All That Jazz: la leggenda della foto impossibile

(24 Feb 08)

Gino Castaldo

Cinquant’anni fa, nell’estate 1958, Art Kane, ebbe un’idea “irrealizzabile” mettere insieme in una strada di Harlem tutti i grandi jazzisti dell’epoca d’oro

Proviamo a immaginare. Cosa sarebbe successo se ognuno dei presenti avesse portato con sé il suo strumento? Facile, sarebbe stata la più grande jam session di tutti i tempi. Ma anche così, silente, immutabile, la foto rimane sensazionale, probabilmente la più famosa di tutta la storia del jazz, e fu scattata esattamente cinquant’anni fa, da Art Kane, un brillante art director che fino a quel momento non sapeva ancora che sarebbe diventato un fotografo.

L’idea partì da Robert Benton, allora editor della rivista Esquire, poi sceneggiatore di successo e regista (Kramer contro Kramer). Benton voleva celebrare quella che veniva percepita allora come l’età d’oro del jazz, la golden age, il massimo periodo di fulgore della musica afroamericana, considerando che in quel momento il jazz traboccava di straordinari interpreti. Le generazioni degli anni Venti, Trenta e Quaranta si erano accavallate per cui c’erano ancora le personalità delle origini, i padri fondatori come Armstrong, i maestri d’orchestra come Duke Ellington, ma c’erano stati anche i boppers, il cool jazz e i moderni, giganti come Miles Davis, Sonny Rollins, Monk, Charlie Mingus, in una simultaneità di impressionante ricchezza. Ma come celebrare questa grandeur?

Benton pensò di chiamare Art Kane, allora brillante art director e appassionato di jazz, e Kane se ne uscì con un’idea che lo lasciò senza parole: mettiamo insieme tutti i jazzisti che riusciamo a trovare, gli disse, e li raggruppiamo in una sola istantanea. Pura follia, pensò Benton, considerando che i musicisti erano la categoria più vaga e imprendibile che ci fosse in giro, ma decise che comunque valeva la pena di dare una chance al giovane art director, che si mise subito all’opera. Era l’estate del 1958.

Art Kane a quel tempo non aveva uno studio, non era neanche un fotografo, e allora pensò di organizzare la session fotografica all’aperto, in una qualsiasi strada di Harlem. Del resto se New York era la capitale del jazz, Harlem era il cuore pulsante della grande mela, la Mecca nera, l’epicentro della Black renaissance, e lo era fin dagli anni Venti, quando molti dei musicisti del sud emigrarono verso nord, e tutti gli stili, dallo stride piano allo swing cominciarono a fiorire. Era l’epoca dei leggendari ritrovi come il Cotton club, dove suonava l’orchestra di Ellington, o del mitico teatro Apollo.

Harlem era lo scenario ideale, ma nessuno ricorda più con esattezza perché fu scelto proprio quell’angolo tra la diciassettesima e la centoventiseiesima, davanti a una di quelle case in pietra marrone chiamate “brownstone”. Secondo Scoville Browne, uno dei musicisti minori immortalati nella foto, quella strada era familiare perché c’era una specie di locanda, molto nota tra i musicisti, che per una “ragionevole somma” dava vitto e alloggio agli spiantati.

L’appuntamento fu fissato per le dieci di mattina, altra follia considerando che era l’ora più improbabile per incontrare un jazzista sveglio e nel pieno delle sue facoltà mentali. Da questo punto di vista i jazzisti erano come bambini, artisti di genio ma indisciplinati, nottambuli, rigorosamente privi dell’idea di puntualità. Bud Freeman, anche lui nella foto, racconta che un’idea del genere sembrava fuori dalla portata di chiunque.

Il jazz si suonava specialmente di notte, i musicisti girovagavano da un locale all’altro, i momenti più infuocati delle jam session erano a tarda notte, insomma non si andava mai a dormire prima delle quattro del mattino. E a New York suonavano tutti, tutte le notti, in uno dei periodi più elettrizzanti di tutta la musica del secolo scorso. Anche Gerry Mulligan racconta che rimase immediatamente affascinato dalla proposta ma che fino all’ultimo rimase piuttosto scettico sull’idea che potesse davvero concretizzarsi.

Chissà, forse fu proprio la stranezza della proposta a scatenare un meccanismo imprevedibile. A dispetto di ogni legittima previsione, come sospinti da un irresistibile richiamo, uno dopo l’altro cominciarono ad arrivare tutti, o quasi, i jazzisti convocati. Pochi i ritardatari, e non decisivi (gente come Charlie Rouse e pochi altri, e li fotografò Dizzy Gillespie, in un gruppetto insieme a Lester Young, che invece fu presente allo scatto), arrivò in tempo anche Willi “the lion” Smith, il leggendario maestro dello stride piano, ma rimase fuori dalla foto perché si era allontanato per pochi minuti nel momento decisivo. Con lui sarebbero stati cinquantotto, esattamente come l’anno in cui tutto questo succedeva. Nella foto ne sono stati immortalati cinquantasette.

