Le rivolte della fame

13 Apr 08

Barbara Spinelli

Nella campagna elettorale che abbiamo alle spalle, la politica estera è stata ridotta a un’unica questione, come si fa con quelle pillole ricostituenti in cui convergono per miracolo tutte le vitamine: se i governi occidentali debbano andare o no alle Olimpiadi di Pechino. Se la torcia vada spenta oppure no. Nelle finali interviste tv, questa è stata l’unica martellante domanda ai candidati. Una delle questioni fondamentali dei nostri tempi – l’emergere della potenza cinese e la sua ascesa economica – è apparsa così all’orizzonte nella più falsata delle maniere. L’estrema semplificazione ha soppiantato l’analisi esigente, su come Cina e India stanno cambiando le nostre vite e su quel che ci spetta fare. I diritti dell’uomo e del Tibet hanno suscitato apprensioni singolari, spesso apparenti. In realtà sono stati adoperati per bendarci gli occhi davanti a quel che succede in noi stessi e fuori: per congelare la nostra visione del mondo, riesumando metodi e istinti ereditati dal conflitto con l’Urss. Ogni semplificazione abbreviatrice ha qualcosa di sordo, incompatibile con la conoscenza.

Per capire un po’ di più bisognava forse andare più di frequente al mercato, osservare il rincaro dei prezzi alimentari: cereali, pane, latte, riso. Quel che accade alle nostre bancarelle sta infatti accadendo sul pianeta, e ha come motore l’immane crescita della Cina oltre che dell’India. Crescita che significa, in ambedue i casi: più pane per tutti e più carne.

Il popolo cinese sta uscendo dalla fame prodotta dal comunismo, e la novità è decisiva perché eravamo abituati a dirci che solo le democrazie saziano. La Cina, insomma, fa paura più che mai, e non solo perché reprime i tibetani. Spaventa perché ha cominciato a cibare i suoi poveri, perché è ormai una potenza economica, perché sta estendendo la propria influenza su continenti (Africa, America Latina) che l’Occidente rischia di perdere non avendo saputo assisterli. La difesa dei diritti tibetani è cosa giusta ma dietro di essa si nascondono motivazioni non sempre limpide, morali: alla pietas si mescola l’ipocrisia ma anche una passione profondissima e inconfessata: l’invidia, suscitata dalla forza cinese. Un’invidia che spiega appetiti nazionalisti e protezionisti che perversamente accomunano no-global, destre, sinistre radicali. Tremonti, ministro in pectore di Berlusconi, ripete che l’11 dicembre 2001, quando la Cina fu ammessa nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) fu traumatico come l’11 settembre. Nell’immaginazione dei popoli, la riuscita cinese ha connotazioni terroristiche, repellenti. Può anche esser positiva, spiega Tremonti, purché la risposta non sia il cosiddetto mercatismo, il governo mondiale del libero commercio: sarebbe l’«ultima pazzia ideologica del ’900», il cui pantheon sarebbe la Wto. Per questo si schiaccia Pechino sull’esperienza dell’Urss: il suo balzo avanti scompiglia le carte di ieri, ma con quelle vecchie carte si continua a giocare.

Guardare in faccia la vera Cina e il mondo significa capire gli errori altrui ma anche i propri: il protezionismo, e soprattutto l’indifferenza. Un’indifferenza più insidiosa dell’indifferenza ai diritti umani, perché ignora volutamente le complicazioni d’un Paese che ha cominciato a sfamare il proprio popolo. Un’indifferenza che disconosce gli effetti delle nostre politiche su Cina, India e i poveri della Terra. La Banca Mondiale ha calcolato che il caro-cibo affligge ben più dolorosamente i poveri che gli affluenti. Che passare dal consumo di pane alla carne è benefico e disastroso: per produrre un chilo di carne di maiale son necessari 3 chili di cereali, per produrre un chilo di carne di bue ce ne vogliono addirittura otto. Esistono i diritti tibetani ma anche il proliferare di sommosse della fame, che ci riguardano e implicano responsabilità dei ricchi su cui si tace. Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ricorda che i prezzi di tutti i cibi base sono aumentati dell’80 per cento in tre anni, e che 33 Paesi conoscono sommosse cruente: in Africa, Asia, America Latina.

