Lezione dalle regioni rosse

18 Apr 08

Francesco Ramella

C’è una parte d’Italia in cui il «sol dell’avvenire» non sembra mai tramontare. Non importa quanti mugugni si sentono prima delle elezioni. Al momento del voto, quasi per un riflesso condizionato, gli elettori delle «regioni rosse» non tradiscono la loro storia. Nell’Italia di mezzo, infatti, il Partito democratico non solo vince il confronto con Berlusconi, ma raggiunge le sue percentuali più elevate. In Toscana, alla Camera, ottiene il 47% dei consensi, in Emilia Romagna il 46%, in Umbria il 44% e nelle Marche si colloca al 41 (comunque otto punti sopra la media nazionale). Naturalmente, anche qui, non tutto è andato secondo le previsioni della vigilia. Partiamo da un primo elemento: la secessione del voto di sinistra. Come nel resto d’Italia la sinistra arcobaleno ha subito una cocente disfatta. Ha perso il 70% dei voti validi ottenuti nel 2006 (un valore nella media nazionale).

Difficile dire con esattezza dove siano finiti i 576 mila elettori dispersi. Sicuramente una parte si è rivolta al Pd. Ma ciò non rappresenta la spiegazione della disfatta. Per un semplice motivo: che i democratici non hanno aumentato i consensi. Al contrario, sommando i voti ottenuti alla Camera nel 2006 dall’Ulivo e dalla lista dei consumatori e aggiungendo la metà di quelli della Rosa nel pugno (per stimare l’apporto dei radicali) ci si accorge che il Pd, a sua volta, ha perso per strada 67 mila elettori. Per di più non si nota alcuna correlazione statistica, a livello territoriale, tra la prestazione del Pd e il cedimento della lista Arcobaleno. Anche perché, in queste regioni, il voto per la sinistra radicale, più che far presa nell’insediamento tradizionale del Pci (che ancora oggi esprime le roccaforti del Pd), si è radicato in zone dove le difficoltà dello sviluppo hanno fornito un terreno fertile per un messaggio massimalista.

Per capire la diaspora di sinistra meglio allora guardare verso i canali capaci di esprimere il malcontento e l’esigenza di radicalità di questi elettori. Ad esempio verso le due formazioni della «sinistra antagonista» (il Partito comunista dei lavoratori e quello della Sinistra critica) che hanno raccolto oltre l’1% dei voti validi. O verso l’Italia dei Valori, che ha più che raddoppiato i suoi consensi (sia in percentuale che in voti assoluti). Oppure ancora verso la Lega che in Emilia Romagna, nei centri minori delle province più esposte ai «venti del Nord», ha raggiunto percentuali molto significative. Ma una parte consistente sarà anche rifluita verso l’astensione, visto che i voti validi sono calati del 4,6%, un valore più elevato rispetto alle altre regioni italiane (-3,9%).

Un secondo elemento interessante si ricava, più che dai dati elettorali, dalle ricerche condotte negli ultimi anni che segnalano tra i lavoratori autonomi e gli imprenditori delle regioni rosse una crescita delle simpatie per il centro-destra. I risultati elettorali di domenica scorsa mostrano un consenso maggiore verso il Pd nelle province più sviluppate. Ma è proprio in queste zone – soprattutto in quelle emiliane – che la flessione dei consensi rispetto al 2006 è stata più accentuata (in valori assoluti). L’insieme di questi fattori indica che la famosa alleanza con i «ceti medi produttivi» richiede una manutenzione straordinaria. Ed è da qui, da questi territori «non ostili», che la riflessione dei vertici del Pd dovrebbe ripartire. Perché il modello storico delle regioni rosse dovrebbe rammentare al centro-sinistra una lezione che oggi è valida per l’intero Paese. Questo modello, infatti, nei suoi momenti migliori ha tenuto insieme crescita economica ed equità sociale. Misure a sostegno degli artigiani e degli imprenditori con politiche sociali e pratiche democratiche fra le più avanzate d’Italia. Su questo compromesso sociale che univa le varie classi in un comune progetto di sviluppo e che si alimentava di un’amministrazione locale efficiente, il Pci ha costruito le sue fortune elettorali. Il modello emiliano, in fondo, mostrava che i «comunisti» erano in grado di organizzare bene, anzi meglio di altri, i servizi collettivi. Di rendere efficiente la cosa pubblica. Questa è la sfida politica e culturale con cui si dovrà confrontare il Pd a livello nazionale. Mostrare il valore aggiunto della sinistra per lo sviluppo e la modernizzazione del Paese.

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