Brescia, simbolo della svolta

20 Apr 08

Aldo Cazzullo

Tre mosse per espugnare la roccaforte ulivista in lombardia
Il sindaco Paroli e la vittoria del centrodestra: «Tolleranza zero con gli immigrati irregolari»

Già alle 7 di sera nel centro di Brescia non c’è un bresciano. In via san Faustino, dietro piazza della Loggia, si sente parlare solo urdu, arabo, hindi e dialetti africani: sono le voci che dai phone-center chiamano casa per pochi euro. Gli immigrati sono molti: trentamila solo i regolari, il 15% della popolazione. Saranno sempre di più: un neonato su tre è figlio loro. Sembrano ancora di più: sono giovani, attivi, non hanno belle case dove rifugiarsi, non partono per i weekend. Soprattutto, «i ghetti di solito li fanno in periferia. Qui il ghetto per gli immigrati è il centro storico» dice la «donna forte» della Lega, Simona Bordonali, probabile presidente del consiglio comunale. «Anche Brescia ha il suo Muro. Un Muro trasparente » sostiene il nuovo sindaco, Adriano Paroli, Pdl. Un Muro tra la zona Sud del centro dove ancora prevalgono i bresciani, sia pure chiusi in casa, e la zona Nord. Il quartiere del Carmine, con l’asilo nido dove il 70% dei bambini sono stranieri, e con i seggi dove gli italiani rimasti hanno plebiscitato — 27 punti di vantaggio, quasi il doppio che nel resto della città — Paroli, accento sulla a, 46 anni non dimostrati. Il Guazzaloca di Brescia («il Walesa» ha scritto su Libero il neodeputato Pdl Renato Farina), che ha portato per la prima volta la destra al governo della capitale del cattolicesimo democratico. La città di Giovanni Battista Montini, il Papa del Concilio che Cossiga definisce il vero fondatore della Dc, e di Mino Martinazzoli, che della Dc fu l’ultimo segretario, e nel ’94 fu anche il primo sindaco eletto da un’alleanza tra cattolici progressisti e postcomunisti che qualche tempo dopo sarebbe stata chiamata Ulivo.

