È “Amici” l’unica scuola che funziona

18 Apr 08

Walter Siti

Trionfo di ascolti per l’ultima puntata di Amici: mediamente sopra il 35% di share, con vette del 55 verso la mezzanotte, e 10 punti sopra Lazio-Inter nel periodo di sovrapposizione. Era la puntata finale, d’accordo, ma in tutta la stagione il programma è rimasto intorno al 30, segnalandosi come il maggior successo di Mediaset per quest’anno. Mentre X-Factor galleggia, e altri talent-show chiudono prima di cominciare, quale alchimia garantisce ad Amici tanta popolarità?

Il valore aggiunto, certamente, è Maria De Filippi, che è dotata di un istinto rabdomantico nel percepire i minimi trasalimenti nell’umore del pubblico. Rispetto alla passata edizione, ha attenuato parecchio il sadismo di mettere i concorrenti uno contro l’altro; persino la gag dell’insegnante di danza e della ballerina fisicamente inadatta, che l’anno scorso toccava corde drammatiche, quest’anno si è collocata su un registro sostanzialmente comico. La De Filippi ha capito che i ragazzi non dovevano essere messi troppo in crisi, li ha tutelati anche nel day-time, nella zona più reality del programma. Quest’anno più che mai, ha deciso di giocare la carta della distanza del suo show dal Grande fratello: mentre il successo di quest’ultimo si basa su un voyeurismo quasi sprezzante (il pubblico si identifica coi protagonisti ma restandone un poco superiore, o almeno sentendosi tale), lei ha sottolineato l’aspetto della proiezione idealizzata.

I ragazzi a casa vorrebbero essere come quelli di Amici, saper ballare e cantare come loro, e i genitori vorrebbero avere dei figli così. All’aggressività petulante del pubblico in studio si è sostituita quest’anno la candida e dolente ammirazione di Platinette per la gioventù e per il talento.

Le famiglie vogliono dimenticare i rischi di disoccupazione, la cocaina, l’indifferenza e il nichilismo sentimentale che minacciano i loro figli. I concorrenti del Grande fratello, in certi micidiali attimi di vuoto (come negli occhi di Christine martedì scorso), rispecchiano l’incertezza, gli sbagli, la paura di abbandonare quel rifugio caldo per uscire ad affrontare il mondo. I concorrenti di Amici, invece, non vedono l’ora, di affrontare il mondo dello spettacolo per affermarsi e diventare delle star. Maria De Filippi è una madre dura ma giusta, orgogliosa ma ironica; chi non vorrebbe essere al posto suo, in quel paese ideale dove i giovani hanno passioni forti, artistiche, valori incontrovertibili e bipartisan come l’impegno, la disciplina, la fiducia nel futuro? Amici realizza il miracolo di un programma pensato per i giovani che affascina gli adulti e accomuna le classi sociali: la ragazzina sottoproletaria, ma anche la studentessa borghese che fa il Dams all’università.

Invece che rispecchiare la miseria che siamo, o stuzzicare i desideri più primitivi (la sghignazzata facile, il colpo di fortuna, la curiosità del mostruoso, i culi e le tette) Amici scommette in prima serata su un sentiero più difficile, quello del dover essere e della mediazione culturale. Volendo sfruttare l’appeal dei giovani, si è dovuto confrontare con uno dei nodi della mediazione culturale, cioè col tema della pedagogia. Lo spazio, e il tempo, del programma sono quelli di una vera e propria «scuola»; l’unica scuola che funziona in Italia, nell’immaginario di chi ne ha decretato il successo (e qui conta il ricordo della serie cult Saranno famosi). La De Filippi, ancora una volta, è stata bravissima nello spettacolarizzare l’insegnamento; il reality, quest’anno, si è spostato dai ragazzi ai docenti e le qualità sadiche della conduttrice si sono esercitate nel mettere la Celentano contro Garrison, o qualche ragazzo contro la Di Michele eccetera. Sfidando un tabù dell’estetica televisiva, che è quello di evitare le ripetizioni, qui i balletti venivano addirittura ballati identici per tre volte, la prima dai «dimostratori» e le altre due dai concorrenti – ma funzionava, perché la ripetizione faceva risaltare le differenze e permetteva agli spettatori di trasformarsi in giudici, magari in disaccordo col televoto.

Mai la mediocrità è stata così premiata come in televisione; spesso il migliore non vince, il che è inevitabilmente diseducativo. Alla finale di Amici erano in palio 300 mila euro e questo scompaginava un po’ la metafora della «scuola»; che i giovani cantanti e ballerini di Amici non siano tanto bravi non fa problema, in fondo a scuola si va per imparare; ma certo, che poi uno non tanto bravo, con una bella voce ma immaturo (imbarazzante un suo tentativo di Rugantino con accento sardo) vinca 300 mila euro, beh, sembra proprio uno scandalo. Oggi dal telegiornale si è saputo che a Cagliari il giovane vincitore, Marco Carta, è stato festeggiato «dalla folla scesa in strada»: ecco forse un’ultima ragione del successo di Amici, un effetto Campanile sera.

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