“Fare le liste, che dramma. Torniamo alle preferenze”

(9 Mar 08)

Augusto Minzolini

Dopo aver aperto la campagna elettorale del Pdl al Palalido di Milano, sottobraccio a Gianfranco Fini, un Silvio Berlusconi estenuato, stanco, annoiato e, probabilmente, anche infastidito per la lunga trattativa sulle liste elettorali, davanti al suo ufficio di Milano in via Rovani preannuncia un’altra «svolta» che può pesare sugli scenari futuri ma anche sul costume della politica. «E’ stata una nottataccia – si sfoga – ma questa è anche l’ultima volta. Mi sono pesate tutte queste polemiche e i tanti “no” che ho dovuto pronunciare. Fare le liste è una cosa drammatica perché devi decidere sul destino degli altri. Tutto questo mi ha fatto cambiare idea, ho capito che forse è meglio tornare alle preferenze che sono un meccanismo che privilegia il rapporto tra il candidato e il territorio…».

Appunto, per il Cavaliere deve essere stata una dura prova. Del resto anche Walter Veltroni ha avuto i suoi guai nel Pd e se ne sentono ancora gli echi. Berlusconi l’ha vissuta con lo stesso spirito di chi affronta un’esperienza per alcuni versi dolorosa, ma che non si può evitare.

Dentro il partito il coordinatore del Piemonte, Guido Crosetto, non è contento. Come pure i vertici lombardi. Tutti lamentano i troppi nomi «paracadutati» da Roma. «Ma alla fine tutti capiranno – sostiene il leader del Pdl -. Capisco il disappunto, ma dobbiamo anche sapere che la politica si fa a Roma e molti personaggi sono impegnati là. Questi nomi, diciamo nazionali, ho cercato di farli candidare nelle regioni di provenienza come nel caso di Benedetto Della Vedova. Comunque è inutile fare polemiche adesso: dentro un uovo c’entrano quelli che possono entrarci, come pure nel calcio si va in campo in undici per cui alla fine bisogna scegliere. Questa volta è stato più difficile perché ci siamo trovati di fronte un numero di richieste esorbitante: dodici volte i posti disponibili. Si sono fatti avanti migliaia e migliaia di candidati. Il motivo? Tutti sono convinti della nostra vittoria e tanta gente si è proposta».

Fa freddo, cade qualche goccia ma il Cavaliere non se ne preoccupa. Ci tiene a spiegare le ragioni delle sue scelte. «Ad esempio – racconta polemico nei confronti di chi sostiene il contrario – si sono fatti avanti tanti e tanti imprenditori. Alcuni ne abbiamo accolti come Ettore Riello, ad altri abbiamo dovuto dire di no». Dentro il Pdl si rincorrono anche le voci sulle motivazioni che stanno dietro certe esclusioni illustri: ad esempio il nome di Antonio D’Amato è caduto perché la Confindustria con cui è in polemica da quattro anni ha fatto sapere «platealmente» che non avrebbe gradito. «Altri nomi – osserva Berlusconi – sono saltati per motivi diversi. Come quelli di qualche uscente. Come si può essere candidati a 82 anni? Poi bisogna tenere presente che da noi i consiglieri regionali e i sindaci non si possono presentare alle politiche. Abbiamo fatto alcune eccezioni ma non potevamo esagerare».

Quello che ha più infastidito il Cavaliere, però, è stata soprattutto la scia di mormorii e di luoghi comuni che hanno accompagnato le scelte fatte. «C’è come al solito – fa presente scuotendo la testa – chi ci ha speculato su. Specie sulle candidature femminili. Era un problema che dovevamo porci: l’Italia non è ancora un paese dove si possono presentare liste nelle quali il 50% sono donne, ma almeno il 30% sì. Lo abbiamo fatto e naturalmente sono tutte passate per mie fidanzate. Gente che in molti casi io non conosco neppure».

Questa è una cosa che Berlusconi proprio non manda giù. «Di tutti i nomi che ho letto oggi sui giornali – rimarca – solo uno è giusto. E’ quello della dottoressa Licia Ronzulli. L’hanno fatta passare per la mia estetista, per la mia massaggiatrice. Ma lei con il lifting non c’entra niente. E’ un medico che è stato anche in Bangladesh. Dirige 65 persone e noi abbiamo bisogno di manager in Parlamento». Su questo esempio il Cavaliere apre una lunga digressione sul tema delle donne in politica. «Io credo – fa presente – che bisogna aprire le istituzioni alle donne, ma quali donne possono accettare questa opportunità? Quelle che hanno famiglia con tre figli non possono certo darsi alla politica. Possono farlo solo ad una certa età, ma mica posso candidare le babbione… Quindi bisogna portare gente che è impegnata sul lavoro e può dedicarsi all’impegno politico».

Un ragionamento che Berlusconi ripropone anche per i giovani. «Io – spiega raccontando un retroscena – ad un certo punto ho domandato quanti erano i candidati che avevano meno di trent’anni. Mi hanno risposto dodici. E ho chiesto di metterne di più ponendo tre criteri per la scelta: debbono essere laureati; debbono aver conseguito la laurea con il voto 110 su 110; ed essersi impegnati nel partito. Ad esempio mi hanno parlato della coordinatrice dei nostri giovani a Benevento. Io non l’ho neppure vista in fotografia, ma mi hanno detto che è carina e capace: un’avvocatessa di 28 anni che è arrivata prima in tutti i concorsi. E allora ho detto sì alla sua candidatura».

Un lungo «excursus» per dimostrare che nelle sue scelte non c’è una predilezione per il gentil sesso di bella presenza. «Basta con questa storia delle fidanzate – ripete il leader del Pdl -. Noi a differenza di Veltroni non abbiamo candidato nessuna segretaria. Inoltre tutte le donne che abbiamo eletto l’altra volta si sono dimostrate capaci. Pensate alla Carfagna: io conoscevo il padre, lei ha fatto l’insegnante di danza, ha partecipato anche a una trasmissione tv, ma in Parlamento ha lavorato molto bene. Un’altra è la Ravetto che è una spada. Nelle riunioni è una di quelle che dice le cose più penetranti. Anche la Ceccacci è stata bravissima. Ha portato dalla nostra parte tutto il mondo del teatro. Tra loro molti si sono proposti per candidarsi».

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