Tre mosse per espugnare la roccaforte ulivista in lombardia

Il Guazzaloca di piazza Loggia
Chi ha frequentato Giurisprudenza alla Statale di Milano negli anni ’80, ai tempi del riflusso, ricorda un’unica presenza organizzata. Una cooperativa legata a Comunione e liberazione, la Cusl, che procurava tutto, dai libri all’alloggio. Il capo era lui, Paroli. Nel ’91, dopo il servizio militare nei carabinieri, era già assessore democristiano nella sua Brescia. Leggeva Pasolini, ascoltava il Guccini della Locomotiva, sui tazebao scriveva frasi di Milos, nel linguaggio immaginifico caro ai ciellini: «Pensi dunque l’uomo a bere il caffè e dare la caccia alle farfalle; chi ama la res publica avrà la mano mozzata ». Lui sostiene che il significato è semplicissimo: «Chi va oltre se stesso, chi si occupa del bene comune, rischia di finire male. Noi non siamo contro il ’68, perché nel ’68 riconosciamo un desiderio di infinito». I modelli, però, sono altri. Berlusconi, con cui Paroli nell’ 86 passò una giornata intera al meeting di Rimini, restandone folgorato: «Una persona meravigliosa. Chi oggi lo odia, se avesse l’occasione che ho avuto io di conoscerlo, lo amerebbe». E Flavio Tosi, il sindaco di Verona, celebre per essersi presentato al consiglio comunale con la tigre del circo padano al guinzaglio, aver tolto il ritratto di Napolitano dall’ufficio e ora ammainato il tricolore. «D’accordo, Tosi non sarà un genio della politica — dice Paroli —. Ma è un uomo serio: si è impegnato a fare quel che i veronesi chiedevano. Corsini, il mio predecessore, pretendeva di spiegare ai bresciani quel che era utile per loro». I motivi della storica vittoria, sostiene il nuovo sindaco, sono tre. L’accordo ampio tra i partiti, compreso l’Udc, suggellato dal voto di 16 mila iscritti e da un congresso. La campagna elettorale, «con due momenti di svolta: l’intervista pubblica che mi ha fatto Carlo Rossella; e l’incontro con Magdi Allam agli Artigianelli. Sono venute 1500 persone. Ora chiederò ad Allam consigli su come integrare gli immigrati». Gli immigrati sono il terzo motivo. Sul programma del vincitore è scritto: «Tolleranza zero, almeno per due anni». Cosa significa? «Niente residenza a chi non ha un contratto d’affitto e un reddito minimo garantito, diciamo tra 5 e 8 mila euro l’anno. Polizia municipale nelle strade anziché in ufficio. Nuove unità cinofile, insomma con i cani antidroga. Progetto “posso girare da sola” per le donne. Ripulire la stazione, che oggi è il ritrovo degli sbandati, degli accattoni, delle prostitute. Ripulire il centro storico: via tutti gli ambulanti; distinguere tra gli immobili da conservare e quelli da sostituire, magari con strutture moderne in vetro e acciaio, come a Parigi e Berlino; separare le attività utili da quelle dannose, che diventano luoghi di adunate improprie e di disturbo. Quindi, chiudere i phone-center di via san Faustino ». Non ci sono donne straniere, nei phone-center, nei kebab bar, neppure nei supermercati. Le immigrate sono chiuse in casa, come i bresciani. Le europee — ucraine, moldave, romene, russe — si incontrano la domenica mattina in via dei Mille: sono badanti e prostitute, quindi utili e benvolute. Molte asiatiche e africane sono arrivate per un matrimonio combinato e hanno conosciuto il promesso sposo come secoli fa le infante di Spagna: per ritratto, o meglio per fotografia. Se stanno male, al pronto soccorso va il marito, a descrivere o mimare i sintomi; potessero, andrebbero loro anche a partorire, capita sovente che la mamma arrivi con il cordone ombelicale in mano e un bambino nato in auto. Quasi nessuna parla italiano. Le più informate hanno un quotidiano, Urdu News, nella loro lingua. Una ragazza pachistana di 24 anni, una delle poche a essersi integrata davvero, faceva da interprete: quando i carabinieri portavano nella caserma di piazza Brusato un suo connazionale, la mandavano a prendere perché traducesse. Fino a quando, alle 10 di sera del primo luglio 2006, è arrivata da sé, inseguita dai familiari che picchiavano alla porta infuriati, ripetendo in lacrime agli amici carabinieri: «Nascondetemi, quelli mi vogliono linciare». Un mese dopo, qui vicino, a Sarezzo, un’altra ventenne pachistana, Hina, è stata sgozzata e sepolta nell’orto di casa perché voleva vivere come gli italiani e sposarne uno. Tre delitti in dieci giorni. Una studentessa di 23 anni, Elena Lonati, uccisa dal sacrestano cingalese, chiusa in un sacco di plastica e nascosta sotto la scala del pulpito: non voleva saperne di uscire dalla chiesa. Un pittore di 71 anni, Aldo Bresciani, casa di fronte alla stazione, accoltellato e avvolto in un tappeto da un maghrebino, oggi in ospedale psichiatrico. Il sindaco Corsini dichiara che con questi fanno sei omicidi, proprio come l’anno prima. È vero. Ma non è ciò che i concittadini vorrebbero sentirsi dire. La più votata della Lega, dopo il segretario cittadino Fabio Rolfi, è una donna di 36 anni, Simona Bordonali. Studentessa fuori corso in lingue, un lavoro da rappresentante di gadget pubblicitari lasciato per la politica. Appassionata di musica irlandese — non solo gli U2 ma gruppi che si chiamano Cranberries e Clannad —, leghista da quando faceva il ginnasio. «Fuori dalla scuola davano volantini contro la Lega e i barbari che volevano dividere l’Italia. Andai a una sezione della Lega. Dopo qualche mese fecero una festa, e venne Bossi. Fece l’alba a parlare con noi». In sezione ha conosciuto suo marito. È diventata un capo per aver condotto la lotta contro il Residence Prealpino: costruito negli anni ’80 per i funzionari delle aziende bresciane, occupato negli anni ’90 dai senegalesi. «Sono arrivati a essere anche ottocento — racconta lei —. Il Prealpino era diventato la loro cittadella, era conosciuto pure a Dakar, non dicevano “vado in Europa” ma “vado al Residence”. Una Tortuga, un’isola in cui non valevano regole e ti offrivano ogni sorta di droga e prodotto contraffatto». E giù petizioni alla prefettura, alla provincia, al comune di Bovezzo (il Prealpino è nel suo territorio, ma dall’altra parte della strada c’è Brescia). Alla fine, lo sgombero c’è stato. «Ma manca ancora una scala! Se è per questo, hanno sgomberato pure il campo nomadi, e hanno costruito per loro 13 villette con giardino: un insulto ai vecchi che non trovano posto nelle case di riposo, ai giovani che non possono sposarsi perché non hanno casa». Comunque, dice la Bordonali, la sinistra non ha perso solo sugli immigrati. Anche sul traffico. Sui cantieri infiniti della metropolitana. Sulle ambulanze che «un tempo ci mettevano in media otto minuti e adesso venti». Ha perso «non per un cambio culturale, ma perché la città era male amministrata ». Parola di leghista.

