La svolta del progetto taglia-leggi

(4 Apr 08)

Franco Bassanini

Come ha scritto bene Nicola Grigoletto su queste pagine, il progetto «taglia-leggi» di Veltroni «potrebbe riconciliare i cittadini con la classe politica, tanto è il senso comune che esprime». Ma si tratta, aggiunge, di un progetto varato nel 2005 dal centrodestra, con la legge Baccini. Come dire: destra e sinistra si copiano; e si attribuiscono meriti che non hanno. Oppure: chi vince le elezioni, da noi, ha la brutta abitudine di ricominciare da capo, anche quando condivide (e ricopia) i progetti di chi l’ha preceduto.

Nessuna delle due critiche è però fondata, se si legge il progetto Veltroni. Innanzitutto perché esso dice espressamente (pag. 3): «con il disegno di legge delega, il Governo proporrà al Parlamento le poche disposizioni necessarie per il processo di riordino e drastica riduzione della normativa vigente in Italia. Tutte le altre disposizioni necessarie si trovano già nelle leggi vigenti, in ispecie nella legge 59 del 1997 (Bassanini uno) e nella legge 246 del 2005 (Baccini)». Dunque non si vuole ricominciare da capo. E si riconoscono i meriti dei governi Prodi e Berlusconi. Ma c’è di più. Il progetto Veltroni va ben oltre la legge Baccini: ed è per ciò che prevede una nuova, breve, legge delega. Le 5000 leggi da abrogare subito sono – certo – quelle identificate come obsolete dalla Commissione Pajno. Cosa utile: ma trattandosi di norme obsolete, la loro abrogazione non cambierà la vita di nessuno.

Che cosa succederà invece di ciò che resta della giungla normativa? Parliamo di altre 16.700 leggi dello Stato, 65/70.000 regolamenti, 25/30.000 leggi regionali. Secondo la legge Baccini, non succederà nulla: ce le teniamo tutte, o quasi. Secondo il progetto Veltroni verranno invece drasticamente ridotte e riaggregate in 100 testi unici e non più di 1000 leggi statali, fiancheggiate da un ugual numero di testi unici regolamentari (più un massimo di 100 T.U. e 100 leggi speciali per Regione): dunque da 110/115.000 leggi o regolamenti di oggi a un massimo di 6.000 (tra Stato e Regioni), dopo la «cura Veltroni». Vi è poi la parte principale del progetto: quella che concerne la riduzione di almeno un terzo dei carichi amministrativi e burocratici che gravano sulle imprese. È di qui che deriveranno a regime – secondo stime che ho personalmente verificato con gli esperti dell’Ocse – una riduzione dei costi delle imprese di 9/9,5 miliardi annui, una maggior crescita di almeno 1,8 punti di Pil, e un miglioramento dei saldi di finanza pubblica di almeno 28/30 miliardi annui.

Si fa leva, anche qui, su alcuni strumenti previsti dalle leggi vigenti (la Baccini e soprattutto le Bassanini). Ma innovando molto: per esempio eliminando il divieto di semplificare in materia di fisco, previdenza, ambiente; sopprimendo autorizzazioni e controlli sulle imprese certificate Iso, Emas, Leeds (e attivando invece controlli sulla serietà dei certificatori); eliminando tutti gli oneri amministrativi surrettiziamente aggiunti nel recepimento di normative europee (il c.d. goldplating); unificando tutte le competenze amministrative, materia per materia, in un solo ente o organo (dunque realizzando sportelli realmente unici); attivando un lavoro sistematico di revisione delle autorizzazioni, licenze e nulla-osta per abrogare tutte quelle non effettivamente necessarie per tutelare interessi generali o diritti dei cittadini.

Last but not least. Per la prima volta, ridurre l’eccesso di regolamentazione e di carichi burocratici diventa pilastro centrale di un programma di governo. È una svolta, una svolta liberale: per crescere, per far ripartire il Paese, si comincia col rimuovere molti dei freni e vincoli che comprimono lo spirito di iniziativa e la capacità di intrapresa, la libertà e la creatività degli italiani. Beninteso, le regole sono necessarie. Ma solo quelle indispensabili a salvaguardare interessi generali, a tutelare i diritti e le libertà dei cittadini.

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