Da de Mita a er Piotta la ballata degli esclusi

(16 Apr 08)

Filippo Ceccarelli

In Transatlantico non vedremo più l’ex segretario Dc non rieletto con l’Udc
e Volonté: esaltava la verginità, combatteva i condom e posava come modello

Un paese, o per meglio dire: un Parlamento senza. Senza Bertinotti, “teneramente adirato” con chi lo chiamava “Bertynight”. Senza il sottile e pallido Boselli, mattatore dei mille e mille tavoli dell’Ulivo. Senza il pelatone Rizzo, reuccio dei talk-show. Senza la coppia degli ex “impresentabili” del 2006, Caruso e Luxuria. L’uno piantò cannabis nel cortiletto dei fumatori di Montecitorio; l’altra pubblicò un bel libro di memorie, fece tanti spettacoli, fu seguita dai fotografi in vacanza a Bali con la sorella e la “portaborsette” Fuxia, ma andò anche a prendersi un po’ di botte a Mosca, per i diritti dei gay di laggiù.

Un Parlamento senza il verde Paolone Cento, detto “er Piotta”, il primo che si fece fotografare in mutande per protesta, e poi divenuto sottosegretario in tribuna d’onore all’Olimpico; e un Parlamento senza il provvido guerriero teo-con Volontè, che esaltava la verginità, combatteva il condom e si esibiva come indossatore su Donna moderna in “giacca verde prato con tasche a battente”.

In quello storico rotocalco, pietra miliare nell’evoluzione della vanità del ceto politico di questo disgraziato paese, compariva un altro illustre escluso, il ministro Pecoraro Scanio, che una volta ottenuto il premio dicasteriale, nel 2006, secondo la Padania si recò alla Sacra di San Michele per accendere un cero.

Vale la pena di chiedersi se e quanto gli giovò quell’atto devozionale. E quell’esercizio del potere così simile, compresi i gravami famigliari, a quello che non molti anni orsono il giovane e trepido Alfonso intendeva fronteggiare. Si dice: la politica ormai si fa così; e passi per il ballo con l’onorevole berlusconiana Ceccacci al Bagaglino. Ma pure Costantino Vitagliano, “il fidanzato d’Italia”, Pecoraro andò a chiedere in prestito a Lele Mora per una manifestazione elettorale; e poi dice che gente sceglie Berlusconi, il Messia degli spettacoli politici.

Ma un po’ mancherà alla XVI legislatura (negli arcani maggiori è “La Torre”, non di Babele, sperabilmente) Pecoraro; e con lui il senatore Strano, che evocò il cannibalismo addentando mortadella nell’aula del Senato; e l’altro suo collega, Cusumano, cui venne sputato in faccia e che svenne. Ah, chissà quali risorse avrebbero entrambi offerto al futuro della Repubblica!

E ancora oggi sembra incredibile che su quei banchi non siederà più De Mita, pensare che dalle sue parti di recente gli hanno intitolato addirittura un vino, il “Don Ciriaco”, robusto rosso di Taurasi. E addio anche, in significativa sincronicità, a Clemente Mastella, già demitianissimo Edipo a Ceppaloni, dal quale ormai si può dire che partì la valanga che ha sepolto non solo il governo Prodi, ma l’intera sinistra italiana nelle sue varie, ricche e superflue articolazioni: moderata, riformista, democristianoide, social-democratica, post-diessina, para-prodiana, no-global, rifondarola, antagonista.

Dunque, Mastella resta a casa, o meglio in villa, e vai a sapere se lo consola o meno di aver suscitato, con le sue dimissioni autorevolmente qualificate come “melodrammatiche”, un interessante saggio del professor Roberto Cartocci sull’ultimo numero de Il Mulino, dal titolo “La costruzione politica del risentimento”.

E insomma, molti i candidati, parecchi i respinti. Non si userà qui quell’altra parola un po’ greve, quel nomignolo beffardo e sprezzante che si riserva a chi perde le elezioni, e non solo per rispetto, che già basterebbe, o perché alcuni di questi signori non si sono nemmeno presentati. Ma un po’ anche per relativa e imbarazzata riconoscenza.

Il punto è che l’odierna politica, desertificata sul piano ideologico e programmatico, si abbarbica, germoglia e fiorisce rigogliosamente sul terreno dell’umanità, dei sentimenti e del vissuto dei suoi tanti protagonisti. Dei quali per una serie di ragioni profonde si vede e si sa molto, molto di più, sempre di più, vita, affetti, disavventure, confessioni, malanni, impicci, anche di mogli e figli, e scempiate o generosità. Tutte questioni comunque che il più delle volte esulano dal loro ruolo di rappresentanti del corpo elettorale. Ma che fanno di questi politici, per forza di cose e di articoli, di foto per strada e di salotti televisivi, dei personaggi insieme pubblici e privati, delle figure in qualche modo domestiche, quasi familiari, come dei parenti che stanno in tv o sui giornali. E infatti li si vede che stanno sempre lì, in posa, appunto, o in vetrina, che hanno fatto questo o quello, che sono tristi, o gioiosi, o arrabbiati, e si allora alzano la voce, si interrompono fra loro o si fanno i complimenti e insomma alla fine gli osservatori, i lettori e i telespettatori ci si affezionano. Pure.

E adesso, magari, ci restano anche male che non sono entrati a Montecitorio o a Palazzo Madama. Diliberto, per dire, con quel suo sigarone messo pure sul poster, che fa tanto potere, eccone un altro che per esigenze di “visibilità” – la crudele dea della video-politica – per un paio d’anni è stato costretto a distinguersi dai suoi più prossimi competitori elevando i toni, per cui un giorno diceva che sarebbe andato sì al Billionaire, ma “imbastito di tritolo”, e un altro giorno, in visita post-sovietica sulla Piazza Rossa, si offriva di prenderla in cura lui, la mummia di Lenin, nel caso i russi avessero voluto disfarsene, e poi sai dove diavolo l’avrebbe appoggiata, la mummia, l’ex ministro Diliberto, magari a Monteverde.

E Bertinotti? Mancherà pure lui, con tutto che ben due tornate di fischi, giovanili e operai, gli avevano rumorosamente anticipato l’esito elettorale. Per fortuna restano agli atti centinaia e centinaia di scatti dell’insigne fotoreporter di Dagospia, Umberto Pizzi, a documentare l’inarrestabile deriva mondana dell’ex presidente della Camera e dell’ubiqua sua consorte, la sora Lella, dai capelli arancioni e la grande simpatia. Dalla performance al teatro Eliseo, nella quale recitò la parte di Piero Calamandrei, all’ingresso appagato nel salotto Angiolillo; da Fiorello, dove diede la “Coppa Marx” a Veronica Lario, fino alla due giorni sul Monte Athos, non si può certo dire che Bertinotti non abbia vissuto intensamente i suoi giorni d’oro. Con buona pace sua e del suo ammirato pubblico nell’era dell’intimità politica.

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