Come per miracolo Art Kane e i suoi collaboratori, videro arrivare mostri sacri come Coleman Hawkins e Count Basie, la leggenda del sax tenore Lester Young, il grande maestro delle percussioni Art Blakey, poi ancora Sonny Rollins, allora già affermato talento del sax, il geniale Charlie Mingus, perfino l’imperscrutabile, enigmatico Thelonious Monk, l’eccentrico Dizzy Gillespie, e poi Gerry Mulligan, Johnny Griffin, Marian McPartland e Mary Lou Williams, Jimmy Rushing, Oscar Pettiford, Gene Krupa, una specie di sogno a occhi aperti per qualsiasi appassionato, cinquantasette solisti, tutti in un solo colpo, un gruppo che rappresentava più generazioni stilistiche: dal tradizionale ai modernisti, fino agli innovatori. Dai classici come Pee Wee Russel e Buster Bayley fino ai giovani talenti emergenti come Horace Silver e Art Farmer.

Lo stupore era palpabile, erano tutti meravigliati di ritrovarsi lì in tanti, gli stessi musicisti erano dubbiosi, poi contenti come ragazzi in gita. In un dvd uscito di recente col titolo A great day in Harlem ci sono brevi spezzoni filmati della preparazione dello scatto. Sembra un party improvvisato, una festicciola tra amici che non si sono mai incontrati prima nello stesso posto, una festa decisamente bizzarra, però, perché invece di svolgersi di notte in un locale della cinquantaduesima strada, si svolgeva in una stradina di Harlem, alle dieci di mattina.

La foto di famiglia coglie perfettamente lo spirito del tempo, i carattere dei singoli musicisti: Mingus strafottente con la sigaretta che pende da un lato; Monk con gli occhiali scuri, impenetrabile; Coleman Hawkins sorridente e autorevole. Coglie soprattutto la magia di un momento, l’istantanea di quell’anno d’oro che oggi si situa più o meno al centro di tutta la storia del jazz, equidistante dalle origini e dal momento attuale, una boa da cui parte una storia che arriva dritta fino ai giorni nostri.

In fondo oggi, nella maggior parte dei casi, il jazz non si suona in modo eccessivamente diverso da come facevano Mingus, Rollins, Thelonious Monk, o almeno non tanto diverso da come ci si aspetterebbe dopo cinquant’anni di evoluzione stilistica. Questo ci dimostra quanto quelle invenzioni fossero avanzate, moderne, ma anche che la forza creativa di quei giorni era talmente forte da rimanere come un imprinting, difficilmente superabile.

In quel gruppo c’è tutta la maestria, il tesoro culturale del jazz. Charlie Parker (scomparso tre anni prima) e Dizzy Gillespie avevano riportato in auge la sfrenata vertigine dell’improvvisazione, dopo anni di lussureggianti eccessi spettacolari, avevano ridato al jazz la sua purezza creativa, un senso di libertà insofferente ai vincoli formali, definendo una lezione il cui significato dura inalterato fino ai nostri giorni. In particolare nel 1958 il jazz stava vivendo il brivido di un’altra rivoluzione. Mingus, Rollins, Davis, Coltrane stavano spingendo la ricerca verso una definitiva apertura. Da lì a pochi mesi sarebbe esploso il “free jazz”. Ed erano anche gli anni dell’emancipazione del mondo afroamericano.

Nel rinascimento artistico che si respirava c’era anche il riscatto culturale dei neri, anticipazione del fiume in piena che sarebbe stata la lotta per i diritti civili negli anni Sessanta. Anche di questo orgoglio c’è traccia in questa foto. Una giornata che ha lasciato tracce profonde in chi l’aveva pensata e organizzata. Robert Benton ha dichiarato di aver imparato molto quel giorno, e di aver portato quel patrimonio nella sua carriera hollywoodiana.

Art Kane non era neanche un fotografo, ma in quel giorno fondamentale si decise la sua vita futura. “Me ne venni fuori con questa idea oltraggiosa e l’ho vista prendere corpo nel modo in cui l’avevo immaginata”, ha raccontato anni dopo, “guardare tutti quei musicisti muoversi su quegli scalini nella centoventiseiesima strada era magnifico. Ho capito in quel momento cosa volevo fare della mia vita. Volevo essere un fotografo”. E ci riuscì diventando uno dei fotografi musicali più accreditati, esaltato da Andy Wahrol e premiato da innumerevoli riconoscimenti. Ha scattato foto memorabili di jazzisti, ma anche di rockstar come Dylan e i Rolling Stones. E del resto, dopo quella bruciante partenza, dopo aver fissato al suo primo scatto la più famosa foto di jazz di tutti i tempi, cos’altro avrebbe potuto fare nella vita?

Annunci

0 Responses to “All That Jazz: la leggenda della foto impossibile”



  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




PD podcast

Per abbonarsi al podcast Copia il link associato a questa immagine in un aggregatore tipo iTunes, Juice, FeedReader....
Sottoscrivi il podcast nello store di iTunes... Su iTunes

Feed RSS

Per abbonarsi al podcast
febbraio: 2008
L M M G V S D
« Gen   Mar »
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
2526272829  

Blog Stats

  • 38,177 hits
website counter

    %d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: