Dopo la zuffa sulle regole

(13 Apr 08)

Michele Ainis

Stop alle chiacchiere, è l’ora di votare. Ma il timbro di questa campagna elettorale, i toni e gli argomenti usati dai partiti, lasciano già presagire il dopo voto. Presagio infausto, chiunque vinca le elezioni. Perché non è affatto vero che il confronto elettorale sia filato via tranquillo, pacato, perfino soporifero. O meglio, è vero se ci riferiamo al confronto sui programmi, talmente simili che non si saprà mai chi abbia copiato l’altro. Non è vero se ci riferiamo alle regole del gioco. Contestate dalla prima all’ultima, in un diluvio di polemiche sempre più aspre e reboanti. Come se la Juve e il Milan, anziché dare il calcio d’avvio della partita, litigassero sul numero dei giocatori in campo o sulla larghezza delle porte. Nel calcio, fortunatamente, non succede. In politica, disgraziatamente, sì: è accaduto adesso, per la prima volta. Ma una volta sola basta per mettere in crisi le regole del gioco democratico, dunque la democrazia tout court, il suo fondamento, la sua legittimazione.

Ciò nonostante contestazioni e recriminazioni sono state numerose come i grani d’un rosario. Zuffa sul diritto a presentarsi ai nastri di partenza, con tanto di ricorso degli esclusi, in un ping pong fra ministero dell’Interno, Tar, Consiglio di Stato, Cassazione. Zuffa sulla data del voto, con un gran consulto generale sull’opportunità di rinviarla a fine aprile, dopo la riammissione della Dc di Pizza alla gara elettorale. Zuffa sulla par condicio, criticata dai partiti maggiori per la sua cattiva formulazione, dai partiti minori per la sua cattiva applicazione. Col risultato che per la prima volta, e a differenza di tutte le democrazie di questo mondo, andremo alle urne senza aver assistito a un faccia a faccia tra i due sfidanti maggiori. Ancora: zuffa sulle schede elettorali, contestate da destra (la Lega) e da sinistra (Di Pietro). E infine zuffa sul pericolo di brogli, al punto che il manuale Pdl esorta i 120 mila rappresentanti della lista a vigilare sulle schede bianche, reputandole più dannose di un comunista barricato dentro il seggio. Ma almeno questo è un déjà vu: la volta scorsa fu Enrico Deaglio, da sinistra, a distillare il sospetto che le schede bianche fossero state manomesse dal governo Berlusconi.

Insomma, una deriva sudamericana. Anche perché lo scontro sulle regole si è poi esteso ai piani alti dell’edificio normativo. Chiamando in causa (ahimè, con ottimi argomenti) la validità della legge elettorale, e dunque la legittimità del voto, tanto che s’annuncia una diserzione in massa dalle urne. Revocando in dubbio la lealtà repubblicana, nonché il rispetto della Costituzione, dopo la lettera spedita da Veltroni al suo avversario. Infine citando in giudizio pure l’arbitro, con la sciagurata sortita di Berlusconi circa l’opportunità che Napolitano si dimetta. Ma in questi casi l’arbitro riveste un ruolo ingrato: «Operare senza regole è il più faticoso e difficile mestiere di questo mondo», scrive Manzoni nella Storia della colonna infame.

Da qui l’oroscopo sul destino che ci attende. Altro che Grosse Koalition: l’Italia non è mica la Germania, dove le regole sono condivise da tutti i giocatori. Più facile che chi vince alla Camera provi a governare anche con un Senato traballante, come ha fatto Prodi, portandoci in dote due anni di paralisi. Altro che Grande Riforma decisa all’unisono dalla sinistra e dalla destra: come potrebbero riscrivere le regole di comune accordo, se non sono d’accordo neppure su quali siano le regole vigenti? Più facile una riforma muscolare, di una parte contro l’altra, e magari approvata per un gruzzolo di voti. D’altronde abbiamo già avuto l’esempio di come (non) si cambia la Costituzione: dal governo di sinistra nel 2001, dal governo di destra nel 2005. Ma la baruffa sulle regole rischia di essere d’esempio alla parte peggiore della società italiana, quella che a sua volta nuota in un brodo culturale impregnato di cinismo, d’astuzie a buon mercato, di disprezzo per la ragione dei più deboli. Diciamolo: non è affatto una parte marginale. Dopotutto il «furbetto del quartierino» è un po’ ciascuno di noi, magari un giorno l’anno, magari una volta nella vita. Per questo serve che la politica ci dia l’esempio opposto, che non incoraggi né giustifichi i nostri cattivi umori. Poi, certo, le responsabilità della politica non sono tutte uguali. E allora ricordiamocelo, se malgrado tutto andremo a votare.

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