Modernizzare il paese

(13 Apr 08)

Giulio Anselmi

La campagna elettorale che abbiamo alle spalle ha prodotto manciate di promesse senz’essere capace di esprimere una visione dell’Italia. Come se entrambi i principali contendenti immaginassero un breve e piccolo governo, destinato, nel migliore dei casi, a produrre alcune essenziali riforme, forse addirittura soltanto una nuova legge elettorale; e, nel peggiore, a vivacchiare per tanta o poca legislatura.

Tutti i partecipanti alle elezioni, Berlusconi e Veltroni in primo luogo, sono appesantiti dal passato. Berlusconi non può menar troppo vanto – anche se talvolta, nella foga del comiziante, ripete i soliti autoelogi – di un governo che lasciò i conti pubblici in cattive condizioni e che riuscì a realizzare, secondo le valutazioni più attendibili, solo il 50/60 per cento del suo programma. Veltroni porta sulle spalle il gravoso fardello del bilancio del ministero Prodi (che nel giudizio dell’opinione pubblica è forse ancora più pesante della realtà) e fa del suo meglio per non apparirne ingobbito.

Quanto al futuro, i candidati premier, immersi loro malgrado nell’economia-mondo, hanno presto dovuto accantonare le polemiche domestiche su veri o immaginari tesoretti: la realtà italiana, ormai da sei anni a crescita zero (dati Ocse di pochi giorni fa), non consente a nessuno di cavarsi d’impaccio accusando la cattiva gestione dell’avversario. Se dalla nascita dell’euro in poi lo sviluppo italiano è sempre stato inferiore alla media europea è difficile prendersela con la congiuntura internazionale e non con i governi di centro-destra e centro-sinistra che si sono succeduti.

L’indebolimento del Paese, che chiama in causa l’intera classe dirigente al di là della rappresentanza politica, pone i futuri eletti di fronte a un’emergenza drammatica: è urgente stimolare la crescita e sostenere il potere d’acquisto dei ceti medi e poveri, riducendo le tasse e aumentando stipendi e salari. Ma è chiaro che il beneficio di provvedimenti fiscali redistributivi dura poco se non si accompagna a riforme che rilancino la produttività d’insieme del sistema.

Di fronte a un Paese depresso nessuno è stato capace di una proposta-choc. Tutto ciò aiuta a capire la deludente somiglianza dei programmi. Ma anche una significativa differenza di toni, più pessimista quello del Cavaliere (che spesso ha parlato della necessità di provvedimenti impopolari), più sbrigliato nel promettere Veltroni: differenza sarcasticamente spiegata da Tremonti con una diversa consapevolezza, quella della vittoria da parte del Pdl e quella della sconfitta da parte del Pd.

Le promesse a pioggia – meno Ici, pensioni più alte, case a prezzi accessibili ecc.- non bastano a fare la differenza: la sfiducia seminata a piene mani dal tifone dell’antipolitica non si è limitata a colpire più duramente la formazione al governo e a sradicare esponenti di partito di lungo corso, ma ha percorso l’intera campagna ricoprendo parole e persone con lo sgradevole polverone del «già visto». Una campagna che non ci ha risparmiato le vecchie gag del Cavaliere, ma che non ha realizzato pienamente neppure il tentativo di innovazione veltroniano. E non è un caso che gli indecisi arrivino, secondo le valutazioni più pessimiste, a un terzo del totale e che si tema una valanga di astensioni.

Quanto peserà la sfiducia? Quanto funzionerà, come antidoto, ciò che rimane del vecchio cemento identitario nei diversi partiti? Il risultato di queste elezioni sarà determinante per il futuro di un sistema minato, negli anni passati, proprio dall’inettitudine dimostrata sul principale banco di prova della politica, quello della governabilità. Non è un caso che, dopo l’esperienza Prodi, una parola d’ordine abbia percorso gli schieramenti, divenendo di volta in volta elemento di coesione o ripulsa: quella del «voto utile», assegnato all’uno o all’altro dei due schieramenti, Pdl e Pd, che soli sembrano avere la forza di dare vita a una maggioranza di governo.

Ma dire «utile» non basta a chiarire la destinazione di marcia: sono molti a ritenere – esponenti dell’establishment, commentatori illustri e da ultimo l’ambasciatore americano Spogli – che un momento difficile come l’attuale richieda la condivisione delle responsabilità da parte dei due maggiori partiti. La campagna elettorale che abbiamo alle spalle sembra dimostrare che tra Pdl e Pd manchi l’omogeneità necessaria – anche a causa del peso, che potrebbe essere decisivo, della Lega – per intervenire sui grovigli di nodi che immobilizzano il Paese e per fronteggiare le conseguenti reazioni. Ciò che oggi si può dire è fin troppo ovvio: chi vince, governi. In caso di parità, come si ipotizza con insistenza per il Senato, è opportuno che Pdl e Pd si sforzino di realizzare un’intesa strettamente finalizzata ad approvare una decente legge elettorale.

Quanto a chi scegliere, è il caso di introdurre un elemento di serenità: non siamo di fronte a elezioni epocali. Si confrontano partiti, non visioni del mondo. In gioco è la velocità del processo di modernizzazione del Paese. Da una parte c’è un’alleanza corporativa, di protezionisti e liberisti presunti, dall’altra gli eredi di una coalizione che non è stata affatto brillante nel suo tentativo di governare una società dinamica ma che propongono un’ipotesi, almeno sulla carta, innovativa. Lo stato di crisi della società italiana non consente di essere conservatori.

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