Un disegno nazionale

(13 Apr 08)

Sergio Romano

Sul Corriere di ieri Pierluigi Battista ha scritto che i due maggiori partiti dovrebbero smetterla di considerarsi nemici e imparare a trattarsi come pezzi complementari di uno stesso Paese. Durante la campagna elettorale vi sono stati dapprima segnali positivi, poi, soprattutto negli ultimi giorni, qualche sgradevole ricaduta nei vizi della politica concepita come guerra fra nemici giurati e inconciliabili. Riprendo il filo degli argomenti di Battista e aggiungo qualche considerazione sui motivi per cui il Pd e il Pdl, quali che siano i risultati del voto, hanno in realtà un’agenda comune e dovrebbero comportarsi di conseguenza.

Il primo punto all’ordine del giorno è l’emergenza istituzionale. Non è possibile che un Paese, ormai per molti aspetti federale, continui a essere governato al centro da due Camere che fanno con estenuante lentezza le stesse cose e da un premier che non ha i poteri dei suoi colleghi europei. Non è possibile che le Camere continuino a essere elette con una legge che favorisce la proliferazione di piccole formazioni politiche, costituite per gestire piccole fette di potere e destinate a sopravvivere soltanto a spese della coerenza e dell’efficienza dello Stato. Dopo 15 anni di tentativi falliti, sappiamo che nessuna riforma costituzionale e nessuna buona legge elettorale verranno adottate finché le piccole formazioni saranno in grado di ricattare in Parlamento i partiti maggiori delle rispettive coalizioni.

Il Pd e il Pdl hanno quindi interessi comuni e avranno nella prossima legislatura, se non commetteranno l’errore di accentuare le proprie divergenze, l’occasione per fare insieme, in materia di riforme istituzionali e legge elettorale, ciò che nessuno dei due potrebbe fare da solo. Vi è stata in questi ultimi tempi un’evidente tendenza verso il bipartitismo. Cerchino di usare la legislatura per consolidarla. Il secondo punto all’ordine del giorno è l’emergenza economica. Chi avrà il compito di governare l’Italia erediterà un Paese esangue, stagnante, privo di infrastrutture moderne, oberato da un’enorme spesa pubblica e da un’alta pressione fiscale, condannato a essere il ventre molle delle molte crisi (da quella dei mutui a quella dell’inflazione agro-alimentare) che si stanno abbattendo sull’economia mondiale.

Spero che il prossimo governo non perderà il suo tempo, come è accaduto in questi ultimi anni, raccontando ai suoi connazionali che la colpa è dei governi precedenti. Non è vero. La responsabilità è di tutti noi: governo, partiti, sindacati, società civile. Molti dei problemi che ci affliggono sono importati dall’esterno e molte leve del potere economico sono state trasferite a Bruxelles o a Francoforte. Ma esistono problemi, dalla costruzione delle infrastrutture alla riduzione della spesa pubblica, che soltanto noi possiamo affrontare e risolvere. Anche questo è un campo in cui ogni governo, senza eccezioni, si è dimostrato inferiore alle esigenze della nazione. Oggi il Pd e il Pdl hanno la possibilità di fare, lavorando insieme, alcune delle cose di cui il Paese ha urgente bisogno per ricominciare a produrre e a crescere. I sacrifici saranno più sopportabili e gli ostacoli più facilmente sormontabili se il Paese avrà la sensazione di rispondere a un disegno nazionale, condiviso dalle due maggiori forze politiche.

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