Questione romana

(18 Apr 08)

Marcello Sorgi

A soli tre giorni dal risultato elettorale che ha capovolto la mappa del potere italiano, una nuova sfida s’è aperta a Roma per la conquista del Campidoglio. E secondo come si concluderà – con la vittoria di Rutelli, che partiva favorito al primo turno e lo è molto meno per il ballottaggio, o con quella di Alemanno, che rappresenterebbe l’alternativa, dopo quindici anni di sindaci di centrosinistra – essa avrà il valore simbolico di una rivincita del Pd, o di una sua definitiva sconfitta.

Ma non solo per questo la gara all’ombra del Colosseo è diventata importante. In fondo, il sindaco e il Comune di Roma erano già stati nel 2001 la zattera a cui il centrosinistra si era aggrappato, al tempo della seconda vittoria di Berlusconi. La ragione oggi è un’altra: mai come questa volta la «questione romana» è stata al centro della campagna elettorale, e determinante per il modo in cui si sono concluse le elezioni.

Tutto quel che è successo, infatti – la vittoria di Berlusconi sull’intero territorio nazionale, la forte affermazione della Lega al Nord e in Sicilia della coalizione guidata dal «leghista del Sud» Lombardo, la riduzione del dominio del Pd entro i confini delle tre regioni rosse – si può leggere come una sorta di vendetta contro il potere romano. Una vendetta sproporzionata e non sufficientemente motivata, neppure dalla forte campagna antipolitica e «anti-casta» dell’ultimo anno; pagata da Prodi, Veltroni e da tutto il centrosinistra come conto di errori di decenni di governi che neppure li riguardavano: ma consumata, al dunque, e come tale destinata a produrre gli effetti di una rivoluzione silenziosa che covava da tempo. Una sorta di secessione virtuale e politica, ancorché non reale. Che non è – o non è più solo – questione di idee, di programmi o pregiudizi. Ma piuttosto di tendenze, aspirazioni, linguaggi, impalpabili e difficilmente catalogabili, sommati al rifiuto del modo di essere, oltre che di apparire, della politica romana.

Berlusconi, in altre parole – e a dispetto di tanti che lo sfottevano – non si sarebbe vestito a quel modo, con camicie e collettoni blu e neri, sotto giacche aperte a doppio petto, e non avrebbe parlato alla sua maniera, con gaffes, battute a doppio senso e qualche volta ai confini della volgarità, se non avesse saputo che quello stile e quelle parole sono il nuovo look e il nuovo linguaggio del profondo Nord dei piccoli centri, dei paesi e dei bar di provincia dove la gente nuova si confronta con i modelli e i sogni che vede tutte le sere rappresentati in tv.

Anche Bossi non avrebbe stravinto nel suo territorio, senza mai apparire in un talk show e ripetendo all’infinito slogan contro «il sindaco di Roma», se non fosse stato convinto che una sola parola – Roma -, pronunciata con l’accento delle valli, sarebbe bastata a mobilitare il suo popolo.

E Lombardo e Dell’Utri non si sarebbero permessi di scherzare sul voto di mafia e sulla beatificazione del famoso stalliere Mangano, se non fossero stati sicuri che anche certi argomenti dell’Antimafia, insieme con certi comportamenti di certa magistratura, sono ormai recepiti da gran parte degli elettori meridionali come variante di un potere da abbattere.

Si dirà che è un quadro terribile, imprevisto, grottesco, di un’Italia che per tanto tempo era sembrata somigliare sempre a sé stessa, e in cui si poteva discutere malinconicamente di scomparsa della società contadina o della dimensione di classe perduta. Ma non è vero. Sorprendente, semmai, è la sorpresa con cui alcuni dei leader sconfitti in queste elezioni si accostano al cambiamento di un territorio, che da tempo non frequentavano o che hanno praticamente abbandonato. Chi ci vive – basta ascoltare sindaci come Chiamparino, Cacciari o Cofferati – sa bene cos’è accaduto, lo ha detto e ripetuto. Chi se n’è andato non ha voluto fare i conti con ciò che è cambiato.

Ma dovrà. Perché quel che consegue alla nuova realtà è una diversa gerarchia, che per la prima volta mette in fondo alla classifica il potere romano e la sua pretesa centralità. Così Roma non è più – né tornerà tanto facilmente ad essere – al primo posto, sopra il Nord, e con il Sud in coda. Oggi è il Nord che s’impone, con il voto dei suoi elettori e le sue urgenti istanze federaliste. Segue il Sud autonomista e contrattualista, con i suoi problemi trascurati, come i rifiuti di Napoli, che rischiano di danneggiare l’insieme del Paese. E quanto a Roma, ormai scesa al terzo posto, con i suoi appesantimenti burocratici, arranca e fatica a tenere la presa.

La lezione del 13 aprile è questa, e su questo si misurano il presente e il futuro di un’intera classe politica. Anche quella che ha vinto. Non è svanito definitivamente solo il mito andreottiano dell’eternità del potere: vecchi e giovani, tutti insieme, sono all’ultimo giro. O cambiano veramente, o si preparano a uscire di scena.

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