L’eterna rimozione

(9 Mar 08)

Ernesto Galli della Loggia

Il centrosinistra e Prodi

C’è qualcosa di leggermente inquietante nel modo in cui da qualche settimana il Partito democratico ha preso a trattare Romano Prodi. Ciò che sto dicendo non riguarda Walter Veltroni, il quale anzi non manca di ricordare spesso e con accenti positivi l’opera del presidente del Consiglio ancora in carica. Ma il Pd no. Il Pd sembra aver cancellato Prodi dalla propria memoria, averlo consegnato ad un oblio imbarazzato e timoroso: sebbene recentissimo, un ricordo che è meglio seppellire nel passato.

E’ un fenomeno che ricorda per un verso il meccanismo del capro espiatorio, per l’altro verso lo scongiuro. Per il Partito democratico Prodi evoca evidentemente un’esperienza di governo non felice, piena di contrasti, povera di risultati rispetto alle attese, che potrebbe avere conseguenze negative sul piano elettorale. Ma resta il fatto che di quell’esperienza il Pd nella persona dei suoi soci fondatori è stato iniziatore, sostenitore, protagonista fino all’ultimo. Com’è possibile dimenticarlo? Com’è possibile che lo faccia in modo tutto particolare quella componente maggioritaria del partito costituita dagli ex diesse?

Non credo che si tratti solo di un calcolo di piccolo cabotaggio politico; la risposta va cercata più a fondo. Va cercata cioè nella tradizione specifica di quella parte del Pd di cui sopra che affonda le radici nelle vicende del comunismo. Che da quelle vicende, pure così lontane, ha acquistato a suo tempo abiti psicologici e modelli di pensiero, ha ereditato una vera e propria antropologia politica. Tra le cui caratteristiche una ne spicca che riguarda il discorso che sto facendo: l’uso frequente e sapiente della rimozione. Su tutto ciò che del passato appariva di volta in volta negativo, o comunque contraddittorio rispetto alle esigenze dell’oggi, era d’uso stendere il velo del silenzio. Si trattasse del contrasto tra Gramsci e Togliatti, di Porzus o delle mille implicazioni dello stalinismo, bisognava fare come se nulla fosse, dimenticare; e ricordare semmai solo quando il tempo trascorso avesse reso politicamente innocuo il ricordo: l’importante era salvare l’immagine dell’insieme, scaricare il partito di ogni responsabilità o errore. Se qualcuno si era messo di traverso o qualcosa non era andata per il verso giusto, anzi in modo giudicato sbagliatissimo, peggio per lui o per la cosa: veniva ex abrupto cacciato dalla storia. A volte con ignominia a volte no, a seconda dei casi. A Prodi, insomma, tocca la stessa sorte toccata a Bordiga, a Cucchi e Magnani, a Occhetto: semplicemente non è mai esistito.

E sì che invece la funzione sua e dei suoi amici rispetto agli eredi della tradizione comunista è stata davvero preziosa. Se ci si pensa bene, infatti, sono stati Prodi e i cattolici cosiddetti democratici, è stata proprio la loro presenza, la sponda politica da essi offerta, che ha consentito agli ex Pci di non diventare ciò che a nessun costo la maggioranza di essi, in obbedienza al proprio codice genetico, voleva diventare: socialdemocratici. Che cioè ha evitato quello che altrimenti sarebbe stato l’esito ovvio, direi inevitabile, della fine della loro vicenda.

Grazie invece alla presenza di quella peculiare corrente del cattolicesimo politico, all’interesse vivissimo da essa sempre coltivato per la vicenda comunista, e dunque all’incontro reciproco scritto in un certo senso nelle cose, grazie a tutto ciò, gli ex Pci sono stati in grado di uscire dalla strettoia in cui la loro storia li aveva cacciati, potendo dar vita all’ennesima anomalia italiana. Ad un’entità politica, il Partito democratico, della cui denominazione (e della cui sostanza), come si sa, non vi è traccia in alcun altro lessico della sinistra europeo-occidentale. Nel quale partito Prodi e i cattolici «democratici» hanno sì potuto trovare posto, ma come soci di minoranza, e per giunta privi di accesso a due strumenti decisivi come le risorse economiche e l’apparato organizzativo. E quindi essendo costretti a saggiare sulla propria pelle quale merce rara sia in politica la gratitudine; quanto i rapporti di forza siano destinati, in politica, ad avere regolarmente la meglio sulla verità e sulla giustizia.

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