Dopo il voto

(10 Apr 08)

Luca Ricolfi

Salvo imprevisti, lunedì notte sapremo chi ha vinto le elezioni, sempre ammesso che ci sia un vincitore (potrebbe anche succedere che chi vince alla Camera perda o pareggi al Senato).

Ma c’è un’altra cosa di cui, a partire da martedì, verremo poco per volta informati, ed è lo stato effettivo dell’Italia. Solo allora, infatti, i partiti potranno alleggerire la pressione che li induce a rappresentare la situazione dell’Italia in modo tendenzioso, evasivo, parziale. E solo allora, finalmente, i vincitori saranno costretti a suddividere le rispettive promesse in due gruppi: quelle che si possono mantenere subito e quelle che, «vista la situazione», non si possono che spalmare lungo i cinque anni della legislatura. Che cosa ci diranno, dunque?

Quanto alla situazione, dopo aver sottolineato la gravità della congiuntura economica internazionale, credo non potranno esimersi dal rivelarci almeno tre cose strettamente italiane. Primo: non c’è un euro. È vero, siamo rientrati nei parametri di Maastricht ma il deficit del 2008, previsto al 2,4% del Pil, rischia di risalire pericolosamente verso il tetto del 3%.

Rischia di risalire per l’effetto congiunto di spese non messe a bilancio (7 miliardi secondo una stima del Sole – 24 Ore) e di una crescita del Pil molto minore del previsto, se non addirittura nulla. In poche parole, non c’è alcun extragettito da distribuire né sotto forma di nuove spese né sotto forma di alleggerimenti fiscali. Secondo: il numero delle famiglie in difficoltà è enorme (oltre 4,5 milioni su 24), ed è aumentato in modo drammatico negli ultimi 12 mesi. Secondo l’Isae fra il primo trimestre del 2007 e il primo trimestre di quest’anno, ossia nel giro di un solo anno, il numero di famiglie che a fine mese sono costrette a ricorrere ai risparmi o a fare debiti è aumentato del 57% (non era mai successo dacché esiste l’indagine, ossia dal 1999).

Terzo: le carceri scoppiano. A meno di due anni dall’indulto il numero di detenuti è tornato abbondantemente al di sopra della capienza regolamentare, senza che nulla di significativo sia stato fatto per evitare il ripetersi dell’emergenza dell’estate 2006: l’estate 2008 si profila turbolenta come quella di allora.

Di questo, più o meno, si ricorderanno i partiti dopo il voto. Ma che conseguenze ne trarranno?

Ovviamente non lo so, ma provo a fare un’ipotesi, o forse un auspicio. Potrebbe succedere che, non potendo aumentare ulteriormente le entrate (cresciute di quasi 100 miliardi fra il 2005 e il 2007), ed essendo impossibile dismettere in poco tempo quote rilevanti del patrimonio pubblico, ci si decida finalmente a porre mano agli sprechi della Pubblica amministrazione. Finché l’economia non riparte, è l’unico modo per trovare le risorse necessarie per mantenere almeno qualcuna delle innumerevoli promesse dei due schieramenti. La riduzione degli sprechi c’è nel programma del centro-destra, che pensa di tagliare a un ritmo di circa 5 miliardi l’anno, e c’è nel programma del centro-sinistra, che pensa di tagliare a un ritmo triplo (circa 15 miliardi l’anno). Il materiale su cui agire non manca, perché le stime più prudenti suggeriscono che le risorse «bruciate» dall’inefficienza della Pubblica amministrazione siano pari ad almeno 80 miliardi di euro l’anno, con tassi di spreco compresi – a seconda dei settori – fra il 15% e il 40% (secondo le stime dell’Osservatorio del Nord-Ovest: sanità 18%, scuola 25%, false pensioni di invalidità 32%, giustizia civile 35%).

Avranno i due partiti principali il coraggio di fare quel che va fatto? A giudicare da ciò che dicono i protagonisti, si direbbe che il centro-sinistra sia più ambizioso e determinato (vuol tagliare il triplo del centro-destra), ma il centro-destra sia maggiormente consapevole dell’enorme difficoltà del compito, ovvero delle resistenze che sindacati, corporazioni, lobby, categorie, gruppetti, singoli individui opporrebbero a un’azione di progressiva riduzione degli sprechi (non a caso Giulio Tremonti ha parlato della necessità di «abrogare il ’68»). È difficile prevedere che cosa effettivamente faranno il Pdl e il Pd, e se quel che faranno proveranno a farlo insieme o divisi. Quel che sembra innegabile, tuttavia, è che – al momento – la riduzione della spesa pubblica è l’unica via attraverso la quale la politica può ritrovare i gradi di libertà che aspira ad avere.

Si possono avere le idee più diverse sulla destinazione delle risorse così liberate. Alcuni pensano che la priorità siano le imprese, perché «solo così torneremo a crescere». Altri che la priorità siano le famiglie, perché troppe di esse sono entrate in povertà. Altri ancora che la priorità sia il nostro Stato sociale, che non è solo inefficiente ma è anche incompleto (mancano asili nido, ammortizzatori sociali, politiche per gli anziani e i non autosufficienti). Ma su un punto non dovremmo avere più dubbi: con un debito di 1600 miliardi di euro e un’economia che è diventata la più lenta e inefficiente d’Europa, 80 miliardi l’anno di sprechi non possiamo più permetterceli.

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