Effetto “G” riformisti alla prova

(25 Feb 08)

Luca Ricolfi

Da quando Casini e Berlusconi hanno rotto la loro alleanza, i dirigenti del Partito democratico amano ripetere che ora lo scontro politico non è più fra centro-sinistra e centro-destra ma fra centro-sinistra e destra. L’idea, in sostanza, è che la nuova coalizione di Berlusconi (Pdl + Lega) sia troppo sbilanciata a destra per attirare ancora gli elettori di centro, che ieri potevano sentirsi rappresentati da Casini ma ora sarebbero costretti a guardare altrove: dove questo «altrove», si dà ad intendere, potrebbe anche essere il Partito di Veltroni.

Questo ragionamento non fa un grinza, ma usa categorie vecchie. Sì, effettivamente se continuiamo a pensare in termini di destra e sinistra non c’è dubbio che l’alleanza Pdl + Lega Nord si collochi più a destra della vecchia Casa delle libertà. Così come si situa più a destra, molto più a destra di prima, la nuova alleanza di centro-sinistra, che ha liquidato i due partiti comunisti e salvato Italia dei valori e Radicali. Si potrebbe addirittura dire, svolgendo fino in fondo il ragionamento dei dirigenti del Pd, che oggi la competizione è fra un partito sostanzialmente moderato come il Pd (un «partito di centro che guarda a sinistra», lo si sarebbe chiamato una volta) e un partito genuinamente di destra come il Pdl di Berlusconi e Fini. Dunque i moderati dovrebbero votare Pd (o «Cosa bianca», ammesso che nasca), mentre agli estremisti resterebbero due opzioni: la sinistra-sinistra di Bertinotti oppure la destra-destra di Berlusconi. Questo modo di rappresentare le scelte degli elettori, però, è tanto plausibile quanto fuorviante.

Perché il vero cambiamento che si sta producendo sotto i nostri occhi è tutto un altro. Quel che sta oggi accadendo è che entrambi i poli cercano, per la prima volta da molti anni, di accentuare il loro profilo decisionista e riformista. Il polo di sinistra si è indubbiamente spostato al centro, ma lo ha fatto liberandosi delle componenti più paralizzanti della coalizione: l’estrema sinistra comunista, ma anche i Verdi e l’Udeur, due partiti lontanissimi da una visione moderna e anti-assistenziale del futuro dell’Italia. I tre sopravvissuti, ossia Partito democratico, Italia dei valori e Radicali sono anche le tre componenti più modernizzatrici del centro-sinistra. Quanto al polo di destra il processo è simile, anche se – a mio parere – condotto con meno coraggio: è vero, le tre liste «tagliate fuori», ossia Udc, Udeur, la Destra di Storace, sono accomunate dalla forza della loro vocazione assistenziale, ma all’interno del perimetro del centro-destra è rimasta una componente – quella di Alleanza nazionale – tanto necessaria per vincere quanto rischiosa per governare (almeno a giudicare dall’esperienza del recente passato: forestali della Calabria, contratto degli statali, salvataggio Alitalia). Se vogliamo cogliere quel che sta cambiando in Italia, dobbiamo smettere di identificare moderatismo e riformismo: il «partito della spesa», ossia il più potente ostacolo alla modernizzazione dell’Italia, annovera fra le sue file diverse forze moderate, mentre il partito delle riforme ha la sua punta di diamante nel piccolo drappello dei Radicali.

Anche sul piano della scelta delle candidature i processi in atto a destra e a sinistra sono simili. Il Pd pare avviato a porre un solido argine all’ingresso di pregiudicati in Parlamento, ma anche nel Pdl qualcosa si sta muovendo: il mero fatto che ci si ponga il problema degli inquisiti, e che alcuni candidati vengano scartati per i loro trascorsi giudiziari, costituisce una rottura rilevante con il passato. Naturalmente è molto probabile che – alla fine – non avremo liste impeccabili né a sinistra né a destra, e che alcuni personaggi discutibili vengano alla fine salvati da distinguo più o meno sottili. E tuttavia, se guardiamo al complesso dei cambiamenti in corso, è difficile non riconoscere che, dopo anni di immobilismo e di autoreferenzialità, finalmente il sistema politico dà segni di reazione. Ma reazione a che cosa ?

Reazione alla rivolta di un’opinione pubblica sempre più disgustata dai privilegi della casta e sempre più indignata dalla incapacità della politica di prendere decisioni coraggiose. Una sorta di effetto G, insomma: G come Guzzetta, G come Grillo. L’iniziativa del referendum sul sistema elettorale, promossa da Guzzetta e Segni, ha indotto le forze politiche principali ad anticipare, senza aspettare la celebrazione del referendum, quella semplificazione del sistema politico che era il principale obiettivo dei referendari: si può pensare tutto il male che si vuole delle coalizioni che stanno sorgendo intorno al Pd e al Pdl, ma non si può negare che siano più omogenee delle coalizioni del passato. Così è arduo non vedere che le iniziative à la Grillo, e in particolare la pubblicizzazione dell’elenco dei parlamentari condannati, hanno costretto le forze politiche a porsi il problema della pulizia delle liste, un problema che altrimenti sarebbe probabilmente rimasto in secondo piano.

Tutto bene, dunque? Forse sì, forse no. Il paradosso di questa congiuntura è che le forze politiche principali, pur essendo d’accordo sulla necessità di modernizzare l’Italia, sulla necessità di rispettare l’avversario e sulla necessità di prendere decisioni coraggiose, non sono minimamente d’accordo sull’essenziale, ossia sul racconto del nostro passato recente. Berlusconi descrive un’Italia boccheggiante per la cura da cavallo cui l’avrebbe sottoposta il governo dell’Unione, Veltroni preferisce ringraziare Prodi per l’opera meritoria svolta fin qui e raccoglierne fiducioso l’eredità. Per parte mia, resto dell’idea che prima e piuttosto di parlare di larghe intese o di Grosse Koalition, farebbero bene entrambi a riflettere sulla regola di Einaudi: conoscere per decidere. Perché si può curare il medesimo male con terapie diverse, ma è ben difficile che una qualsiasi terapia funzioni se la diagnosi è radicalmente sbagliata.

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