Ministro del Nord-est!

(19 Mar 08)

Emanuele Macaluso

Gli strateghi del Partito democratico sono convinti che la partita elettorale si gioca tutta al Nord e anche le candidature «nuove» riguardano le circoscrizioni di quella parte del Paese: l’operaio della Thyssen a Torino, Calearo capolista a Venezia assieme ai segretari della Cgil e della Cisl, Colaninno in Lombardia, assieme a Ichino e a Veronesi ecc. Io non contesto lo sforzo che sta facendo Veltroni con le candidature, i suoi discorsi e i raduni, per dare un segno diverso alla «questione settentrionale», rispetto a quello dato da Berlusconi e Bossi. Ma, a mio avviso, è uno sforzo che non si fonda su un’elaborazione politico-culturale con un respiro nazionale ed europeo: appare come una rincorsa all’avversario con una linea confusa.

Un ministro del Nord-Est! La prima domanda a cui occorre dare una risposta è questa: c’è una «questione settentrionale» che affondi le radici nella storia del Paese? Non credo. Le vicende storico-politiche del Piemonte, della Liguria, dell’Emilia sono diverse da quelle del Lombardo-Veneto. Non sottovaluto l’esigenza di dare una risposta allo sviluppo che c’è nel Nord e quindi ai temi legati all’intensità dei traffici, degli scambi, del lavoro e del pendolarismo degli italiani e degli immigrati. Questi e altri temi non costituiscono una «questione», ma attengono alla governabilità dello sviluppo che coinvolge anche l’opera delle regioni dove la destra governa: Lombardia e Veneto. E la domanda di più autonomia, di federalismo, che pure c’è, non ha basi politico-costituzionali dopo il rigetto, con il referendum, delle «riforme» attuate dal governo Berlusconi. E la «questione settentrionale» può risolversi in un contesto nazionale in cui il Mezzogiorno degrada sul piano economico, sociale e civile?

La dualità che ha caratterizzato lo sviluppo del Paese non si è attenuata. Anzi. I dati diffusi dalla Svimez a fine febbraio confermano l’allargamento del divario Nord-Sud anche nel 2007 e nelle previsioni del 2008, con un differenziale di mezzo punto di crescita, a sfavore del Sud, in entrambi gli anni. La spesa pubblica in conto capitale ordinaria al Sud è attualmente al 23% rispetto al 30% programmati. Eppure recentemente il governatore della Banca d’Italia, Draghi, ha detto che «il Paese non si riprende se il Sud non decolla». Ma la «questione meridionale» è sparita dal dizionario politico. Del Sud si parla per la mondezza di Napoli, i cannoli mafiosi di Cuffaro, le vicende giudiziarie calabresi ecc. Temi, sia chiaro, che richiamano le pesanti responsabilità dei governi regionali del Mezzogiorno, che coinvolgono il centro-sinistra e sono parte integrante della «questione meridionale» di oggi. Non mi stupisce che la destra nei suoi programmi e nelle sue posizioni politiche non abbia un progetto nazionale in cui c’è il Sud. La destra in quelle regioni non ha più una classe dirigente degna di questo nome: il suo programma si identifica nel Ponte di Messina e in una banca.

Ma anche per il Pd non c’è più il Sud come grande questione politica. E non c’è perché non è in grado di rinnovare i suoi gruppi dirigenti, che in passato avevano assolto una funzione di stimolo e rinnovamento, e via via, nelle regioni in cui è stata al governo o all’opposizione, si sono omologati al vecchio modo di governare e di far politica. Nel Sud c’è anche un nodo politico grosso come una casa di cui nessuno parla. In Campania, Calabria, Lucania, Puglia, Abruzzo governa il centrosinistra: Pd più Arcobaleno. In Sicilia, dove si svolgono le elezioni regionali, la stessa coalizione ha candidato per la presidenza, in ticket, Anna Finocchiaro e Rita Borsellino, le quali sono entrambe candidate al Senato, in Emilia: la prima con il Pd, la seconda con l’Arcobaleno. Voglio dire che il tema del governo nel Sud coinvolge il Pd e l’Arcobaleno. Nessuno fa un bilancio critico per il passato e per l’oggi e nessuno ci dice come si conciliano le politiche meridionali del Partito democratico e di Arcobaleno, ammesso che ci siano, ormai separati a Roma, con le politiche regionali dove le due formazioni sono insieme nei governi e insieme si presentano in Sicilia. Insomma, la confusione è grande e comunque vadano le elezioni le prospettive del Mezzogiorno sono preoccupanti. E, come dice Draghi, lo sono per il Paese.

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