E ora un nuovo PD

(16 Apr 08)

Marco Damilano

La leadership di Veltroni non si tocca. Ma la sconfitta è stata collettiva. E l’intero gruppo dirigente del partito deve essere rimesso in discussione. L’analisi del ministro uscente Arturo Parisi

Per mesi è stato all’interno del Pd un avversario tenace di Walter Veltroni, ma all’indomani della sconfitta elettorale Arturo Parisi non ha nessuna voglia di processi e di rese dei conti. «Il “si può fare” è alle nostre spalle. Non ce l’abbiamo fatta, purtroppo. E ora sarebbe facile infierire su chi porta per intero la titolarità della campagna elettorale, e lo dico con simpatia per Walter, ma qui è in gioco un intero gruppo dirigente. È stata una sconfitta collettiva, corale».

Il ministro della Difesa analizza lo tsumami del 14 aprile con l’occhio del politologo abituato a destreggiarsi tra dati e flussi elettorali. «Da studioso vorrei riservarmi tutto il tempo di cui ho necessità per non dire cose superficiali. Ma abbiamo qui i dati assoluti, i più sicuri. E i numeri assoluti ci dicono che il centrosinistra rispetto al 2006 ha perso per strada più di tre milioni di voti. È difficile non definirla una disfatta. Cosa è davvero accaduto? Che fine hanno fatto questi tre milioni di persone? Si sono astenuti? Hanno votato scheda bianca? Si sono trasferiti in parte dalla Sinistra Arcobaleno al Pd? Lo vedremo quando saranno disponibili i flussi. Qualcosa, però, si può dire fin da oggi».

Il professore sardo ripercorre come in un film le scelte compiute fin qui dal Pd di Veltroni. Scorrono le immagini: le primarie per l’elezione del leader, la scelta di dialogare con Silvio Berlusconi sulla legge elettorale. E poi la decisione di correre da soli alle elezioni spezzando l’alleanza con la sinistra radicale su cui si era retto (malamente) il governo Prodi. «La scomposizione dell’Unione nasce dalla scelta di Bertinotti », ricorda Parisi, che di quell’alleanza è stato tessitore quando Prodi era ancora a Bruxelles come presidente della Commissione europea. E c’è stato un momento in cui il sogno dell’inventore dell’Ulivo, la nascita di un soggetto politico in cui tutto il centrosinistra potesse ritrovarsi, è sembrato a portata di mano: le primarie dell’ottobre 2005, quando Bertinotti gareggiò con Prodi per la scelta del candidato premier. «Dopo quel momento Bertinotti non è stato coerente. O non ha mai creduto nel progetto o lo ha abbandonato subito e ha arretrato fino al punto più basso, quando in campagna elettorale ha fatto scrivere sui manifesti che lui voleva rappresentare solo una parte, la sua, e non l’interesse generale. Non era credibile, non è stato creduto».

Tutta colpa di Fausto, allora? Non esattamente: «La separazione tra il Pd e la sinistra è stata consensuale, non certo l’esito di un confronto politico forte. È stato un separarsi con l’idea di ritrovarsi. Motivato dall’idea che per il Pd i voti non conquistati a sinistra potessero essere compensati, per così dire, a destra. La linea del Pd, in questa campagna elettorale, ha scommesso in modo dichiarato sulla possibilità di intercettare i voti di centro, anche a costo di perdere il contatto con una componente importante del centrosinistra e di non coinvolgere gli elettori schierati a sinistra. L’idea che, alla fine, il saldo fosse positivo. Non è stato così: la linea non ha incontrato i fatti».

La linea, come la chiama Parisi, per alcuni notabili del Pd ha gli occhiali da miope e il sorriso accattivante di Veltroni. Ma il ministro della Difesa rifiuta questa equazione: «Non mi piace questo atteggiamento sciacallesco. Veltroni si è assunto il rischio politico in prima persona e ha svolto la campagna in prima persona. Le sconfitte sono onorevoli se ti batti per la vittoria, Veltroni si è battuto, nessuno può prenderne le distanze. Non so se per tutti sia onorevole, ma per Walter è una sconfitta onorevolissima».

