Il solito melodramma

(13 Apr 08)

Vittorio Zucconi

Tra il “comic book” e il melodramma, come la sceneggiatura di un brutto film che rimastica se stesso senza mai arrivare a un finale, queste elezioni italiane del 2008 sembrano a chi le guarda da oltre i confini ancor meno comprensibili e ancor più deprimenti di quelle che le hanno precedute. Un personaggio da fumetti, che ripropone 14 anni dopo sempre lo stesso “mix di gaffes, potere mediatico, promesse stravaganti e gigioneria” (Il Times di Londra) duella contro un “Mr. Nice Guy”, il signor Gentile, lo “Italy’s Obama” come lo aveva battezzato lo stesso quotidiano londinese, che si propone come “tutto ciò che Berlusconi non è”, “un unificatore contro un polarizzatore”, un possibile campione dei più giovani contro i più vecchi.

E attorno a loro il pulviscolo orbitante di “usual suspects” che fanno, a chi ci vuole ancora bene e di noi si occupa, tristezza, nella concorde profezia internazionale del “declino”.

Ci fu, vissuto a Washington, a Londra o a Bruxelles, il tempo teso dei moniti paternalistici lanciati dai tutori americani a votare “bene”, vale a dire qualunque partito non fosse comunista. Ci furono poi il tempo dell’angoscia, per la nostra nazione che sembrava sbandare verso la guerriglia, il tempo dello sbalordimento, per un’Italia che in pochi mesi finse di rifondare la Repubblica, il tempo dello stupore per i secessionisti da commedia dialettale con le ampolle di acqua santa del Po, dell’ironica sorpresa per il “tycoon” venuto dal nulla che l’Economist pronunciò seccamente, nel 2001, “unfit to govern”, incapace e inadatto a governare. E venne infine questo 2008, il tempo brutto della commiserazione per questa elezione sempre incomprensibile, ma in fondo perfettamente simbolica, scrive il Guardian, di “una nazione che non riesce a sbarazzarsi della propria spazzatura dalle strade delle città e dei rottami dai palazzi del potere”.

L’autoannunciato ritorno di “Mr. Berlusconi” non è un evento semplice da capire e spiegare per i media e per il pubblico di grandi nazioni che negli stessi 14 anni dalla sua prima vittoria hanno attraversato le nostre stesse crisi internazionali, ma sono riusciti a cambiare completamente e serenamente la propria dirigenza politica. Quando “l’uomo dei fumetti” assurse alla prima carica esecutiva d’Italia nel 1994, in Francia governavano François Mitterrand e Pierre Beregovoy; in Inghilterra John Major; in Spagna Felipe Gonzalez; in Germania Helmuth Kohl; in Russia Boris Eltsin; in Grecia Costantino Mitsotakis; in Portogallo Cavao Silva; negli Stati Uniti Bill Clinton. Le ruote delle democrazie oltre confine hanno compiuto, in questi tre lustri, rotazioni complete di leader e di personale dirigente. In Italia, ritornano. “Silvio Berlusconi – scrivono in Australia i commentatori della Abc network – si è rifatto la faccia con la plastica, si è rifatto il cuore con il pacemaker, si è rifatto la capigliatura con una sorta di astroturf di erba artificiale” e si prepara, se i sondaggi sono veritieri, a smentire la legge secondo la quale “in politica non ci sono seconde chance dopo le sconfitte, ma ce ne possono essere per lui addirittura una terza o una quarta”.

Dagli anni dei governi delle porte girevoli, vige una benevola e sardonica indifferenza per la vita politica italiana, raccontata come un’opera buffa con qualche acuto tragico e largamente irrilevante, per il resto del mondo. Ma questo generale “benign neglect”, questa in fondo affettuosa trascuratezza per il melodramma italiana, ha preso, negli anni 2000, una coloritura assai più torva e inquieta. La convergenza di fatti e di simboli, dalla spazzatura di Napoli alla agitazione per l’umile mozzarella, dalla rivelazione dello stato di profonda corruzione sistemica e para mafiosa affiorata con Mani Pulite alla preoccupazione per l’agonia della settima economia mondiale incapace di reagire allo shock dell’11 settembre come altre seppero fare, ha cambiato i toni e strappato gli occhiali affettuosamente paternalistici a chi ci guarda.

Dalle copertine dei grandi settimanali alle inconsuete e irrituali interviste dell’ambasciatore americano uscente, Richard Spogli, sul rischio di declino e di irrilevanza italiana, i giudizi sull’Italia si sono tutti via via incupiti. Anche oltre la tentazione giornalistica del “peggiorismo” che fa notizia, gli occhi che ci guardano da lontano non possono fare a meno di notare, come di nuovo fa un giornale moderato ed editorialmente conservatore quale il Wall Street Journal, la peculiarità di una nazione nella quale “un uomo politico può essere oggetto di almeno una dozzina di inchiesta giudiziarie e imputato in sei processo penali e ancora essere in testa nei sondaggi di popolarità, mentre in altri paesi la sua carriera politica sarebbe stata stroncata”.

Se la spazzatura napoletana dilaga sui teleschermi, altrettanto fa sulle pagine dei giornali la storia squallida dei cannoli di Totò Cuffaro, e il New York Times tenta di ridere di fronte allo “endless clowning”, alle continue buffonerie del candidato di testa che finge di stramazzare dopo avere addentato una mozzarella alla diossina e “dice qualunque cosa gli passi per la testa, compresa la proposta di sottoporre i magistrati a esami psichiatrici”. E ironizza, con molto understatement anglosassone sulle lamentazioni di lui che geme “sotto la croce sempre più pesante del governo che vuole caricarsi in spalla per la terza volta”. Il risultato dell’opera buffa, del “clowning”, delle promesse, rischia di essere alla fine, almeno “inconcludente”, se non “paralizzante”. La croce, sembra voler dire il giornale, alla fine non la porta lui, ma noi.

Impossibile, per chiunque sia avvicinato da un conoscente o da un intervistatore straniero, spiegare come sia stato possibile arrivare a una nuova elezione organizzandola con la stessa legge che rese fallimentare la precedente. E che ora “paradossalmente potrebbe rivoltarsi proprio contro Berlusconi che la volle per danneggiare gli avversarsi e che ha rifiutato di modificarla” (New York Times).

Incredibile, per cittadini americani, francesi, inglesi, spagnoli, tedeschi, immaginare che gli italiani abbiano permesso che i due contendenti principali, Berlusconi e Veltroni, non si siano misurati in un confronto diretto, o anche plurimo ma almeno contemporaneo, mentre soltanto fra Barack Obama e Hillary Clinton se ne sono tenuti, se i conteggi sono corretti, ventitré dall’inizio della stagione elettorale, nascondendosi dietro un cavillo leguleio che si sarebbe facilmente superato con la volontà di chi si è sottratto e con la pressione dell’opinione pubblica.

“La politica italiana è sempre stata un teatro dell’assurdo” commentava arrendendosi il New York Times, mentre notava che il duello finale si svolge fra un “baby boomer amante del rock ‘n’ roll” e “un politico che tenta per la terza volta di rinascere dalle proprie ceneri”. Il risultato, secondo il sito di dritte per le scommesse, http://www.ibetips.com, è scontato. Berlusconi paga appena 20 centesimi per ogni euro puntato e le probabilità di vittoria sono calcolate al 100 per 100. Per i giocatori esteri, altri cinque anni di “endless clowning” ci attendono. Per lui, la croce.

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