L’esempio tedesco

(18 Apr 08)

Carlo Bastasin

Tutti i grandi errori delle ultime legislature sono stati compiuti al loro inizio. Nel 2006 il centrosinistra decise di governare senza maggioranza e, di conseguenza, di disperdere il tesoretto fiscale nelle richieste di spesa dei singoli partiti necessari alla sopravvivenza della coalizione. Nel 2001 il centrodestra scelse di trascurare gli obiettivi di finanza pubblica e di non liberalizzare l’economia rinunciando alla crescita.

Si è trattato di errori sistemici, che si sono ripercossi cioè per anni, determinando il destino del Paese e il giudizio su chi lo ha guidato.

Anche l’inizio di questa nuova fase politica è esposta a rischi di errata analisi. I numeri dicono che il prossimo governo potrà durare cinque anni. Sbagliare adesso sarebbe dunque devastante. Quali sono i rischi? Usando una semplificazione si può dire che la società italiana ha bisogno di aprirsi al mondo e di immergersi culturalmente in un ambito interdipendente ed eterogeneo benché talvolta brutale, mentre la retorica del centrodestra è attratta dalla chiusura: respingere l’immigrazione, controllare il territorio, celebrare l’identità di bandiera, proteggere i capannoni e le imprese.

Chiudere il Paese, economicamente e culturalmente, sarebbe il colpo finale all’Italia. Se la mia algebra non è troppo arbitraria, senza il valore aggiunto dei settori aperti all’interscambio con l’estero l’Italia sarebbe stata in recessione in 4 degli ultimi 5 anni. A chi privilegia, come nel caso Alitalia, il passaporto dell’investitore alla sua capacità, basti ricordare che la proprietà estera nelle 30 maggiori società tedesche è passata dal 10% del 1998 al 60% di oggi. Nello stesso periodo l’economia tedesca ha compiuto una conversione straordinaria che porta la Germania, fino a pochi anni fa con l’Italia il grande malato d’Europa, a essere oggi l’economia più solida tra i grandi Paesi del mondo sviluppato.

La forza della nuova coalizione ne accentua le responsabilità oltre i confini italiani. Legandosi al controverso protezionismo di Sarkozy, Berlusconi rischia di indebolire il consenso per il libero mercato che prevale nel resto dell’Unione europea. Presiedendo il G8 inoltre, potrebbe promuovere un’agenda contraria alle sedi istituzionali del libero commercio che paradossalmente permetterebbe a Cina, India e Russia di influenzare senza regole un mondo che per crescere dipende da loro.

All’interno del Paese, frenare il mercato significa fermare il processo di «distruzione creativa» che in Italia sta facendo emergere le imprese migliori anche in settori tradizionali, a discapito di quelle incapaci. Significa fallire in una delle poche cose che un governo può fare per influenzare lo sviluppo, cioè sbagliare il sistema degli incentivi: sprecare risorse per difendere i lavori esistenti a bassa produttività, anziché investire in capitale umano per accrescere la produttività del lavoro e quindi anche la sua remunerazione.

Il personale politico della coalizione di centrodestra non è rassicurante. Molti sono i rappresentanti delle lobby, dalle associazioni dei taxisti a quelle dei commercianti, dai liberi professionisti ai pubblici dipendenti. La classe politica è più imbarazzante proprio dove c’è maggior bisogno di capacità, nel Mezzogiorno. Da parte sua la Lega ha il ruolo in Italia di «elettore mediano» – dove si muove, a sinistra o a destra, fa vincere le elezioni – ma la sua politica non è in alcun modo mediana, perché esprime un localismo i cui conti non tornano a livello nazionale. Chiamata al governo, spetta dunque anche ad essa una conversione sostanziale: ben venga allora il federalismo forte delle responsabilità fiscali, ma subito, perché in sua assenza la retorica degli interessi e delle identità locali servirà solo a costruire ponti costosissimi e monumenti utili ai piccioni.

I primi provvedimenti annunciati sono invece solo anestetici, di breve durata e talvolta controproducenti. Misure come il bonus bebè o l’eliminazione dell’Ici, per esempio, non servono a nulla, tranne che a perdere risorse, se il reddito che distribuiscono rimane ostaggio dell’incertezza sul debito pubblico e sul prelievo futuro. Sono infatti provvedimenti figli di una campagna elettorale che non prevedeva un orizzonte di governo lungo, ma una nuova condizione di instabilità da controbattere con pannicelli e prebende, giorno per giorno. Ora si può/deve invece fissare l’orizzonte dei cinque anni e rimuovere le debolezze strutturali del Paese, a cominciare da quelle di finanza pubblica. Gli impegni europei dei conti pubblici italiani sono alla portata per il 2008, ma non facili per il 2009 e il 2010. Su di essi Berlusconi si impegni senza rinvii o ambiguità, quindi getti nel cestino il programma elettorale e ne produca uno coerente con l’obiettivo di governare fino al 2013.

«Questo sarebbe il Paese più felice del mondo se riuscissimo a liberarci di due mali: il debito pubblico e le leggi protezionistiche». A parlare era David Ricardo di fronte al Parlamento di Londra. Ma da allora sono passati esattamente due secoli.

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