Il diavolo nella par condicio

(11 Mar 08) 

Michele Ainis

Da ieri è par condicio. O meglio, la ferrea regola sui minuti dei politici in tv entra nella fase 2: la vendetta. Perché con la presentazione delle liste elettorali il controllo sulle telecamere diventa più assiduo, più stringente. E perché cambia il parametro, la frontiera tra il lecito e l’illecito. Durante la prima fase lo spazio dei partiti era commisurato al loro rispettivo peso nel Parlamento uscente; viceversa lungo quest’ultimo tratto del percorso ogni forza politica avrà la stessa voce, basta che sia presente in almeno un quarto dei collegi elettorali. Saranno contenti i piccoli, verrebbe da pensare. Nemmeno per idea. Contro la distribuzione delle facce nel carosello dei tg tuona la sinistra estrema (Bertinotti) non meno della destra estrema (Storace). Perfino due tipi pacifici e paciosi come Boselli e Casini lasciano in diretta gli studi televisivi dov’erano stati invitati, per protesta contro il sopruso di giornata. Senza dire dei partiti maggiori, a cominciare da quello guidato da Silvio Berlusconi, che tutti i sondaggi accreditano del successo finale. Lui, d’altronde, ce l’ha sempre avuta con la par condicio come il fumo agli occhi, e almeno in questo non ha mai cambiato idea.

C’è una ragione se una disciplina che ha per stella polare l’eguaglianza, in Italia genera l’eguale contumelia dei diversi. C’è una ragione se quella stessa disciplina, che negli Usa mira all’equal time fra i candidati per restituire trasparenza alla competizione elettorale, nelle nostre latitudini si trasforma in un fattore d’opacità, se non proprio in un trucco messo in pista con tutti i crismi del diritto. E questa ragione è alla fine la medesima che ci impedisce di risolvere la tragedia dei morti sul lavoro, di venire a capo dell’evasione fiscale, o più in generale d’assicurare alla giustizia gli autori dei reati. Troppo diritto, ecco il problema. Troppe regole pedanti e cavillose, il cui stesso numero offusca la luce dei principi cui ogni regola dovrebbe dare fiato. Troppi dettagli, quando si sa per esperienza che il diavolo s’annida nei dettagli. Di più: almeno qui in Italia il diavolo è il dettaglio, è il demone classificatore che pretende di codificare ogni respiro, col risultato che poi in ultimo ciascuno fa come gli pare.

Le prove? Abbiamo in circolo non uno bensì due angeli custodi sulla par condicio (la Commissione di vigilanza e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), sicché la prima impresa è metterle d’accordo. A propria volta, i due garanti devono applicare un castello normativo formato da 6 leggi e da 4 decreti, che peraltro Corrado Calabrò – presidente dell’Agcom – dichiara inadeguato. Per svolgere il loro compitone, i nostri garanti approvano un doppio regolamento alla vigilia di ogni turno elettorale. Insomma, norme su norme: e infatti il testo licenziato dall’Agcom il 4 marzo scorso scodella 16 articoli, suddivisi in 2 titoli e 3 capi. Eccone un brano: «Ai programmi di comunicazione politica, come definiti dall’art. 2, comma 1, lettera c), del codice di autoregolamentazione di cui al decreto del Ministro delle comunicazioni 8 aprile 2004, che le emittenti televisive e radiofoniche locali intendono trasmettere nel periodo di vigenza della presente delibera si applica quanto previsto dall’art. 7 della delibera 33/08/CSP, garantendo la parità di condizioni ai soggetti politici di cui all’art. 2, comma 1 della presente delibera».

Chiaro? No, oscuro. E pazienza per i conduttori di talk show, vorrà dire che s’iscriveranno in massa in qualche facoltà di legge. L’importante è che rispettino il divieto d’abbordare temi di «evidente rilevanza politica» (dunque la monnezza a Napoli è tabù?); che trasmettano i calendari anche a mezzo fax utilizzando il modello MAG/3/EN (come dispone, con maniacale precisione, il regolamento); che ogni informazione venga sottotitolata per i non udenti (peccato, almeno in questo caso l’handicap poteva essere un vantaggio); che le domande dei giornalisti non sforino i 30 secondi (pena il licenziamento in tronco?). Fra tutte queste regole, però ne manca una. L’unica regola non scritta nel paese del diritto scritto: quella del buon senso.

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