Siamo stanchi di miracoli

(13 Apr 08)

Ilvo Diamanti

Riflettere sul voto il giorno in cui si vota rischia di essere frustrante. Per chi scrive e per chi legge. Nel giorno del voto si attende solo l’esito del voto. Il dopo. Sul “prima” è stato detto tutto quel che c’era da dire. Semmai, qualcosa di più. Ma questa volta la frustrazione dell’analista, se possibile, supera le occasioni precedenti. Per due ragioni, almeno.
La prima: si ha l’impressione di assistere al secondo turno delle elezioni del 2006. Che si svolge non due settimane, ma due anni dopo. L’equilibrio sostanziale del voto, alla Camera; la mancanza di una maggioranza reale al Senato: hanno costretto Prodi quasi a “fingere” di governare.

Un tentativo generoso quanto improbabile. Assediato dall’esterno e dall’interno. Dall’opposizione di Berlusconi, che ha continuato a “disconoscere” la legittimità del risultato. E dai sedicenti alleati, mossi da fini particolari e particolaristici, alla ricerca continua di visibilità e distinzione.

La seconda ragione che rende difficile presentare questa consultazione riguarda l’incertezza. (a) Quella degli elettori, che continua ad essere alta. D’altronde, due anni fa il 9% dichiarò di aver deciso per chi votare nelle ultime 24 ore. Il 6% il giorno stesso. E questa volta l’indecisione è accentuata, in parte, dalle novità dell’offerta politica. Partiti nuovi, sigle nuove, alleanze nuove. (b) L’incertezza degli analisti, degli esperti di opinione pubblica, dei pollster (sondaggisti). Mai come in questa occasione i sondaggi sono stati citati, presentati e pubblicati un po’ dovunque. Da sigle e figure note e da altre meno note. Alcune perfino ignote. Usati dai candidati in campagna elettorale, come strumenti di persuasione. Branditi come armi di propaganda. O ancora: ripudiati. Sondaggi e sondaggisti. A seconda dell’interesse e dell’opportunità. Anche a prescindere dagli abusi che hanno contrassegnato il ricorso ai sondaggi, è diffusa, fra gli esperti, l’impressione che al fondo della decisione di voto vi sia un fondo difficile da esplorare. Irraggiungibile a ogni tentativo di scavo. Non solo per imperfezioni e imprecisioni metodologiche. Perché, più semplicemente, molti elettori, alla fine, decidono diversamente da come pensavano solo pochi giorni prima. Perché, inoltre, in molti casi oppongono un atteggiamento reticente a chi si propone di sondare la loro scelta. Talora – non di rado – mentono.
D’altronde, diversamente da altrove, in Italia il voto continua a marcare l’identità personale. Un segno di riconoscimento. E di stigmatizzazione.

Per cui, incerti gli elettori, gli analisti e i sondaggisti: l’esercizio di pre-vedere diventa frustrante. Molto meglio, allora, vedere. Dopo che l’esito sarà più chiaro.

Più che riproporre bilanci oppure lanciare appelli (non ne saremmo capaci), dunque, di questa elezione sembra utile sottolineare i numerosi, rilevanti elementi di novità proposti. Insieme alla continuità di fondo che li lega.

1) In queste elezioni si sperimenta la capacità di attrazione di due nuovi partiti “larghi”: Pd e Pdl. Due contenitori, in cui convergono identità, componenti sociali, interessi e culture differenti. Due partiti maggioritari e personalizzati. Presidenziali, diremmo. Un modello imposto dal Pd, alle primarie dello scorso ottobre. Dopo un cammino lungo 12 anni. E riprodotto, in fretta, da Berlusconi, un mese dopo, con il Pdl. Non solo per il timore di recitare la parte del “vecchio avanzato”; lui, che, dopo il crollo della prima Repubblica, ha interpretato “il nuovo che avanza”. Anche perché, in questo modo, ha potuto allargare il suo “partito personale”, facendo confluire, nel medesimo alveo, An accanto a Fi. Senza congressi, dibattiti, confronti. Senza consultazioni né primarie. Così: con un colpo d’ala. Secondo lo stile – e il temperamento – del Cavaliere.

2) Nuovo appare anche l’orientamento della campagna elettorale. Per la prima volta, dal 1994 a oggi, non ha riprodotto i toni e l’andamento di una campagna militare. Anzi, semmai, è apparsa un po’ pallida. Sottovoce. Rutilante solo per quel che riguarda le promesse promesse. Tante, troppe. Spesso poco credibili. Comunque, poco fondate. Una campagna sottotraccia. Fino alla vigilia. A una settimana dal voto. Quando il Cavaliere ha ceduto alla sua indole. È tornato il Caimano. In pochi giorni, ha attaccato Di Pietro e i magistrati. Le istituzioni ostili. Ha suggerito (come “ipotesi di scuola”, ovviamente) le dimissioni di Napolitano. Si è, finalmente, liberato dell’atteggiamento “educato” verso Veltroni e il Pd. Ultimi eredi – mascherati – della tradizione comunista. Ha permesso, in questo modo, a Walter di smettere, per un momento, il volto sorridente di Obama. E di usare, come un’arma, lo stile politicamente corretto. Marcando la distanza fra Obama e il Caimano.

3) Decisamente nuovi, infine, gli attori. Il confronto personale, infatti, non ha opposto Berlusconi a Prodi. Per la prima volta, dal 1994. Perché, anche nel 2001, quando il centrosinistra candidò Rutelli, si percepiva l’ombra lunga di Prodi. Il leader dell’Ulivo. Ma oggi il professore è fuori gioco. Il leader del Pd è Veltroni. Il che costituisce una novità. Come è nuova la presenza autonoma di altri leader. Casini: fino ad oggi fedele a Berlusconi. Lo stesso Bertinotti. Il cui avversario da battere è la logica del voto utile. Impersonata da Veltroni.

4) Tante novità, tuttavia, avvengono dentro strutture politiche e normative largamente tradizionali, per non dire vecchie. È il paradosso italiano. L’ossimoro nazionale. Per cui partiti maggioritari, partiti personalizzati e quasi personali si sviluppano dentro una legge elettorale proporzionale e “partitocratica”. Si assiste a una campagna di tipo presidenzialista, fra due candidati presidenziali: senza presidenzialismo. Alla sfida diretta, quasi “privata”, fra Berlusconi e Veltroni: senza neppure un faccia a faccia in televisione. Si mira, esplicitamente, a superare l’antiberlusconismo, ad abbattere il muro di Arcore. Con la presenza e il contributo di Silvio Berlusconi. Inventore della seconda Repubblica; dal 1993, al centro della scena politica e di ogni competizione elettorale.

È proprio vero: noi italiani siamo “strani”, come ha rammentato ieri Marc Lazar, sulle colonne di questo giornale. Confidiamo sempre della nostra proverbiale “arte di arrangiarci”. Contiamo di cambiare tutto lasciando tutto uguale a prima. Bravi a reagire alle emergenze, noi italiani. A inventare qualcosa di nuovo, quando tutti ci danno per finiti. A sorprendere e a sorprenderci. In attesa di uomini della provvidenza, inviati (e, magari, unti) dal Signore.
Personalmente, però, saremmo stanchi di miracoli.

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