Però qualcosa da dire Parisi ce l’ha. La prima riguarda l’atteggiamento tenuto nei confronti del governo Prodi: «La difesa di quello che avevamo fatto doveva avvenire non solo sulla persona di Romano, ma anche sui risultati del governo che ci venivano contestati. Invece la risposta è stata necessariamente imbarazzata e contraddittoria ». Il secondo affondo è sulla gestione del partito. «Lo dico senza ironia, pacatamente e serenamente: dobbiamo svolgere quel ragionamento politico che fin qui non c’è stato. Un ragionamento rispettoso dei fatti e delle persone. Le primarie che hanno eletto Veltroni non sono state un confronto sul futuro, ma una somma di passati. Poi ci sono state due assemblee costituenti senza possibilità di discutere per via della campagna elettorale in arrivo. Il risultato è che il Pd non è potuto nascere ».

È la richiesta di un congresso straordinario del Pd o perfino di un cambio di leadership? «Le ritualità sono inutili, sono un punto di arrivo», risponde Parisi: «Guai a muoverci dalle parti dei nostri ombelichi o a voler addirittura sostituire i titolari degli ombelichi. O scende in campo un progetto alternativo o discutere di leadership sarebbe il colpo finale. La sconfitta diventerebbe una disfatta». Veltroni non si tocca, ma tutto il resto deve essere rimesso in discussione: linea politica, progetto e soprattutto gruppo dirigente. Gira e rigira, il ministro della Difesa batte sempre sullo stesso tasto: «In questi mesi non siamo riusciti a rappresentare nella sua pienezza la novità del nuovo partito. Veltroni ha caricato tutta la novità sulle sue spalle, sulla sua leadership e sulla simbologia, per me indovinata: l’inno nazionale, la bandiera, il tricolore nel simbolo parlano del Pd come di un partito dell’Italia e degli italiani». Un leader solo al comando, solo sul palco, solo il suo nome sui manifestini verdi sventolati in tutta Italia da folle enormi. «Sì, ma poi le persone che non salivano sul palco c’erano tutte, erano lì, la gente sapeva che erano nelle liste. Siamo rimasti a metà del guado. Abbiamo insistito sul nuovismo, ma poi noi del vecchio c’eravamo tutti, lo dice chi tra i vecchi si sente l’ultimo arrivato ».

Una mancanza di credibilità, anche personale, come sbraitava Berlusconi: Pd ultima incarnazione del Pci, Veltroni uomo di apparato, professionista della politica? «Se Berlusconi ha pensato di poter utilizzare questo logoro armamentario è perché nel Paese ha ancora una sua attualità », ragiona Parisi. I notabili al gran completo, da Massimo D’Alema a Giuseppe Fioroni, da Dario Franceschini ad Anna Finocchiaro, a Franco Marini accorso al capezzale del Pd alla fine della serata elettorale, poche ore dopo i primi risultati sono tornati a salire sul palco accanto a Veltroni: un gesto di solidarietà, forse di assunzione di responsabilità, ma anche un segno di tutela di una leadership che sembrava fortissima e che oggi, all’improvviso, appare fragile. «Il gruppo dirigente è chiamato a un profondo rinnovamento del personale politico: il passaggio di generazione avviato da Veltroni deve continuare. Il gruppo dirigente non può trasformare la vicenda in una questione personale di Veltroni, né risolvere il tutto con i vecchi caminetti delle correnti. Bisogna saper leggere i segni dei tempi. Sono persone troppo avvertite per non capirlo». Una nuova leva di giovani leader, da costruire fin da ora.

E il futuro personale del leader sconfitto? Sarà ancora lui il candidato premier quando si tornerà a votare? Troppo presto per dirlo, ma un ultimo consiglio Parisi lo vuole dare: «Veltroni non può che essere al servizio del progetto di cui fa parte, lo invito a spendersi per questo. Walter ha detto bene in questi mesi: progetti lunghi e una classe dirigente che realizzi questi progetti. Faccio appello ai quarantenni: scendete in campo. E non fatelo solo in virtù dei vostri quarant’anni. Non so se esistono nel Pd, so che in Italia ci sono questi quarantenni che parlano poco di sé e molto del Paese». AAA, giovani leader cercasi.

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