Il parroco del «ghetto»
«Non è stata una questione ideologica. Non vedo svolte. I bresciani non hanno cambiato testa. In fondo, i due candidati erano entrambi cattolici. Democristiani. Ha vinto chi ha interpretato meglio i sentimenti dei cittadini». Lo dice anche don Gabriele Filippini, per vent’anni direttore del settimanale diocesano La voce del Popolo, ora parroco di San Nazzaro, la parrocchia del centro dove predica padre Renato Laffranchi, di cui si dice in città che vengano da mezza Lombardia per ascoltarlo. La Curia, che nelle categorie dei laici è da sempre progressista, da sei mesi è retta dal vescovo Luciano Monari, amico di Ruini ma considerato in linea con la tradizione locale, incarnata dal vescovo ausiliare Francesco Beschi. Insomma, i vertici della Chiesa bresciana non sarebbero stati dispiaciuti da una vittoria del candidato del centrosinistra, Emilio Delbono. Ma, nei seggi dei due ospedali gestiti da religiosi, ha prevalso nettamente Paroli: al Sant’Orsola di 18 punti, al Poliambulanza di 22. Don Filippini assicura che i suoi parrocchiani restano persone di cuore, e non hanno smesso di praticare solidarietà e rispetto. Però, spiega, bisogna capire che può essere duro vivere accanto a sconosciuti che non capiscono né il dialetto né l’italiano, che magari non fanno nulla di penalmente rilevante ma gettano la spazzatura in strada o cucinano con spezie misteriose o tengono la musica alta tutta notte, e in una parola vivono come non fossero a Brescia. La paura, sostiene il parroco, è un sentimento legittimo, quando vedi i posti in cui sei cresciuto e invecchiato pieni di gente di altro colore, di «volti pallidi dell’Est, scuri dal Maghreb, neri dall’Africa», e non ti orienti più. Dice che la nuova giunta va bene, purché tenga fede alla tradizione della città: l’attenzione ai deboli, l’assistenza agli anziani, la «finanza sociale». Conferma l’unico uomo del centrodestra bresciano che andrà a Roma al governo, il deputato di An Stefano Saglia, probabile viceministro alle Attività produttive con delega all’energia: «Io sono sempre stato dall’altra parte, ero tra i giovani del Msi. Ma non posso non riconoscere che il cattolicesimo “manzoniano” a Brescia, da Mino Martinazzoli a Giovanni Bazoli, ha espresso una cultura di grande ricchezza, il cui peso si fa sentire eccome, ancora oggi. Già ai tempi della Dc questa era una sorta di diga: una città progressista, isolata nella provincia di Prandini e della Dc dorotea». In città c’era Martinazzoli. Ed è proprio lui a dire che forse una svolta c’è stata davvero. «Finisce una presenza organizzata dei cattolici. Si chiude un’epoca che non è iniziata con me, che durava da molto più di quattordici anni: il centrosinistra era nato con il sindaco Boni, negli Anni ’60. Finora avevamo tenuto perché la destra era divisa. Ora siamo ritornati al ’93, al ’94, gli anni della Lega al 30% e di Berlusconi giovane». Con la differenza che la sinistra non ha un Martinazzoli con cui allearsi. In ogni caso, uscirne non sarà facile neppure per la destra. Ad esempio non sarà facile chiudere tutti i phone- center di via san Faustino, da cui a notte fonda, quando telefonare costa meno, si alzano le voci di quelli che non hanno altri contatti con il mondo, che non si integrano e, soprattutto, non votano.

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