Lo schermo a pezzi

(28 Feb 08)

Massimo Gramellini

Dopo lunga e sofferta malattia, si è spenta ieri poco serenamente a Sanremo la tv generalista, quella capace di riunire intorno al focolare catodico una nazione intera, anche solo per parlarne male. A certificare il decesso è stato il sommo sacerdote Pippo Baudo, con toni concitati e drammatici, in questo caso adeguati alla straordinarietà del fenomeno, che non è la semplice crisi d’ascolti di una rassegna di canzonette, ma la scomparsa del modello «democristiano» di cultura già entrato in crisi nella scuola: l’idea di un’educazione e di un divertimento uguali per tutti, splendida in teoria, ma che in concreto ha abbassato l’asticella del sapere e del piacere, producendo ignoranza e noia.

Ad appassire sulla Riviera dei Fiori sono due fra gli ultimi feticci del secolo scorso: l’Evento Unico di massa e la comunità nazionale. Trattasi di una rivoluzione, sociale e mediatica, con la quale abbiamo già dovuto fare i conti noi della carta stampata. Nessun giornale, nessun romanzo, nessun film e – adesso possiamo dirlo – nessun programma televisivo può ancora avere la pretesa di rivolgersi a una massa indifferenziata di persone. Lo spezzatino ha preso il posto dell’arrosto e non esiste chef in grado di ripristinare l’antico menu.

I tentativi di giustificare il crollo di Sanremo con motivazioni meno epocali di questa suonano persino commoventi nella loro inadeguatezza. Qualcuno sostiene che lo spettacolo canoro non attrae pubblico perché sul palco ci sono troppi vecchi. Semmai è vero il contrario: senza Toto Cutugno e Little Tony, che tengono ancorati gli anziani, la fuga dal video avrebbe già assunto i caratteri dell’esodo. Perciò si illude chi pensa di rilanciare l’evento ingaggiando i cantanti che piacciono agli under 50: costoro, infatti, hanno girato per sempre le spalle a trasmissioni del genere, come ha capito a sue spese Piero Chiambretti, le cui battute fosforescenti fanno scompisciare quelli della mia generazione, che non guardano più il Festival, mentre lasciano interdetti gli anziani che continuano a guardarlo.

Per qualcun altro la ricetta salvifica consiste nel ridimensionare il carrozzone, accorciando la durata e il numero delle serate. Nessun dubbio che un Sanremo superconcentrato come un dado rallenterebbe la sua fine. Però non riuscirebbe a invertire la tendenza, che è ineluttabile. Infine c’è chi, come Baudo, è convinto che ad aver determinato questa situazione sia l’involgarimento dell’offerta televisiva e, di conseguenza, del Paese. Ieri lo ha urlato in conferenza stampa: «Se io e Chiambretti ci sputassimo addosso, gli ascolti crescerebbero, ma così il pubblico noi lo imbarbariamo, lo fottiamo e abbiamo un’Italia di merda».

Non è vero nemmeno questo. Se Baudo e Chiambretti si sputassero addosso gli ascolti crescerebbero, ma per trenta secondi. Poi si ritufferebbero negli abissi. Ormai nemmeno la volgarità garantisce audience, come dimostra il declino del Grande Fratello e degli altri reality show. La rissa, l’insulto, il gesto volgare sono le scosse elettriche che scuotono il cadavere dal «rigor mortis», ma è un’illusione momentanea: sempre di un cadavere si tratta.

Il Grande Fratello è stato l’ultimo evento capace di trasformarsi in fenomeno di costume, incrociando l’interesse – anche solo pettegolo – di una comunità variegata. La formula della tv guardona e delle eliminazioni popolari (le famigerate nomination) venne adottata con successo dal Festival di Bonolis, l’ultimo a sfondare l’Auditel, nell’ormai giurassico 2005. Ma in questi ultimi tre anni il mondo dei media è cambiato più che nei precedenti sessanta: si sono diffusi i mille canali di Sky e della piattaforma digitale. Soprattutto è esplosa You Tube, la tv sul computer: è lì che, se proprio voglio farmi del male, posso andarmi a vedere la scena del litigio fra Toto Cutugno e Luzzatto Fegiz al Dopofestival, o il bacio in bocca fra Baudo e la squalificata Bertè. E posso andarmele a vedere gratis, quando e quante volte mi pare, smistandole poi attraverso internet agli interlocutori delle mie nicchie di riferimento: il forum dei tifosi della mia squadra del cuore, il blog degli amici del parmigiano reggiano, il sito dei fanatici di film ugandesi degli Anni 70 e gli altri milioni di rivoli comunitari in cui si è frantumato il mondo dei media. Ancora pochi anni fa, se a una cena dicevi: avete visto giovedì sera da Santoro… sapevi di ottenere una reazione: di disgusto, magari, ma informata. Ora anche Santoro, anche il Festival, e fra un po’ anche la Nazionale, rappresentano l’interesse di comunità specifiche, e alle cene diventa sempre più difficile trovare un argomento comune di conversazione.

È un male? No. È un cambio. E come tutti i cambi di stagione va dominato per indirizzarlo al bene. Un’impresa impossibile finché ci si ostinerà a negarlo o a rimpiangere un’epoca che ci commuove nel ricordo, ma che se tornasse non ci piacerebbe più. Non abbiamo un’Italia di m. Abbiamo mille Italie, alcune di m. e altre che invece chiedono spettacoli di qualità. Però li vogliono, appunto, di qualità, come dimostra il successo di Fabio Fazio e dello stesso Baudo extrafestivaliero. Altrimenti preferiscono fare altro. Perché Sanremo è Sanremo, ma noi per fortuna siamo noi.

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