“Z” e il limbo italiano

(12 Mar 08)

Emanuele Macaluso

La vittoria di Zapatero in Spagna e la rimonta socialista in Francia hanno fatto dire a Veltroni che negli Stati Uniti e in Europa «c’è un vento nuovo». Forse è vero. Anche la sinistra radicale è entusiasta: lunedì sul Manifesto c’era una grande foto con Zapatero sorridente e Sarkozy accigliato e una didascalia che diceva: «Qui, se puede». E ieri Valentino Parlato, sempre sul Manifesto, notava che l’ondata di destra si può fermare: «Se puede». «Si può fare».

Ma ancora una volta si può con i socialisti che in Europa sono la sola, ripeto, la sola alternativa alla destra reazionaria o moderata. Eppure in Italia nei mesi scorsi quando si diede vita al Pd abbiamo letto e riletto che il socialismo (quale?) è un «cane morto» o, più benevolmente, si diceva che era un residuato del secolo scorso, roba vecchia.

Eppure proprio i partiti socialisti negli anni della «rivoluzione conservatrice» della Thatcher o dei governi cristiano-moderati di Germania, stando all’opposizione o al governo come in Francia e Spagna, seppero rinnovare profondamente la loro cultura politica e i loro programmi in modo da poter vincere la sfida sul terreno nuovo del capitalismo globalizzato e della modernizzazione. Chi in questi anni ha seguito il travaglio di tutti i partiti socialisti europei ha potuto misurare il lavoro straordinario che è stato fatto per rinnovare le piattaforme politico-programmatiche rispettando la storia e l’autonomia di ogni partito. Tutti hanno avviato un processo di liberalizzazione nell’economia, la riforma del Welfare e la ridefinizione del ruolo dello Stato nell’economia. E le liberalizzazioni hanno coinvolto la società attraverso l’estensione di nuovi diritti civili, frutto di una modernizzazione, di una secolarizzazione e di una laicità che non ha nulla a che vedere con antiche forme di clericalismo.

In Italia, nella sinistra questo processo politico-culturale non c’è stato: negli Anni Novanta il Psi praticamente non c’era più e gli eredi del Pci, che con Occhetto nel 1989 fecero la svolta, mantennero una riserva di fondo nei confronti del socialismo italiano ed europeo che avrebbe dovuto essere superata prima con D’Alema e poi con Fassino. I quali nei congressi mossero dei passi significativi in questa direzione senza però fare un’opera di revisione tale da collocare stabilmente i Ds nell’alveo del socialismo europeo.

La nascita del Pd è stata invece segnata da un distacco da esso. Non poteva essere diversamente data la presenza nel nuovo partito di una componente che richiama la storia della Dc e la presenza di un gruppo di cattolici integralisti. I quali, non a caso, hanno parlato sprezzantemente di «una deriva zapaterista» da cui il Pd doveva vaccinarsi. Ha ragione Gian Enrico Rusconi quando ieri, su questo giornale, scriveva che «l’eutanasia del socialismo nel nostro Paese impedisce di cogliere il nesso fecondo tra socialismo della cittadinanza e diritti civili».

Insomma il Pd può salutare i successi dei socialisti ma non identificarsi con la loro storia e il loro avvenire. Veltroni aveva parlato di un superamento del Pse attraverso la formazione di un partito democratico europeo, che coinvolgesse i centristi di François Bayrou (3% in queste elezioni). Ma sono i socialisti francesi che ieri hanno dichiarato che con il Modem di Bayrou sono possibili alleanze locali, ma «senza rinnegarsi».

La verità è che il Pd, rispetto al socialismo europeo, non può «né aderire né sabotare», resta nel limbo, e senza riferimenti. La sinistra radicale registra, in Francia e in Spagna, una sconfitta. E l’Arcobaleno italiano in Europa è collegato con essa e si contrappone ai socialisti senza alcuna prospettiva. In questo quadro Bertinotti accentua la separazione con le forze che nel concreto della lotta politica sono alternative alla destra e ai conservatori moderati. E quindi il tentativo fatto con le elezioni del 2005 di collocarsi come forza di governo appare una piccola parentesi di un percorso senza prospettive, nemmeno come forza consistente di opposizione.

In conclusione il Pd di centrosinistra e la sinistra radicale, in modo diverso, si estraniano dai processi politico-culturali che coinvolgono tutta l’Europa. È questo il dato su cui riflettere, perché non riguarda solo la sinistra ma il Paese.

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