E ora si parli di economia

(11 Mar 08)

Dario Di Vico

Dopo il libro di Tremonti

Dopo una sbornia di due settimane ricche solo di candidature a porte girevoli, con gente uscita e gente entrata per un soffio, è bene che i partiti cambino passo. Che prendano a parlare di economia partendo magari dallo spunto più interessante di questo scorcio di stagione politica: il libro di Giulio Tremonti. Prima della provocazione dell’ex ministro sembrava che le ricette dei due principali partiti avessero un po’ lo stesso sapore. E tutto sommato non si trattava di una brutta novità. Che addirittura uno dei contendenti accusasse l’avversario di aver copiato i compiti, anche questa era un’assoluta primizia. Ma soprattutto l’indizio che le tendenze centripete all’interno dei due schieramenti stavano finalmente prendendo il sopravvento, scacciando la maledizione centrifuga che aveva visto in due legislature il primato delle forze estreme (la Lega prima e la sinistra radicale dopo) su quelle moderate e di stampo europeista.

Gli ottimisti ne avevano tratto la conseguenza che il nostro bipolarismo si stesse normalizzando, stesse seguendo la rotta degli altri sistemi basati sull’alternativa al potere tra due schieramenti guidati dalle mezzeali centriste. Poi è arrivato il pamphlet di Tremonti. Il più brillante degli intellettuali del centrodestra, l’uomo già designato per occupare la poltrona chiave di Via XX Settembre ha costruito con maestria un prodotto editoriale per proporsi come l’unico capace di dare un’anima a un partito come il Popolo della Libertà, che sembra trovare il suo collante più sull’imminenza del ritorno al potere che su una piattaforma politico- culturale innovativa. Con il libro che già qualcuno ha etichettato come «l’elogio della paura globale », Tremonti stoppa la conversione centripeta del nostro bipolarismo e sceglie per sé, per il governo nel quale lavorerà un posizionamento centrifugo. Indica al centrodestra italiano una strada diversa da quella percorsa dai grandi leader europei come Nicolas Sarkozy e Angela Merkel.

Ma indicata anche da un no partisan come Jacques Attali. Si veda l’intervista rilasciata a Federico Fubini e pubblicata a pag. 6 nella quale sostiene che abbiamo già una rete di protezione più efficace dei dazi: l’euro. Il Popolo della Libertà resterebbe così l’unica consistente destra populista d’Europa e ridarebbe fiato al vecchio contenzioso italiano con la filosofia e le scelte della Ue. Tra i liberali che militano nell’area di centrodestra si è aperta un’ampia e sincera discussione sulla svolta tremontiana ma forse non è ragionando solo di scuole liberiste che si può trovare la chiave di questa novità. Non bisogna dimenticare che per il nostro Paese resta quasi intatto un deficit di affidabilità internazionale, testimoniato dallo spread tra i nostri Btp e i bund tedeschi tornato ai livelli degli anni 90 quando Hans Tietmeyer non ci voleva dentro l’euro. E non bisogna sottovalutare come nella business community anglosassone—e nei giornali tipo l’Economist che ne interpretano gli umori — rimanga forte il pregiudizio nei confronti di Silvio Berlusconi.

Questi elementi, se sommati, gettano un’ipoteca sulla campagna elettorale, come se il programma del Pdl fosse un mero esercizio di stile e i pamphlet dessero invece la vera misura di come si muoverà il nuovo governo del Cavaliere. Anche sul fronte opposto, quello del Pd, gli elementi di indeterminatezza sono ampi. Il programma presentato è sicuramente orientato in chiave modernista, rompe con la cultura del «tassa e spendi» che ha dominato negli ultimi due anni e fa propri i suggerimenti di intellettuali come lo storico Gianni Toniolo che chiedono al Pd di assumere un orientamento pro global e a favore della società aperta. Restano, è vero, ambiguità come quella che ha portato alla creazione nelle liste di strane coppie (il cigiellino Paolo Nerozzi usato come stopper su Pietro Ichino) ma l’incognita è un’altra. Veltroni non ha ancora indicato il suo Mr. Economia e non si tratta certo di un’amnesia. E’ un limite intrinseco di un programma che serve più a riposizionare il partito che a governare, un manifesto che segnala l’abbandono della cultura «irista» ma non riesce a indicare una piattaforma incisiva per l’azione di un ipotetico governo di un nuovo centrosinistra.

Non c’è una vera indicazione contro i rischi di recessione, ci si limita ad assemblare istanze anche giuste ma poi si glissa sulle coperture finanziarie, ovvero sulla praticabilità hic et nunc di quelle stesse scelte. E’ anch’esso un esercizio di stile. L’indicazione di un Mr. Economia probabilmente coprirebbe questo vuoto, non servirebbe solo a riempire una casella dell’organigramma ma indicherebbe a Bruxelles e ai mercati un volto e una politica. E’ vero che chiedere in campagna elettorale a un leader di rinunciare alle proprie ambiguità può sembrare di proporgli un autogol ma l’affidabilità internazionale dell’Italia passa anche per questa cruna.

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