Malpensa di destra ferrovie di sinistra

(29 Feb 08)

Carlo Bastasin

La campagna elettorale non ha affatto preso atto dello scenario difficile verso cui l’economia italiana sta andando a seguito della crisi dell’economia americana, riconosciuta ieri dal presidente della Fed Ben Bernanke. In Italia sono poche le voci estranee al gioco degli schieramenti che chiedono illuministicamente ai due protagonisti, Berlusconi e Veltroni, di sottrarsi alle tentazioni delle promesse elettorali. Alla vigilia di una recessione, una contesa a chi promette maggiori sgravi fiscali o maggiori trasferimenti di reddito ai cittadini è un concorso di illusionismo. Ma purtroppo non c’è nessun coniglio dentro al cappello della politica italiana.

Un po’ di abuso di promesse è tradizione di ogni contesa elettorale. Ma è particolarmente preoccupante che oggi anche i grandi progetti di infrastrutture, e più in generale gli investimenti pubblici, finiscano per essere manipolati ideologicamente. Come è possibile decidere investimenti come il Ponte di Messina o la strategia aeroportuale sulla base di preferenze di parte? Il Ponte è di destra e i porti di sinistra? Malpensa è di destra e le ferrovie di sinistra, purché non siano troppo veloci?

Le infrastrutture sono al primo punto del dodecalogo del Partito democratico. Il Ponte sullo Stretto è l’architrave su cui si regge la compattezza del Popolo delle Libertà che stava già franando in Sicilia. Nessuno mette in dubbio che l’Italia abbia un grande bisogno di infrastrutture e che sia meglio rivolgere la spesa pubblica su investimenti anziché sulla spesa corrente.

Il deficit di infrastrutture in mobilità e tecnologia è evidente a tutti. Inoltre, se si esclude l’ultimo bilancio del governo Prodi, da 15 anni in Italia i maggiori interventi di taglio della spesa pubblica hanno colpito più quella per investimenti di quella corrente. I governi infatti hanno una preferenza ad abbondare sulla spesa corrente, per esempio in pensioni o stipendi pubblici, perché rappresenta un efficace canale di a

ttrazione di consenso e un elemento di caratterizzazione ideologica. Tuttavia anche la spesa per investimenti sta diventando attraente in termini ideologici. Non perché sia in grado di moltiplicare la crescita dell’economia, ma perché anch’essa si presta a distinguere gli interessi di «parti», geografiche o politiche, dell’elettorato. Ma investimenti «ideologici», fatti per ragioni «di parte», sono per il benessere del Paese ancora più pericolosi di una spesa corrente di destra o di sinistra. La spesa corrente può infatti essere corretta nel corso degli anni, di fatto rispondendo alle preferenze mutevoli degli elettori. I grandi investimenti invece hanno durata spesso decennale, il loro costo iniziale è solo una frazione del costo totale e un governo ha un incentivo a programmare una quantità in eccesso di spese infrastrutturali in modo da legare le mani ai futuri governi che si troveranno costretti a completare lavori pubblici di cui non hanno condiviso le scelte. Questo incentivo è tanto più forte quanto più instabile è il quadro politico e infatti ne abbiamo una prova in questa campagna il cui esito è influenzato da una legge elettorale che accentua la fragilità dei governi.

Discutendo del decreto mille-proroghe, Tito Boeri ha svelato su queste colonne quale perversa convergenza di interessi ci possa essere nella collaborazione parlamentare tra destra e sinistra. Larghe intese del tutto informali hanno visto destra, centro e sinistra «alleati e concorrenti» nell’aumentare la spesa corrente. Nel caso della spesa pubblica per investimenti, tuttavia, scelte ideologiche di parte come quelle che promettono i due maggiori partiti sarebbero devastanti. Un accordo tecnico tra destra e sinistra su questo specifico ambito, costringerebbe invece entrambi gli schieramenti a confrontarsi concretamente sul progetto d’Italia dei prossimi dieci anni, l’unico modo per misurare la coerenza dei loro programmi elettorali nel lungo termine e permettere quindi all’elettore di scegliere destra o sinistra in ragione delle proprie preferenze ideali o redistributive senza che queste vengano comunque vanificate in futuro da scelte fallimentari e maliziose in materia di investimenti.

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