La Grande coalizione irrompe nella blanda campagna elettorale

(23 Feb 08)

Stefano Folli

Silvio Berlusconi ha finalmente detto quello che da tempo tutti avevano capito. Una frase chiara, utile a comprendere il senso di una campagna elettorale in cui finora il leader del centro-destra era apparso atono: «Se il 13 aprile c’è un pareggio come nel 2006, faremo le larghe intese». Dove larghe intese è sinonimo di grande coalizione, cioè di unità nazionale con il Partito democratico. Ed è un percorso scandito da passaggi ben definiti. Primo, non affannarsi nella campagna, fidarsi dei sondaggi e della grande forza elettorale del Popolo della libertà, soprattutto nel Nord. Secondo, trattare con un certo riguardo Veltroni, possibile futuro partner. Terzo, assumere già oggi il tono di chi pensa alla Terza Repubblica, ponendo le premesse della fatidica «legislatura costituente». E si capisce che un simile progetto non si costruisce a colpi di maggioranza, nel solito clima rissoso, bensì offrendo una sorta di partnership alla controparte. Berlusconi non arriva ad augurarsi il pareggio, perché sarebbe una “gaffe” in campagna elettorale e forse non rispecchierebbe il suo animo. Ma si comporta finora come se un pareggio sostanziale fosse pressoché inevitabile. E come se, dal 14 aprile sera, il problema principale fosse ricomporre fra loro i segmenti di un Paese lacerato. «Non ci sono soluzioni miracolistiche», affermaa “Matrix”. E anche questo sobrio realismo è il segno che la campagna 2008 potrebbe assumere un profilo diverso.

Del resto, le ricette economico-sociali del partito berlusconiano e di quello veltroniano sono alquanto simili: qualcuno direbbe sovrapponibili. Più crescita, meno tasse, riforme: sulla carta la destra moderatae la sinistra moderata non affermano nulla che non sia componibile in un programma comune di governo. Semmai, Veltroni si sforza ogni giorno di prendere le distanze dalla stagione di Romano Prodi. «Saremo diversi», ha insistito ancora ieri, cercando di approfondire il solco che lo separa dalla sinistra Arcobaleno con il suo bagaglio di ideologismi. Diversi da Prodi, lontani dall’estrema sinistra: quale sbocco plausibile, in assenza di una vittoria clamorosa, se non le larghe intese?
Certo, allo stato delle cose, anche raggiungere il pareggio per il Pd è un’impresa. Finora Veltroni ha restituito entusiasmo agli elettori depressi del centro-sinistra, a coloro che nel 2006 avevano votato per Ds e Margherita e poi si erano dispersi. Non è poco, tuttavia modificare i rapporti di forza con il centro-destra richiede ben altro. Può darsi che il distacco reale non superi i 6-7 punti percentuali, ma sono quelli decisivi ei più difficili da rimontare. Come ha scritto Giampaolo Pansa sull’ultimo “Espresso”,citando a sua volta il sondaggista Roberto Weber dell’Swg: «tutti sanno che… il Pd deve sfondare al centro dell’elettorato. E la battaglia si deciderà nell’Italia del nord… a cominciare dalla Lombardia e dal Veneto».

Questa è la semplice verità e tutte le mosse compiute finora da Veltroni servono in primo luogo a sedurre l’elettorato del Nord. Compreso il brusco congedo riservato a Ciriaco De Mita, esponente antico del profondo Sud. Ecco allora la ventata di giovanilismo, bilanciata però da una candidatura prestigiosa come quella di Umberto Veronesi a Milano. Nome notissimo, scienziato di fama internazionale e soprattutto simbolo della grande borghesia laica lombarda. Veronesi è uno dei messaggi positivi che Veltroni riserva al Nord, in questo tentativo di scalata della montagna.

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