Lo sbadiglio dell’elettore

(22 Mar 08)

Riccardo Barenghi

Passione politica? Poca, quasi inesistente. Rassegnazione? Molta, quasi totale.

Con questo stato d’animo la maggior parte degli italiani si prepara a votare fra tre settimane, a destra come al centro come a sinistra. Non tutti ovviamente, una minoranza partecipa, si mobilita, riempie teatri o piazze dove parlano i leader, sottoscrive appelli. Questa minoranza organizza cene elettorali, fa propaganda, assiste ai dibattiti televisivi magari sperando che prima o poi arrivi pure il duello tra i due big. Ma si tratta di una cerchia ristretta, molto più ristretta di due, cinque, dodici o quattordici anni fa. Sono quelli che proprio non possono fare a meno della politica, che ancora credono nella sua capacità di modificare il corso delle cose, e dunque si danno da fare. Meno male che ancora esistono.

Ma gli altri, e parliamo di decine di milioni di persone, non ci credono più, almeno questa è la sensazione che trasmettono (e non è un caso che il Presidente Napolitano l’altro ieri abbia lanciato il suo allarme: andate a votare, nessun voto è inutile). Non è colpa loro. Vengono da anni di delusioni provocate dalla politica, qualunque sia o fosse la loro opzione. Gli ultimi sono i delusi dal governo Prodi, siano essi di centro-sinistra o di sinistra-sinistra. Solo due anni fa gli uni e gli altri si erano spesi nella campagna elettorale, non vedevano l’ora di liberarsi di Berlusconi. Si erano mobilitati contro le sue leggi, contro la guerra in Iraq, ma anche contro tutta la loro leadership, da D’Alema a Fassino, da Bertinotti a Rutelli, accusata di aver spianato la strada al ritorno del Cavaliere. I girotondi, Cofferati, il Circo Massimo, tutto questo dicevano.

Però poi, quando è nata l’Unione, finalmente si erano ritrovati a casa, e allora via con la rivincita e con l’agognata vittoria. Una vittoria che però nella sostanza non c’è stata, sia nel risultato elettorale sia nell’azione del governo. E così delusione dopo delusione, questo (ex) popolo arriva alle elezioni senza sapere cosa aspettarsi. E neanche l’entusiasmo che all’inizio ha indubbiamente messo in moto il Partito democratico di Veltroni è durato molto. Le liste piene di contraddizioni, di volti sconosciuti e inutili, di portavoce e segretarie, il programma tanto ambizioso quanto vago, le promesse di un miracolo economico che tutti sanno non potrà avvenire, stanno via via convincendo i più che, anche se Veltroni vincesse (cosa comunque improbabile), non cambierebbe granché nella loro condizione reale. E non per colpa del leader del Pd, ma proprio perché questa è la situazione generale, dell’Italia e di tutto il mondo occidentale. Dall’altra parte l’approccio stavolta è più concreto, Berlusconi non promette sogni. Finalmente.

Ma allora anche l’elettore di centrodestra, quello che ha odiato Prodi, odia i comunisti, vorrebbe strangolare Visco e le sue tasse, ama il mercato e le sue libertà, viene messo di fronte a uno specchio brutale: le tasse non caleranno, i salari non aumenteranno, la crisi è già arrivata e nessuno ha in tasca una ricetta miracolosa per risolverla in un solo Paese. Realistico come non mai, Tremonti lo ripete mattina e sera da tutti gli schermi. E se lo dice lui, che potrebbe essere il futuro ministro dell’Economia, quello che si inventò addirittura la finanza creativa per poter rispettare il famigerato contratto con gli italiani firmato dal suo leader nel 2001, c’è poco da illudersi. Chi voterà da questa parte lo farà per pura scelta politico-ideologica, ma senza sperare che qualcosa possa realmente cambiare. Quindi senza entusiasmo, senza passione, e senza neanche godere troppo dell’eventuale rivincita.

Se poi passiamo alle forze minori, peggio mi sento. Chi vota per Casini lo fa soprattutto per mantenere in vita una piccola forza di interdizione e di potere locale. Perpetuare un ceto politico che oggi magari non serve a molto ma domani chissà, può sempre rientrare in gioco. Dunque meglio esserci, non si sa mai. Diversa la motivazione di chi invece voterà per Bertinotti, qui entrano in gioco due fattori. Il primo è la pura e semplice rappresentanza, cioè voto chi sento più vicino alle mie idee anche se non servirà a nulla per il governo del Paese. Il secondo è la sfida contro Veltroni e la sua ideologia iper-riformista.

Più voti la Sinistra Arcobaleno riesce a togliere al Pd (o a non farseli togliere), più resta aperta la scommessa sul futuro tra le cosiddette due sinistre. E’ la vecchia questione dei rapporti di forza insomma, ché se Veltroni dovesse annichilire Bertinotti il discorso sarebbe chiuso (vedi Izquierda Unida in Spagna). Altrimenti, se la sinistra ottenesse un risultato decente e il Pd non vincesse le elezioni, dalla rivalità di oggi potrebbe anche nascere una nuova intesa. Domani no, dopodomani forse. Se questo è il quadro, risulta evidente come sia difficile per un elettore qualsiasi appassionarsi alla battaglia del 13 aprile. La sua impressione è che si tratti soprattutto di una partita tra partiti (che certo non godono di un’ottima fama), alla quale lui può al massimo assistere dalle tribune. Senza nemmeno esultare per un gol della sua presunta squadra.

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