Di questi tumulti siamo in gran misura artefici, con la nostra cecità e insipienza: forse per questo preferiamo il Tibet, di cui artefici non siamo. Sono responsabili di egoismo gli Stati Uniti, e anche l’Europa. Gli studiosi sono espliciti: accanto alla domanda cinese e indiana, accanto al clima distruttore di raccolti, accanto al petrolio costoso per gli agricoltori, accanto al dollaro debole con cui si compra poca merce e che però resta moneta di riserva mondiale (l’Europa per proteggersi ha l’euro), c’è la disinvoltura unilaterale, impetuosa, sbadata, con cui Bush s’è gettato sulle bioenergie alternative: l’etanolo estratto da mais, che l’America produce con ingenti sovvenzioni. L’iper-produzione di questo etanolo ha contribuito enormemente al rincaro mondiale del cibo: diminuendo le superfici coltivabili per alimenti, abbattendo foreste.

Una vignetta di Patrick Chappatte, sull’Herald Tribune dell’11 aprile, riassume perfettamente il dramma: in primo piano un grosso benestante signore fa il pieno dell’automobile a una pompa di etanolo, mentre due figurine magre, sullo sfondo, tendono la ciotola vuota implorando cibo. Alle suppliche il ricco replica: «Mi spiace, ho molto da fare: sto salvando il pianeta!». America e Europa hanno buona coscienza: raccontano a se stesse che l’etanolo permette di consumare energia e rispettare il clima. Ma è buona coscienza cinica: in realtà «divorano la ricchezza del mondo», scrive l’Economist del 6 dicembre. È stato calcolato che la stessa quantità di mais impiegata per i biocarburanti serve a fare un pieno di Suv e a produrre le calorie che sfamano un essere umano per un anno.

Se questi temi fossero stati affrontati, il cittadino saprebbe le difficoltà che l’aspettano. Capirebbe che l’aumento dei prezzi del cibo non è occasionale, ma durerà. Perché il clima continuerà a produrre siccità, cicloni. Perché i nostri stili di vita non mutano. Perché l’illusione protezionista scansa l’urgenza: i negoziati commerciali, la comprensione di popoli diversi. La tendenza delle nazioni affluenti sarà di scaricare le difficoltà su altri, fingendo che il mondo sia quello del ’900.

Se non fosse così, discuteremmo di Pechino in modo fruttuoso. E non solo del Tibet ma anche delle comunità musulmane Uigur, perseguitate nel Turkestan orientale, o delle ciclopiche speranze di vita migliore legate alla crescita cinese. Evocheremmo anche quel che Pechino ha appreso, estendendo l’influenza in Africa e America Latina.

Un’influenza non esclusivamente deleteria: su Birmania e Darfur il governo cinese sta compiendo passi avanti, anche se pochi l’ammettono. Sono fatte di tanti strati, le bende che ci rendono ciechi. C’è la nostra avversione all’Islam, che snebbia solo il Tibet. C’è una specie d’ignoranza militante dell’immenso sforzo cinese, non paragonabile a quello dell’Urss. Infine c’è il film tibetano che abbiamo in testa e che potremmo intitolare: Sogni Proibiti. È il sogno di una Cina che non cresce, denutrita, trascinata solo da fedi: esotica e separata come il Tibet. Anche il Tibet lo sogniamo a occhi aperti: non dimentichiamo che fra i rivoltosi in esilio ci sono forze, ostili al Dalai Lama, pronte a spastoiarsi dal pacifismo e desiderose di violenza: anche di violenza kamikaze, annuncia Tsewang Rigzin, presidente del Congresso giovanile tibetano.

È un’occasione perduta, non aver pensato la questione cinese in campagna elettorale e continuare a coltivare, di essa, l’immagine repulsiva che consente di non parlare di noi, di come dobbiamo agire, cambiare. Siamo ben regrediti rispetto alla campagna del 2006, quando Prodi ci provò e disse che con questa Cina bisognava negoziare un esigente governo del mondo, non chiudendoci ma aprendole le porte e i porti.

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