudizio sul fallimento delle due esperienze prodiane (si è ritenuto che così come era la coalizione non poteva ripresentarsi al cospetto degli elettori) che di un’idea strategica. E la pur discutibile decisione di lasciar spazio alla lista di Antonio Di Pietro si è dimo-strata, quantomeno sotto il profilo tattico, azzeccata. Se Veltroni avesse fatto una scelta analoga per i radicali e per i socialisti, è evidente che avrebbe compromesso il senso e l’immagine dell’operazione senza riceverne alcun apprezzabile beneficio.

Tornando poi alla Sinistra Arcobaleno va detto che è immaginabile sarà presto superato il trauma, a nostro avviso benefico, dell’uscita dal Parlamento (benefico perché come insegna la storia degli anni Sessanta è più agevole intercettare le realtà antagoniste da postazioni extraparlamentari); e se la sinistra estrema — anziché dilaniarsi— continuerà a evolversi nel solco non violento tracciato da Bertinotti ritroverà linfa e vita e non è escluso che, tornata a Montecitorio e a Palazzo Madama, giunga tra qualche anno a un ritrovato punto di incontro con quella moderata e riformista.

I limiti per Veltroni sono stati tre: quello di non avere una solida base culturale di riferimento (alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quel che si dibatte nel resto del pianeta); quello di aver prodotto un eccesso di ammiccamenti a culture ed esperienze internazionali di complesso amalgama; quello ormai consolidato (nel senso che lo ha ereditato dai suoi predecessori) di non aver capito che il Nord merita un’attenzione strutturalmente diversa. Ribadisco: strutturalmente diversa.

A causa di ciò il Partito democratico è rimasto fin qui tutto dentro i confini angusti della sinistra e non ha praticamente giocato la partita del centro. Se aveva candidati in grado di parlare all’elettorato centrista li ha tenuti nascosti per timore che entrassero in contraddizione con quelli a carattere più identitario con l’effetto che la torta non ha lievitato. Adesso la sinistra centripeta ha davanti a sé due vie: la prima è quella di provare a fare con Casini quel che nell’estate del 1994 D’Alema fece con Buttiglione, cioè lusingarlo e attrarlo nella propria orbita; la seconda è quella di strutturarsi per occupare da sé il centro. Che dire? Della prima opzione non sapremmo, ma la seconda ci appare in prospettiva assai più redditizia. Ma le due insieme non sono facilmente combinabili perché come accadde nel ’94 la dimensione tattica prende sempre il sopravvento sul profilo strategico.

Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l’aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo, digerirle e — per quel che riguarda l’opposizione — chi anziché disperdere energie in iniziative avventate, ripetitive sarà in grado di dare senso compiuto all’idea nel nome della quale solo un anno fa fu fondato il Partito democratico.

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